Neve e fuoco, Jack London va in scena

CONSTRUIRE UN FEU - De Jack LONDON - Mise en scene scenographie et costumes : Marc LAINE - Lumieres : Kevin BRIARD - Son : Morgan CONAN-GUEZ - Video : Baptiste KLEIN - Avec : Alexandre PAVLOFF - Pierre LOUIS-CALIXTE - Nazim BOUDJENAH -
Le 12 09 2018 - A la Comedie Francaise - Photo : Vincent PONTET

Michele Emmer

Fredda e grigia, spaventosamente fredda e grigia si preannunciava la giornata in cui l’uomo abbandonò la pista principale dello Yukon per arrampicarsi sull’alto argine di terra, dove una pista appena segnata e poco battuta portava verso una pista appena segnata.”

Siamo in mezzo alla neve, al ghiaccio, siamo in una landa desolata, fa molto freddo, meno cinquanta. Come si fa a sopravvivere senza avere nessun aiuto, senza la speranza di riuscire a raggiungere un luogo di riparo?

Siamo in Alaska, come la racconta uno dei grandi narratori nord americani, Jack London, in uno dei suoi racconti più intensi To Build a Fire (29 maggio 1902, nella seconda versione più famosa del 1908 dove il protagonista muore). Per salvarsi bisognerebbe non andare mai in luoghi simili da soli, poter contare su altri che possono aiutare, non bisogna mai bagnarsi con acqua, neve o ghiaccio, e se succede, in pochissimi istanti bisogna riuscire ad accendere un fuoco. Un essere umano, da solo, a quelle temperature, se si bagna qualche parte del corpo, è destinato a morire se non riesce almeno ad accendere un fuoco.

Quell’ essere umano non è solo in realtà, è in compagnia di un cane. Un cane che lo segue ovunque, un cane che ha fiducia in lui, un cane che pensa che quell’essere umano a cui si è affidato, troverà sempre una via di uscita. È capace di accendere un fuoco quell’essere umano, lui, il cane, non lo può fare.

Sono stato molto interessato quando ho letto che alla Comédie Française a Parigi mettevano in scena quel racconto che avevo tanto amato da giovane e che avevo riletto più volte. Come dare l’idea di spazi sconfinati, di lande desolate, di una natura non tanto cattiva e ostile quanto del tutto indifferente, come in effetti è, all’avventura umana. Uno spazio primordiale dove l’essere umano è solo, completamente solo, con se stesso, le proprie paure, le proprie angosce, che hanno, in quella situazione specifica tutti i motivi per esser percepite al massimo possibile, data la situazione assolutamente eccezionale. E l’essere umano è portato a pensare in modo naturale che in ogni situazione la propria intelligenza, la propria capacità di trovare soluzioni alla fine prevarrà. E in fondo il cane, che non parla, ma assiste solo agli avvenimenti che succedono, è proprio il personaggio che ha da sempre una grande fiducia nell’umanità rappresentata dal suo padrone, che non ha dubbi che tutto si risolverà per il meglio perché quell’uomo è capace di una grande magia. Sa accendere un fuoco.

Ed entrambi l’uomo e il cane sono fiduciosi che questo accadrà. Anche se sperano che non succeda nulla di irreparabile che non consentirà di accendere quel fuoco. Siamo in attesa di quel fuoco, che inevitabilmente si spegnerà.

Sono rimasto ancora più sorpreso quando ho scoperto che lo spettacolo non veniva messo in scena nella sala grande della Comédie e nemmeno nelle altre sale più piccole della sede storica. Ma bensì in una sala sotterranea, accanto all’ingresso del Louvre, nella piazza sotterranea che si chiama della Pyramide Inversée. Una sala piccola, forse 150 posti, dove non si può nemmeno prenotare il posto.

In cui praticamente non esiste palcoscenico, gli spettacoli si svolgono in basso, in fondo, in uno spazio di 10 metri per cinque più o meno, la sala è a gradoni a scendere.

