Monte Athos, il socialismo delle distanze

Marco Dotti

L’irriducibile a sé. Forse proprio questo affascina del vivere assieme: una prossimità, un’intimità, un contatto ma soprattutto un ritmo si fa spazio, fra uomini e cose.

Un ritmo che non produce distanze, ma crea differenze. E rende l’altro quello che, semplicemente, è: altro.

Per cercare di districare la matassa del convivere, indagando forme che vanno dal falansterio al sequestro di persona, dal vivere in un hotel cinque stelle all’essere reclusi nella propria stanza o ridotti alla fame nel deserto, Roland Barthes, che il 14 maggio1976, su proposta di Michel Foucault era stato eletto al Collège de France, ripescò dal dizionario una parola dal sapore antico, idiorrythmie.

Lo spunto gli venne dalla lettura di un lavoro dello scrittore Jacques Lacarrière che, accennando alle comunità presenti sul Monte Athos, distingueva le classiche comunità cenobitiche dove pasti, lavoro e preghiere si compivano assieme, da quelle che chiamava, appunto, comunità idiorritmiche. In esse ogni cosa era modulata sul ritmo individuale, salvo la preghiera notturna. La comunità era retta dall’idiorritmo.

La «santa Montagna», scriveva Lacarrière, ha «suscitato un genere di vita particolare». Un genere di vita conforme a un – qui è Barthes a parlare – «socialismo delle distanze». E delle differenze.

Non è un caso, dunque, se indagando il tema del Come vivere insieme – questo il titolo del corso che tenne, dopo l’inaugurale e celebre Lezione, al Collège da gennaio a maggio del 1977– Barthes dedica gran parte della propria riflessione proprio alle comunità athonite.

Il filo di questo discorso è ora ripreso da Lucio Saviani che a un attraversamento, al contempo teologico e filosofico, di queste comunità ha dedicato un prezioso volume, Monte Athos. Il cielo in terra, esperienze della filosofia (prefazione di Predrag Matvejević, fotografie di Oliviero Olivieri, Sossella editore, pagine 122, euro 20).

Quaranta chilometri di terra e silenzio compongono la repubblica monastica del Monte Athos. A Marco Polo che ne lambiva la penisola, dissero che là vivevano i discendenti degli antichi filosofi greci. Si riferivano all’esicasmo, rimarca Saviani, la tradizione spirituale fondamentale dell’oriente cristiano, la preghiera del cuore. E con l’esicasmo, si apre il grande tema dell’esichìa, vero filo rosso del libro, «che significa al tempo stesso pace e lotta interiore, silenzio e preghiera ininterrotta».

Esichìa, leggiamo nella Filocalìa, raccolta di testi dell’ascetica d’Oriente, è «recisione dei mali. Se poi si aggiungono le quattro virtù cardinali, insieme con la preghiera, non vi è aiuto più rapido per raggiungere l’impassibilità».

A partire dalla ricerca di un idiorritmo vissuto e di un’impassibilità raggiunta con esercizio e grazia, Saviani svolge la propria indagine sull’Athos trattando la filosofia come disciplina esperienziale, come un forma e modo di vivere. L’Athos è un punto critico di questo percorso. Un punto di snervamento, ma talmente carico di vite ed esperienze, che per procedere oltre il quale lo stesso procedere filosofico deve essere pensato altrimenti.

A contatto con l’incredibile stratificazione spirituale dell’Athos, da Occidente non possiamo che strappare minuscoli frammenti di senso e, inevitabilmente, mondanizzarlo. Ma la mondanizzazione, sembra in qualche modo suggerire il volume, finisce per coincidere con una forma di monachesimo interiorizzato, non troppo dissimile da quello idiorritmico predicato, in tempi recenti, da Pável Nikoláevič Evdokímov.

Rhytmos, osservava d’altronde Barthes, rimanda a qualsiasi oggetto che implichi movimento: «drappo della veste, tratto della penna, instabilità dell’umore». Richiama la veste monastica e il suo flusso. E col flusso, ecco la grazia. Il respiro. E qui, giustamente, Saviani ricorda le parole di Evagrio Pontico, asceta del IV secolo, quando insegnava che «monaco è colui che, separato da tutti, è unito a tutti. Monaco è colui che si considera uno con tutti perché continuamente gli sembra di vedere se stesso in ciascuno».

La filosofia come pratica monastica, dunque? Come capacità di universale differenza? Di certo, così intesa, è pratica idiorritmica (e non parresia; dire il vero a sé, non dirlo e basta; ma su questo tema, che distingue Barthes dall’ultimo Foucault, si aprirebbe uno scenario troppo vasto) che trova nell’archetipo monastico un suo punto di massima intensità.

L’archetipo monastico, calato in un tempo e in contesti di pretesa secolarizzazione, d’altronde ci induce a guardare il mondo con tre occhi: quello dei sensi, quello della mente, quello della fede.

Questi occhi, spiegava Raimon Panikkar, ci danno una visione non deformata della realtà solo se li teniamo tutti, contemporaneamente, aperti. Umile compito della filosofia è – forse – null’altro che evitare che, in balia del contingente, uno, due, tutti questi occhi finiscano per ripiegarsi su di sé, incapaci di cogliere il ritmo del mondo, le sue infinite differenze.

Lucio Saviani

Monte Athos. Il cielo in terra, esperienze della filosofia

Prefazione di Predrag Matvejević

Fotografie di Oliviero Olivieri

Luca Sossella editore

pp 122, euro 20

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2 risposte a “Monte Athos, il socialismo delle distanze”

  1. Sulla necessità di ricongiungere questi 3 occhi occorre insistere davvero oggi più che mai dilaniati come siamo da una tremenda cozzaglia di opinioni scambiate per verità. Bella recensione…l

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