Cinquant’anni di arte e performance site-specific custoditi nell’Archivio Demarco

Tadeusz Kantor, The Water Hen, 1972, Forresthill Poorhouse, Courtesy of Demarco European Art Foundation & Demarco Digital Archive, University of Dundee

Marilena Borriello

Nel 1981, in occasione dell’esposizione The Avant-garde in Europe 1955-70 (Scottish National Gallery of Modern Art di Edinburgo), tra le opere in mostra vi era A New Beginning is in the offing, una porta grigia fatiscente illuminata alla base da una luce rossa e ricoperta in parte da manifesti lacerati. Molti sanno che quell’opera (attualmente parte della collezione del New National Museum di Berlino) fu realizzata da Joseph Beuys, ma pochi forse conoscono la storia di quella porta e del vecchio edificio da cui è stata sradicata. Per comprenderne il senso occorre varcare quella soglia a ritroso e attraversare la densa storia di un’istituzione d’arte tra le più longeve e purtroppo poco conosciute in Europa.

L’istituzione in questione è la Demarco European Art Foundation (Edinburgo) nata dalla volontà di ferro e dalla genialità di Richard Demarco, un italo scozzese la cui sincera passione per l’arte ha reso possibile, in più di cinquant’anni, una rete di connessioni oggi forse irrepetibile. La sua tenacia gli ha consentito di abbattere qualsiasi forma di barriera - linguistica, culturale, geografica - e di attraversare innumerevoli volte la cortina di ferro alla ricerca dell’Arte, in anni politicamente ostili. Così facendo ha costruito una storia ricca di performance ed eventi teatrali unici nel loro genere, mostre ed esposizioni sperimentali, conferenze storiche, lezioni di arte e performance organizzate sul veliero ‘Marques’ (Experimental Summer School of Visual Art and Performng Art) circumnavigando l’Inghilterra e collaborazioni tra gli artisti più importanti, come quella tra Joseph Beuys e Tadeusz Kantor.

Nelle vesti di ‘produttore di cultura’- o meglio di insegnante, come lui preferisce definirsi - Demarco ha iniziato la sua inarrestabile attività nei primi anni sessanta, credendo fermamente nel valore sociale dell’arte e nel suo potere di lenire e curare le ferite ancora profonde di una guerra tanto assurda quanto inspiegabile.

La ricchezza di aneddoti ed eventi di questa fondazione rende piuttosto difficile sintetizzarne la storia, ma la vera difficoltà è circoscriverne i confini. L’attività di Demarco potrebbe essere infatti definita come la celebrazione del concetto di Arte nell’accezione più completa e pura - quasi sacra - del termine, e cioè un’arte senza limiti né geografici né di genere.

Open Air Sculpture, 1967, Courtesy of Demarco European Art Foundation & Demarco Digital Archive, University of Dundee

La sua storia ha inizio nel 1963 con la fondazione del Traverse Theatre che non fu semplicemente un teatro, ma un centro artistico d’avanguardia la cui programmazione univa con disinvoltura eventi di performance art, teatro sperimentale e arte contemporanea. Nel 1966 viene fondata la Demarco Gallery che divenne erede di questa identità ‘non-programmatica’. Con sede in un’abitazione di quattro piani nel centro della città, la galleria permise al suo fondatore di introdurre a Edimburgo uno spirito internazionale che avrebbe dato alla nuova generazione di artisti locali la possibilità di misurarsi con i grandi nomi del panorama artistico mondiale. In quegli anni infatti Demarco intensificò il suo impegno nel tessere rapporti non solo con gli Stati Uniti, la Germania, la Polonia, la Romania ma anche con l’Italia, creando una rete importante di rapporti con il nostro paese al punto da indurre l’Università di Dundee, nel 2008, ad avviare un progetto di ricerca - un interesse che oggi dovrebbe essere proseguito da una nostra università. Basta ricordare l’esposizione del 1967, New Realists, che Demarco organizzò in collaborazione con la Galleria Nazionale d’Arte Moderna invitando a esporre Alberto Burri, Piero Manzoni, Lucio Fontana. Demarco ha inoltre collaborato con Enrico Baj, Jannis Kounellis, Mario Merz, Fabrizio Plessi, Ugo Mulas. Con ‘La Zattera di Babele’ di Carlo Quartucci e Carla Tatò, nel 1989, realizzò sull’Isola di Inchcolm (Firth of Forth) una versione outdoor di Macbeth in inglese e italiano.