Dunque il dramma dell’uomo e il suo cane che stanno marciando a cinquanta sotto zero, sotto una tempesta di neve, in un luogo totalmente solitario, lontano da qualsiasi possibile ricovero, ambientato in un luogo così ristretto?

La cosa diventava ancor più interessante. Ho letto la presentazione dello spettacolo. Tre attori in scena e alcune telecamere, non telecamere digitali super tecnologiche, ma piccole telecamere fuori moda, che riprendevano la scena, in bianco e nero. Me lo ero sempre rappresentato in bianco e nero il dramma. Il color della neve, il bianco, tutto il resto sfumature di nero.

I tre personaggi sono il cercatore d’oro che marcia nella neve, e che non parla mai, se non quando sta morendo. Si lamenta, soffre, mugugna, piange ma non parla mai. Poi c’è un attore in scena che è la voce narrante che non interviene nella storia ma la racconta, la commenta. Il terzo è il cane, che pensa, commenta, cerca, vuole capire.

Quale poteva essere la scenografia per uno spazio così angusto per rappresentare un dramma che si svolge in spazi sconfinati, con il vento, la neve?

Certo in scena c’è della neve sintetica che riempie il pavimento, dove marcia, muovendosi restando ovviamente sul posto dato che lo spazio fisico della scena è pochissimo. E c’è anche in piccolo pino, non più alto di due metri.

Sullo sfondo uno schermo, come avevo capito ci sono in scena le tre telecamere, di cui una mobile che sarà utilizzata dalla voce narrante per raccontare. E poi a destra e a sinistra della scena ci sono due piccole maquette di poco più di un metro per mezzo metro. In una come sfondo sono dipinte in bianco e nero delle silhouette di montagne con una luna sullo sfondo coperta dalle nubi, sull’altra della neve finta ovviamente e tre alberelli che saranno alti 10 centimetri.

E la prima reazione è di stupore. Quella sarebbe la landa desolata, dove l’uomo, dove l’umanità è destinata a soccombere? Il dramma non diventerà magari una farsa?

E lo spettacolo comincia. Il cercatore d’oro comincia a marciare e continuerà a farlo per molto tempo. (Lo spettacolo dura meno di un’ora e mezzo). E noi lo vediamo che cammina a pochi metri da noi, nella neve finta. Vestito da cercatore d’oro dei primi novecento, sembra un barbone, un clochard. E si lamenta, ha freddo, cammina. Ripete che le regole sono di non andare mai da solo a meno cinquanta, di non bagnarsi, in caso di accendere subito un fuoco. E sullo schermo compare lui stesso che cammina e sullo sfondo inquadrata da un’altra telecamera la prima delle due maquette. E la meraviglia scatta: l’uomo cammina stando fermo, tutto è finto, tutto è piccolo, ma dopo un poco sentiamo freddo, cominciamo a soffrire con quell’uomo che cammina, sappiamo come finirà, ma questo non importa a nessuno, dobbiamo vivere la nostra vita, il cercatore vuole vivere la sua. È preoccupato ma non ha dubbi, ce la farà, malgrado la neve, il freddo, il ghiaccio. Non sappiamo perché ha lasciato i suoi compagni che hanno preso un’altra strada. Spirito di avventura? In una situazione estrema? Mettersi alla prova? Incoscienza? Suicidio? Lui si mostra fiducioso. E anche il suo cane è fiducioso, si è sempre fidato del padrone, ha sempre trovato le soluzioni. Però è nuovo di quelle zone, un dubbio il cane lo ha. È un chechaquo come lo definisce London. Perché da soli?

I tre attori, le tre telecamere, uno dei tre attori che film a mano e l’illusione è perfetta perché siamo coinvolti dalle parole che fanno scattare l’immaginazione, non vediamo più tre persone, una neve finta, due maquette ridicole che vogliono rappresentare la foresta.

