Immaginare la musica. Intervista a Gianni Lenoci

Nazim Comunale

Gianni Lenoci è un pianista e insegnante pugliese meno conosciuto di quanto meriterebbe. Musicista dagli interessi tanto vasti quanto divergenti, autore di una discografia sterminata ed eclettica, è stato assistente di Roscoe Mitchell e insegnanti di talenti come Francesco Massaro. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare la sua visione e il suo approccio.

In ottobre ho sentito Irvine Arditti (probabilmente il più grande violinista vivente per quanto riguarda la classica contemporanea , ndr ) al Forlì Open Music Festival, ha suonato i capricci di Sciarrino, abbacinanti, e in alcuni frangenti la musica alle mie orecchie non pareva così lontana da certo free jazz. C'è un punto in cui l'improvvisazione e la contemporanea si incontrano o è tutto un grande equivoco?

Al confine possono certamente incontrarsi e spesso, quando succede, si generano risultati affascinanti. Ma anche se possono produrre risultati simili, le procedure sono differenti. Sinceramente equivoci non ne vedo. L'incontro mancato tra Charlie Parker e Edgar Varèse è per me emblematico circa l'idea di "confine" sopra evocata. Parker, da genio qual era, si era accorto che il bebop, soprattutto ad opera dei suoi epigoni, stava producendo una sorta di "stagnazione", involuzione e normalizzazione del linguaggio jazzistico (una ventina d'anni più tardi Thelonious Monk ne pagherà artisticamente le conseguenze che lo porteranno al silenzio per dieci anni fino alla sua morte). Parker si rendeva conto che avrebbe dovuto ampliare le possibilità formali e linguistiche del jazz approfondendo aspetti di forma e contenuto già presenti nelle opere dei compositori contemporanei. In primissima istanza aveva tentato di ricevere lezioni da Stravinsky, ma la cosa non andò a buon fine. Trovò invece il coraggio di contattare Edgar Varèse che accettò con interesse. Quest'ultimo era già coinvolto in esperimenti con la musica elettronica, la musica per percussioni e in parte anche con l'improvvisazione. Purtroppo l'incontro fu mancato. Varèse era in Francia e al suo ritorno, quando sarebbero dovute incominciare le lezioni, Parker era già morto per overdose. Trovo questo incontro mai realizzato una delle storie più affascinanti e ricche di implicazioni che la storia della musica consegna alle nostre molteplici interpretazioni. C'è tanta musica ancora da immaginare proprio nell'ambito di quell'incontro mai realizzato. Fra l'altro "free jazz", "contemporanea" ecc. sono solamente categorie molto semplificate. Ognuna di esse contiene moltitudini che si nutrono vicendevolmente superando l'idea stessa di categoria.

Mi interessa questo aspetto della musica da immaginare. Che musica stai immaginando ultimamente ?

Cerco di immaginare l'inaudito, per quanto oggi è possibile.

Hai una modalità di approccio standard, a seconda del contesto in cui ti muovi?

L'unica modalità standard risiede nel lavoro di preparazione che sta dietro una performance e/o una registrazione. Quest'ultima è solo la punta di un iceberg che contempla pratica strumentale, riflessione solitaria, studio e analisi di partiture, ascolti profondi e "immersivi", messa in discussione del tutto e realizzazione finale in cui lasciare spazio alla parte subconscia senza più remore, sicuri del proprio lavoro personale. Come sostiene Ivo Pogorelich, bisogna "diventare le note. Diventare la musica". Questo per me vale per tutti i contesti in cui opero. Siano essi jazz, libera improvvisazione o interpretazione di partiture "classiche".

Che musica segui con maggiore attenzione, cosa ascolti, se hai tempo e modo di farlo e che tipo di ascoltatore sei? Compulsivo, incostante, distratto...

