Still imaging. W.J.T. Mitchell e la scienza dolce delle immagini

Valentina Manchia

Una chiave inglese, logora e arrugginita, abbandonata su un vecchio piano da lavoro da così tanto tempo da aver lasciato, sul bancone, la sua impronta ferrosa. È una sola immagine, quella che vediamo, o sono due immagini? Solo l’immagine, netta e precisa, sbalzata a colori saturi, di un oggetto solido e ben tangibile, o anche la traccia – fantasmatica – di quello stesso oggetto?

Allan Sekula, Welder’s booth in bankrupt Todd Shipyard. Two years after closing. Los Angeles harbor. San Pedro, California from the series Fish Story, July 1991

Campeggia sulla copertina di Scienza delle immagini. Iconologia, cultura visuale ed estetica dei media (Johan & Levi) di W.J.T. Mitchell la stessa fotografia già scelta per l’edizione americana della University of Chicago Press: la chiave inglese che è allo stesso tempo chiave di volta del progetto fotografico di cui fa parte (Fish Story), ed emblema del “realismo sociale” del suo autore (Allan Sekula, fotografo e teorico della fotografia).

La chiave abbandonata, ritrovata e immortalata da Sekula due anni dopo la chiusura per bancarotta di un cantiere navale, è parte di una serie che è monumentale documentazione, dal 1988 al 1995, del cambiamento del lavoro sui mari a seguito degli stravolgimenti della globalizzazione. E a rappresentare questo cambiamento – il radicale passaggio da un prima, florido e attivo, a un dopo, improduttivo e vuoto – è in questo scatto e in altri della serie la frizione tra l’immagine e quello che all’immagine sta intorno, in tutti i sensi. Quello che vediamo sembra portarsi sempre dietro la ruggine, o la polvere, dello sfondo su cui inevitabilmente si staglia.

Allan Sekula, Boy looking at his mother. Staten Island Ferry. New York harbor from the series Fish Story, February 1990
Allan Sekula, Boy looking at his mother. Staten Island Ferry. New York harbor from the series Fish Story, February 1990

Non poteva esserci copertina migliore per la nuova raccolta di saggi di Mitchell, tra i padri fondatori di quel campo interdisciplinare di studi, sempre più vasto e sempre più sfrangiato, che ha nome di cultura visuale. Innanzitutto perché, programmaticamente, è l’autore a comporre i saggi della raccolta in un dittico, Figure e Sfondi, assegnando alla prima parte il compito di mettere insieme riflessioni che pertengono alla natura di quelle che chiamiamo immagini, per quanto diverse esse siano, e alla seconda di tracciare un quadro – più quadri – sugli ambienti mediali e sulle condizioni di vita delle immagini.

Sfilano così, nella prima parte, contributi che fanno il punto sui concetti chiave di quella “iconologia critica” o “iconologia del presente” che Mitchell si è impegnato a costruire sin dai tempi di Iconology (1986), concetti che sono poi filtrati, a volte anche sottotraccia, in molte altre riflessioni nell’ambito della visual culture: la nozione di pictorial turn, prima fra tutte, in parallelo all’iconic turn di Gottfried Boehm; la distinzione tra image e picture (“le pictures sono la dimora in cui le images prendono residenza, i corpi in cui si incarna il loro spirito”), con in controluce l’antropologia delle immagini di Hans Belting, o il concetto, volutamente ibrido, di imagetext, immaginetesto, tutto attaccato e senza separazione tra i due, capace di accogliere in sé tanto quei testi che la semiotica chiamerebbe sincretici, perché fondati contemporaneamente su più linguaggi espressivi che si intersecano, quanto le immagini che si annidano anche tra le parole – per esempio dietro le metafore. O, ancora il fortunato concetto di metapicture, immagine di immagini e in quanto tale dispositivo capace di offrire un nuovo angolo di riflessione – l’anatra-coniglio di Wittgenstein, per esempio, emblema dell’irriducibilità del punto di vista, a ricordarci che le immagini sono sempre immagini per qualcuno.

Già da questa breve rassegna è evidente che non solo la riflessione di Mitchell si è espansa, in mille rivoli, lungo il territorio sempre più ampio della cultura visuale – per la cui mappatura rimandiamo al puntuale e prezioso lavoro cartografico di Andrea Pinotti e Antonio Somaini in Cultura visuale. Immagini, sguardi, media, dispositivi (Einaudi, 2016) – ma che ha via via raccolto e convogliato, in pagine sempre dense e spesso anarchiche, le riflessioni e gli stimoli di altri autori e discipline che hanno fatto teoria delle immagini.

