Gli errori di Marx

Questo testo è un estratto della relazione che verrà presentata mercoledì 28 novembre 2018 nell’aula delle lauree di Scienze Politiche dell’Università Sapienza di Roma nell’ambito del convegno Marx e la critica del presente.

Rino Genovese

Gli errori di Marx hanno senso solo all’interno del marxismo. Ma sappiamo che lo stesso Marx aveva detto: “Io non sono marxista”. Dunque, rompicapi come la tesi dell’impoverimento crescente secondo cui il salario medio dell’operaio non avrebbe fatto che diminuire, la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, la contraddizione tra lo sviluppo delle forze produttive e i rapporti di produzione, o, più in generale, la teoria della crisi capitalistica come momento catastrofico topico, sono da considerarsi alla stregua di ferrivecchi. Se non si è marxisti, e quindi non si ritiene che quella di Marx sia una scienza che debba avere un carattere predittivo, gli errori di Marx non esistono più. Oppure ce n’è uno soltanto: avere presentato la sua critica dell’economia politica come una scienza sul modello delle scienze naturali, mentre a una teoria sociale critica non si richiede di formulare previsioni ma di aprire spazi di visibilità sul presente storico, cioè sul proprio presente. E questo Marx seppe farlo in maniera incomparabile. Resta allora il valore di una posizione teorica che tuttavia s’inserisce, pur con una sua notevole complessità e specificità, nella linea del socialismo utopico, da lui criticato come utopistico in senso deteriore, astratto, perfino reazionario, ma in realtà l’unico pensiero del socialismo che sia mai esistito.

Del resto nel caso della filosofia in genere, e delle teorie sociali in particolare, sarebbe un errore parlare semplicemente di “errori”. Che cosa si sforzano di pensare, che cosa mettono in luce queste teorie? Ecco la domanda che bisogna porsi. Quale dunque l’impensato che Marx ha cercato di pensare? La risposta, per dirla in modo molto rapido, è la seguente: ha cercato di pensare lo sbocco utopico – il salto dalla “preistoria” alla “storia” – come il risultato pressoché necessario di qualcosa che il capitalismo genera da sé, dal proprio interno: cioè come il risultato della lotta di classe proletaria, che per lui è qualcosa di oggettivo, di obiettivamente endemico, radicato nel contrasto d’interessi dato dalla compravendita della forza-lavoro, ma che può svilupparsi fino al rovesciamento dell’ordine capitalistico.

In questa concezione della lotta di classe è contenuta una critica della politica. La politica, in un certo senso, è sempre “dall’alto”, soltanto la lotta di classe proletaria può farne saltare il carattere separato dal resto della società. Qui, come altrove, Marx si trova a essere anticipatamente un critico di quella differenziazione funzionale tipicamente moderna teorizzata dalla maggior parte dei sociologi a lui successivi. L’idea che ciascun ambito funzionale – la politica, l’economia, la religione, ecc. – abbia nella modernità il suo posto assegnato come un compartimento specialistico, non potrebbe conciliarsi con una critica sociale che vede l’economia farla da padrone invadendo tutte le sfere della vita, o che, illuministicamente, punterebbe alla dissoluzione della religione in quanto inganno perpetrato ai danni delle masse.

Marx, per usare un’espressione che potrebbe apparire troppo tecnica, è un de-differenziatore o, si potrebbe dire, un ibridatore delle sfere sociali a partire dalla lotta di classe, che lui vede come un acido capace di sciogliere l’impasse in cui si è cacciata, dopo le speranze indotte dalla Rivoluzione francese, la società “borghese” con le sue istituzioni bloccate. In altre parole, un rivoluzionamento ulteriore, aperto allo sbocco utopico, consisterebbe in una ridistribuzione generale delle carte che, con il porre fine allo sfruttamento e all’oppressione, vedrebbe profilarsi una nuova organizzazione sociale in cui la politica, come del resto l’economia, tenderebbe a essere riassorbita nel tutto.

Con il senno del poi, possiamo sia riconoscere come la proposta utopica marxiana abbia ai suoi tempi contribuito fortemente allo sviluppo di qualcosa di molto concreto come il movimento operaio, sia come oggi essa possa essere ripresa in quanto indicazione di una de-differenziazione di segno contrario rispetto a quella che abbiamo sotto gli occhi, nell’epoca di un’economia sempre più astratta e finanziarizzata e di un depotenziamento dello spazio della politica. Infatti, o c’è il conflitto sociale dispiegato (come potremmo chiamare, in un’accezione più ampia, la marxiana lotta di classe dopo il tramonto del “proletariato rivoluzionario”), che rimodella i soggetti confliggenti nel corso stesso del conflitto, o c’è la perpetuazione dell’impasse dell’Occidente moderno in cui è implicito un suo lento ma inesorabile declino. È questa la drammatica alternativa che il Novecento ci ha lasciato in eredità. Il che poi significa: come riattivare l’utopia senza la presunta scienza marxiana? Come riaprire la prospettiva di un socialismo possibile dopo gli orrori e il fallimento di quello realizzato?

Una risposta a “Gli errori di Marx”

  1. Gent.mo, ….
    “il salario medio dell’operaio non avrebbe fatto che diminuire”…

    Quale operaio? Senza un ( … pur delineato a tratti … ) contesto storico e soprattutto GEOGRAFICO … di quale operaio nel 2018 si sta parlando?
    Quello dell’Open in Germania …. un edile regolare di Londra … un ferroviere di Francia … un autista di autobus … in Australia o di Pechino … un minatore spagnolo, un portuale di Genova o di New York o … . La situazione nel 2018 delle MOLTITUDINI, a scala planetaria, che vendono la propria forza-lavoro al “Capitale” .. immaginando di …. guardare …. il pianeta Terra dal suo satellite ..la Luna è…. multiforme e stratificata ;
    ci sono milioni di individui che vendono (..cercano di vendere ..)
    la propria forza-lavoro … ( per brevità potremmo classificarli … all’interno … non tanto dell’esercito industriale di riserva che fascia le metropoli capitalistiche europee e non solo …. ma le moltitudini proletarie ESTERNE alle metropoli eurostatunitensi enon solo …. ) che mensilmente vivono con MOLTO meno di € 300.
    Cordialmente.

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