Credo di essere un ascoltatore attento, onnivoro e orgogliosamente schizofrenico. Escludendo la pizzica salentina, la taranta e i loro derivati che sinceramente detesto, trovo in ogni espressione musicale dei motivi di interesse, sia a livello razionale che emotivo. Chiaramente con differenti gradi di coinvolgimento in base al fatto di ascoltare per puro diletto, per studio o per essere informato sulle novità. Mi concedo ogni tanto il piacere di "surfare" su youtube o spotify spinto dalla curiosità di ascoltare ciò che non conosco. Il centro dei miei ascolti è però rappresentato dal jazz e dalla musica classica in tutta la loro molteplicità. Per il mio puro diletto non posso rinunciare a Stevie Wonder, Earth, Wind & Fire e Steely Dan.

Mi racconti qualcosa delle collaborazioni con William Parker e Roscoe Mitchell?

Con William Parker ho collaborato spesso in Italia realizzando concerti e tre dischi. Lo invitai a tenere una masterclass in Conservatorio e da lì è partita una proficua collaborazione. Nella dimensione jazzistica ho sempre cercato per quanto possibile il confronto e la relazione con la cultura afroamericana.In particolare quella rappresentata da musicisti di free jazz. Per ciò che questa parola possa significare; visto che tutto il jazz come forma d'arte è "free" se si conosce un minimo la storia di questa musica. Con Roscoe Mitchell la collaborazione si è svolta totalmente negli USA. Nel 2011 sono stato Associated Artist presso l'Atlantic Center Of The Arts di New Smyrna in Florida dove Roscoe teneva un corso di composizione ed improvvisazione. Mi chiese di entrare nel suo quartetto con Doug Matthews al contrabbasso e Michel Welch alla batteria (all'epoca sezione ritmica stabile di Sam Rivers , che viveva ad Orlando) per un giro di concerti in Florida e devo dire che fu un'esperienza entusiasmante. Passavamo i pomeriggi nel suo cottage leggendo, io al fortepiano e lui al traversiere, le sonate di Carl Philipp Emanuel Bach (che Roscoe considerava il suo compositore preferito) salvo poi la sera lanciarci in torrenziali improvvisazioni all'interno delle sue composizioni. Poi si tornava nel cottage e cucinavamo salmone alla griglia per tutti.

Quali sono i tuoi eroi ( ho il sospetto che questa parola possa non piacerti, ma ci siamo capiti ) musicali, musicisti a cui ti ispiri o che ti hanno illuminato il cammino?

Thelonious Monk e John Cage.

I tuoi due ultimi lavori sono No Baby con Steve Potts e Tiziana Ghiglioni su Dodicilune ed il disco dedicato alle musiche di Earle Brown sulla Amirani di Gianni Mimmo. Due dischi molto diversi di loro. Ce ne vuoi parlare?

No Baby era nell'aria sin dall'inizio della mia collaborazione con Tiziana Ghiglioni nel 2005. Il repertorio comprende composizioni di Ornette Coleman, Steve Lacy e Mal Waldron oltre che miei originals con testi di Tiziana. È una sorta di omaggio al jazz che amiamo ricco di inventiva e passione. Quando Gabriele Rampino, il "patron" di Dodicilune ci chiese di registrare sembrò naturale sia a me che a Tiziana coinvolgere Steve Potts (con il quale collabora da circa 15 anni) come presenza ellittica e trait d'union "fuori schema". Invece il cd dedicato a Earle Brown è il frutto di un premio, promosso dall' Earle Brown Foundation (USA) in occasione delle celebrazioni per i 90 anni di Earle Brown e Morton Feldman, che ho vinto presentando un ampio progetto della durata di due anni che mi ha visto proporre in tutta Europa workshop e concerti incentrati sul rapporto fra Earle Brown, Morton Feldman e la musica di Johann Sebastian Bach, permettendomi di continuare quel lavoro di scavo ed approfondimento che conduco da anni e sulla cosiddetta "Scuola di New York" e sull'interpretazione della musica barocca al pianoforte.

Amirani è tra le etichette in Italia che ancora si prodigano nel diffondere musiche altre. Da musicista con un orizzonte ampio, come ti sembra la situazione per chi è devoto alla ricerca sua dal punto di vista delle etichette che dei musicisti ed infine anche del pubblico?