Il silenzio è assoluto in sala, si sta vivendo il dramma di un uomo solo, con il cane, a meno cinquanta, in Alaska. Ed accade quello che deve accadere, il ghiaccio copre l’acqua e si bagna il cercatore, deve cercare di togliersi subito i tessuti bagnati e deve accendere un fuoco. E in scena vediamo i suoi tentativi e riesce, e compare un “vero” fuoco per pochi istanti, poi sul video, ed è l’unico effetto speciale, si fa per dire, quel fuoco è una minuscola animazione.

La fiamma l’ottenne avvicinando un fiammifero ad una sottile scorza di betulla che aveva in tasca…Sapeva che non poteva permettersi di sbagliare.” Ma L’uomo commette un errore. Mai accendere un fuoco sotto un albero pieno di neve. La neve cade e spegne il fuoco. E la voce narrante continua a seguire con la telecamera a mano la faccia, l’espressione del cercatore. Che si fa cupa. Ma ripete che adesso riproverà, ha ancora fiducia. Le mani si gelano, non riesce ad accendere il fuoco, sa che bastano pochi istanti. Il cane comincia a preoccuparsi, lui, il mago del fuoco, perché non lo accende, che anche lui, il cane ha freddo. Ma non si muove ancora, non scappa. Spera, anche il cane.

E il cercatore è ora in ginocchio, spalle agli spettatori e noi vediamo solo il narratore davanti a lui che racconta, senza telecamere, che cosa sta succedendo all’’uomo solo. L’uomo sta cominciando a rendersi conto, sente i sintomi del congelamento, sa che non potrà più fare nulla, che il suo destino è segnato, la morte sta arrivando. Il cane capisce che il mago del fuoco lo sta tradendo.

L’uomo che sta morendo comincia per la prima volta a parlare e parla di quello che sta succedendo, del suo fallimento, e alla fine resterà fermo spalle al pubblico, congelato.

Il cane “sostò ancora un attino, ululando sotto le stelle che tremolavano e danzavano, e brillavano nitide in cielo. Poi si volse, e si diresse trotterellando verso l’accampamento che ben conosceva, dove si trovavano gli altri procacciatori di cibo, e di fuoco.”

Silenzio nella sala, quel silenzio che si sente raramente a teatro quando finisce uno spettacolo. E poi applausi, applausi. È finito e si accendono le luci e tutto diventa di nuovo finto, mentre fino ad allora era irreale.

Il regista, autore della riduzione scenica, scenografo e autore dei costumi racconta nel programma di scena che quando decise di mettere in scena il racconto di London ha chiesto esplicitamente quello spazio ridotto. Voleva far funzionare lo spettacolo esattamente in quello spazio. “Il progetto consisteva da un lato nel mio amore per questo testo e di una sfida scenografica.” Creando l’illusione di spazi infiniti, facendo riflettere chi osserva lo spettacolo sulla tragedia della condizione umana. “Un’allegoria incredibile. Un evidente combattimento perduto sin dall’inizio.” In quella landa desolata, con un freddo assurdo, il gelo, la neve, la sofferenza, la morte.

Uno spettacolo che stimola l’immaginazione, la fantasia, che coinvolge il pubblico, con mezzi semplicissimi, sono i volti e le parole, come deve essere per il teatro di gran classe, quando alle spalle sta una delle più affascinanti storie mai raccontate da quell’incantatore che era Jack London.

Construire un feu, di Jack London

versione scenica, regia, scenografia e costrumi Marcel Lainé,

traduzione Christine Le Boeuf,

con Alexander Pavloff, Pierre Louis Calixte, Nazim Boudjenah.

Una risposta a “Neve e fuoco, Jack London va in scena”

  1. che meraviglia, l’emozione provata viene mirabilmente
    trasmessa a chi legge! ho visto lo spettacolo su J:London
    di Marco Paolini qualche anno fa e fui colpita proprio da
    questo racconto. Ora viene il desiderio di correre a Parigi.
    grazie a M:Emmer

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