La seconda parte del dittico, Sfondi, chiarisce proprio la genesi di un punto di vista così plurale come quello di Mitchell. Una pluralità che ha origini nelle radici più profonde del pensiero dell’autore, arrivato all’iconologia da un percorso obliquo che egli stesso riassume, in un paragrafo che traccia l’intera parabola del suo lavoro: “dal momento che io ero giunto allo studio della storia dell’arte dalla sfera della letteratura e della teoria letteraria, spronato da un interesse generale per la teoria da una parte e da un interesse specifico per l’arte composita del pittore-poeta William Blake dall’altra, mi sembrava sempre più ovvio che la materia effettiva del mio lavoro dovesse essere la relazione tra diversi media, forme artistiche, modalità sensoriali e codici di significazione, così come quella tra le discipline impegnate nel loro studio” (“Estetica dei media”).

Lo sguardo di Mitchell si forma da subito sull’“arte composita” di Blake, al tempo stesso poesia, pittura (illustrazione?) e grafica (calligrafia?), diventando da subito l’evidenza di un’irriducibile commistione, quella tra testo e immagine – la madre, per l’autore di Iconology (1986) e di Picture Theory (1994), oltre che di What do pictures want? (2005), di tutte le commistioni tra media.

William Blake, Jerusalem, Plate 4, Chap. 1, 1804-1820

Dove comincia la scrittura? Dove comincia la pittura?” era già la domanda di Barthes che si interrogava sulla poesia figurata giapponese, e la stessa domanda sui confini tra i linguaggi, cambiando volta per volta oggetto, è quella che si ripete implicitamente Mitchell, ragionando sui media che sono l’ambiente naturale in cui vivono e proliferano le immagini. Ambienti o situazioni, più che dispositivi, sottolinea Mitchell (in “Estetica dei media”, ancora) e come tali capaci di fare da sfondo (ancora una volta, questa parola) a più modalità sensoriali, che spesso si innestano le une sulle altre.

Non esistono media puramente o esclusivamente visivi, né compartimenti stagni nella linea d’evoluzione temporale dei media. La ri-mediazione, che rilegge continuamente forme e linguaggi, propone e ripropone le forme mediali del passato in nuove forme, con il risultato che in questo nostro mondo ipermediato dobbiamo costantemente farci i conti.

Anche per questo sfilano, nei saggi raccolti in questo libro, la fotografia e l’architettura, la street art e la scultura, il terrorismo come guerra alle immagini e la clonazione come eccesso di immagine – temi interconnessi tra loro, al cuore del volutamente ambiguo Cloning Terror (anche in italiano per La Casa Usher, 2012), che mette faccia a faccia il terrore della clonazione e la riproduzione incontrollata del Terrore.

Scienza delle immagini, dunque, pesca tra saggi ormai classici e già noti ai lettori anche in traduzione italiana (grazie al lavoro degli editori Duepunti prima e Raffaello Cortina poi) e nuovi contributi, tra i quali spiccano il già ricordato contributo sull’estetica dei media e un saggio sull’immagine digitale, tema quanto mai urgente – e non solo nell’agenda della visual culture.

Ed è proprio “Realismo e immagine digitale” a introdurre per la prima volta l’immagine dell’immagine di Sekula e a offrirla al lettore come una metapicture del discorso che lega insieme i saggi della raccolta.

La fotografia cattura una doppia apparizione, una cosa reale e la sua impressione, quest’ultima rivelata da un leggero spostamento dell’oggetto che espone la sua traccia o immagine postuma. È una ‘stampa a contatto’ che esemplifica il doppio carattere indessicale e iconico dell’immagine fotografica stessa, che produce significato attraverso la sua somiglianza formale e il suo status di traccia materiale simile a un’impronta. […] Dunque, nonostante la sua collocazione nel mondo completamente artificiale di un cantiere navale moderno, essa ci ricorda che l’immagine è un fenomeno che attraversa i confini tra natura e cultura, tra i processi fisico-chimici di natura non umana e le creazioni dell’uomo”.

Presenza contemporanea di due apparizioni, quella di una cosa reale, la chiave inglese, e quella della sua evanescente impronta, la fotografia di Sekula è lì per ricordarci le molteplici nature delle immagini.

Ancora di più, il doppio profilo della chiave inglese, che scopriamo solo grazie al suo spostamento (non sappiamo quanto fortuito o quanto opera di Sekula, ma in fondo non è questo che ci interessa), è lì per introdurre, sin dalla copertina, il tema più profondo del libro, che corre sotterraneo lungo i due dittici: quello del confine e della sua continua messa alla prova del confine.