Credo che tutti e tre gli attori che tu evochi siano al centro di una profonda crisi. Chiaramente questa crisi investe processi più ampi che vanno dalla dimensione politico-sociale alla scuola riflettendosi nella vita di ogni giorno tanto da assistere quasi ad un mutamento antropologico dello scenario.

Insegni in conservatorio, dove organizzi parecchie cose e dove sotto le tue grinfie sono passati musicisti come Francesco Massaro e Livio Bartolo. Ci racconti com'è la vita di conservatorio a Monopoli e quali sono le cose più interessanti che avete fatto ?

Sono circa 30 anni che insegno presso il Conservatorio "Nino Rota" occupandomi principalmente di Improvvisazione, composizione e prassi esecutiva jazz. Posso dirti, senza falsa modestia, di aver formato il 90% dei musicisti pugliesi (ma non solo) di jazz attivi a livello nazionale ed internazionale negli ultimi 30 anni. I casi di Bartolo e Massaro che tu citi, proprio in virtù dei loro percorsi e risultati artistici estremamente differenti dal punto di vista delle estetiche, testimoniano fra l'altro quell'indipendenza assoluta di pensiero che è il primo valore che cerco di inculcare ai miei studenti. È complicato sintetizzare 30 anni di attività, ma posso dirti che assieme al collega Domenico Di Leo, docente di musica da camera e splendido pianista conduciamo all'interno delle attività di produzione del Conservatorio di Monopoli, un laboratorio permanente di ricerca musicale denominato "The Soundscape Experience" realizzando concerti, guide all'ascolto, laboratori, produzioni originali attraversando le musiche di autori più disparati da Miles Davis a Cecil Taylor, da Claude Debussy a Karlheinz Stockhausen e tantissimi altri costruendo nel tempo un rapporto privilegiato con un pubblico fedele ed attento sovvertendo le usuali dinamiche della fruizione musicale.

Qual è stato il tuo percorso di studi, il tuo approccio al piano e poi alla musica elettronica, chi sono stati i tuoi insegnanti e le tue figure di riferimento, da chi ritieni di avere imparato le cose più importanti del tuo mestiere? Hai avuto anche cattivi maestri?

Ho effettuato e compiuto studi regolari sia per il pianoforte che per la musica elettronica. Mi sono diplomato in pianoforte presso il Conservatorio "S.Cecilia" di Roma e in Musica Elettronica presso il Conservatorio "Niccolò Piccinni" di Bari.I miei maestri sono stati Franco Medori per il pianoforte e Francesco Scagliola per la musica elettronica. Detto ciò, mi ritengo sostanzialmente autodidatta. Non per mancanza di riconoscenza ai miei Maestri di Conservatorio, ma proprio grazie a loro. Li ringrazio del fatto che quasi mai hanno interferito con le mie scelte musicali permettendomi di vivere il periodo di formazione (che per un artista non si interrompe mai) in piena autonomia attraverso una costante riflessione e sperimentazione in solitudine e su questioni espressive e su questioni tecniche. Fra l'altro è ciò che io stesso consiglio ai miei studenti. Il Maestro deve essere in grado di togliersi di mezzo il prima possibile. Altri incontri didattici illuminanti sono stati quelli con Paul Bley e Mal Waldron.

Tra i pianisti jazz ora in attività chi sono quelli più interessanti per te?

Matthew Shipp, Kris Davis, Satoko Fuji, Craig Taborn.

Un disco che stai ascoltando recentemente.

Pli Selon Pli di Pierre Boulez, diretto dall'autore, edizioni Erato.

Un disco che ogni appassionato di jazz dovrebbe possedere.

Eric Dolphy/Booker Little Quintet, Live at Five Spot, Prestige Records

Il disco che vorresti avere inciso tu.

Il prossimo!

Mi hai detto che è in uscita un tuo nuovo lavoro per Dodicilune. Di cosa si tratta ?

Sì, a gennaio 2019: un cd in trio con Bob Moses alla batteria e Pasquale Gadaleta al contrabbasso che comprende interpretazioni di composizioni di Ornette Coleman e Carla Bley.

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