Fenomeni che attraversano i confini” sono infatti le immagini, oggetti materiali e tangibili ma allo stesso tempo molto più di questo, capaci di migrare, trasformarsi e circolare liberamente, attraverso lo spazio e il tempo – come la dialettica tra image e picture ricorda e come, prima ancora, testimoniano Aby Warburg e il suo Atlante.

Ed è al centro delle attenzioni di Mitchell anche il confine tra discipline, che stimola frizioni (quando non attriti) tra iconologia e storia dell’arte da una parte e semiotica, sociologia dei media, e cultural studies dall’altra – confine già sfidato da chi, come e prima di Mitchell, ha provato ad allargare le maglie dell’iconologia e della storia dell’arte e a prolungarne lo sguardo al di là dell’opera d’arte canonica, come Hans Belting, James Elkins e Svetlana Alpers.

Tuttavia, all’origine della decisione di Mitchell di aver messo insieme, a dialogare tra di loro, questi saggi e non altri sta un’altra riflessione su un altro confine, quello più importante: quello tra scienze dure ed esatte e scienze “molli”, ovvero tra le immagini come fondamento della conoscenza scientifica e le immagini come oggetto di indagine per le scienze umane.

Nella consapevolezza che né le prime né le seconde possono fare a meno delle immagini, la scienza dolce che Mitchell immagina in dialogo tra i due approcci proclama l’esigenza di guardare alle immagini – e a tutte le immagini, senza distinzioni – in modo scientifico e qualitativo insieme. Senza dimenticarsi di noi che le guardiamo, prestando anzi “la stessa attenzione all’osservatore e all’osservato, al soggetto e all’oggetto”.

L’ultimo confine da indagare, allora, corre proprio tra (e dentro) le immagini, tra quelle che – semplificando molto – ci ostiniamo ad ascrivere al regime dell’autentico, come la fotografia analogica, e quelle che tacciamo di manipolazione, come le immagini digitali; tra le arti che consideriamo puramente visive e quelle che invece riconosciamo come ibride, composite.

Siamo proprio sicuri, provoca Mitchell, che certe immagini scientifiche capaci di farci vedere l’invisibile non abbiano nulla a che vedere con la manipolazione, nel momento in cui ci offrono un “guadagno di realtà”? Perché sembriamo preoccuparci più dell’aderenza delle immagini digitali al loro oggetto e non delle nuove possibilità di controllo sulla produzione e sulla circolazione delle immagini che il digitale offre? E ancora: perché non parlare anche di migrazione – e di clandestinità – delle immagini, oltre che di circolazione?

Ora più che mai, più o meno implicitamente – ora che il livello delle immagini che ci sommerge sale sempre più velocemente giorno dopo giorno – siamo consapevoli che nessun occhio è innocente, e che quello che vediamo in realtà contribuiamo a costruirlo.

E se l’occhio ci scandalizza” dice Mitchell, “dovremmo trovare qualcosa di più interessante da fare che cavarlo e gettarlo via”. Tocca esplicitare il passo successivo, per la scienza dolce delle immagini: non soltanto la visione è socialmente costruita e situata, ma è anche la costruzione del nostro vivere sociale a essere sempre più visuale. Produciamo senza posa discorsi, istituzioni, azioni, e immagini. Viviamo nelle immagini, con le immagini, grazie alle immagini.

Circola nelle sale, in questi giorni, un film indipendente, vincitore della 33a Settimana Internazionale della Critica all’ultimo Festival del Cinema di Venezia. Still recording di Saeed Al Batal e Ghiath Ayoub – di cui scrive, molto bene, Marco Sottoriva su Fata Morgana – racconta la guerra in Siria attraverso gli occhi e la macchina di presa dei due protagonisti, militanti nelle file della resistenza. Uno di loro insegna cinema a chi come lui ha il desiderio di contribuire alla causa documentando quanto accade. “C’è una citazione che mi piace molto”, dice Saeed ai suoi studenti: “l’immagine è l’ultima linea di difesa contro il tempo”.

E l’immagine è anche campo di battaglia, stretta tra le riprese ufficiali della tv di stato che negano i massacri e i militanti che comunicano con la popolazione attraverso scritte e murales. Come a dire: le figure cui affidiamo la nostra testimonianza oggi – con una cinepresa, su un muro, su un manifesto – ci sopravviveranno. Anche se tra le macerie, potranno fare da sfondo all’agire di domani.

W.J.T. Mitchell

Scienza delle immagini. Iconologia, cultura visuale ed estetica dei media

Johan & Levi

pp. 276, euro 27

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