L’obiettivo della Demarco Gallery era dunque capovolgere a Edimburgo il prototipo delle gallerie commerciali ormai troppo simili a quelle in Bond Street e Cork Street, i quartieri posh di Londra. Sfidare l’idea convenzionale sia di arte sia di ‘spazio per l’arte’ fu inevitabile e uscire dai cosiddetti ‘luoghi deputati’ divenne dunque un imperativo categorico. Molti degli eventi della Demarco Gallery ebbero luogo non a caso presso alcuni spazi dell’Università di Edimburgo, come la David Hume Tower o la Morton House la cui architettura gotica e misteriosa contribuì a intensificare il valore comunicativo dell’operazione culturale di Demarco. Altri eventi, invece, furono dislocati per la città, arricchendo il programma dello storico ‘Edinburgh International Festival’. È il caso, per esempio, di Open Air Sculpture del 1968 (a cui vi presero parte Stuart Brisley, Laurence Burt, John Connolly, John Dee, William Featherston, David Gilbert, Ron Haselden, Tom Hudson, Jake Kempsell, William Landles, Fenwick Lawson, Tam MacPhail, Denis Mitchell, Edgar Negret and Julian Snelling) e di 16 Industrial Scarecrows del 1970 (Savid Tremlett), due interventi site-specific realizzati sul tetto degli storici magazzini Goldberg’s Stores.

Su queste premesse fu organizzato, nel 1970, Strategy: Get Arts (SGA, il titolo palindromo fu suggerito dall’artista André Thomkins), un evento storico che riunì a Edimburgo trentatré artisti, molti dei quali provenienti da Düsseldorf e vicini al movimento Fluxus. Il centro delle loro azioni fu ancora l’Edinburgh College of Art; Blinky Palermo, Gerard Richter, Bernard Becher, Claus Böhmler, Doroty Iannone, Sigmar Polke, Joseph Beuys - solo per citarne alcuni - vi realizzarono degli eventi effimeri, delle performance site-specific che diventarono, inoltre, degli importanti spunti didattici. In quella occasione, Günther Uecker realizzò, per esempio, in collaborazione con il compositore Friedhelm Döhl Sound-Scene, un concerto di musica elettronica incorniciato da un’installazione in nylon (‘cloth sculpture’) tipica di Uecker. Per il suo carattere sperimentale, SGA può essere annoverato tra i progetti espositivi più significativi di quell’epoca. Come per Harald Szeemann con When attitudes become Forms (1969), Richard Demarco ha contribuito a costruire un nuovo approccio - diremmo oggi - ‘curatoriale’ basato non tanto sull’esposizione di un oggetto artistico, ma sulla stretta collaborazione tra artista e ‘curatore’. Il fine era creare un evento in grado di sfruttare e allo stesso tempo amplificare ‘l’estetica dello spazio’.

La partecipazione di Joseph Beuys ha contribuito, in modo considerevole, a rendere storico SGA. Richard Demarco decise di coinvolgerlo dopo averlo conosciuto a Kassel in occasione di Documenta IV (1968), dando inizio, inconsapevolmente, a una grande amicizia e proficua collaborazione artistica. Per Beuys, l’esperienza di Edimburgo oltre ad essere stata la sua prima volta in un paese europeo anglofono rappresentò una parte importante della sua carriera. Il punto di incontro tra i due fu l’amore profondo e viscerale di Demarco per la sua terra di adozione, la Scozia, e il mondo mitico di Fingal e suo figlio Ossian. Celtic (Kinloch Rannoch) Scottish Symphony (CKRSS) fu la performance site-specific di sei giorni che Beuys, in collaborazione con il compositore Henning Christiansen, creò appositamente per l’evento.1 Per ammissione dello stesso Demarco, quell’incontro ebbe un impatto profondo sulla sua vita, contribuendo ad alimentare l’idea di arte come strumento di educazione etica prima ancora che estetica.

Dal 1968 Demarco attraversò la cortina di ferro innumerevoli volte, convinto da Beuys sulla necessità di viaggiare e aprirsi verso l’Europa dell’Est. Durante uno di quei viaggi conobbe Tadeusz Kantor che, come Beuys, divenne un importante amico e punto di riferimento. In circa venti anni di collaborazione, insieme organizzarono eventi storici. Tra quelli sono da ricordare le due storiche performance: La Poule d’eau (1967) e Les Mignons et les Guenons (1972). L’economia di spazio di questo articolo non consente, purtroppo, di approfondirne il valore estetico. Tuttavia, è indispensabile rimarcare che Kantor prima di arrivare a Edimburgo con la sua compagnia, Cricot 2, chiese espressamente a Demarco di trovare un luogo in grado di rispondere alle esigenze espressive delle due performance, dunque di rispettare la sua idea di ‘Spazio Teatrale’, uno dei concetti cardine dell’estetica kantoriana, purtroppo scarsamente indagata. Demarco, seguendo quelle indicazioni, suggerì un luogo insolito e diverso da quelli usati precedentemente, uno spazio denso di storia, di memoria e dolore. Entrambi gli eventi ebbero luogo, a distanza di un anno, presso la Forresthill Poorhouse, un ospedale costruito all’inizio dell’800 per accogliere malati terminali di tubercolosi. Chi vi entrava, come Demarco tiene a rimarcare, non aveva alcuna speranza di uscirne. Da quel momento quell’edificio fatiscente e destinato a rimanere nell’oblio assunse un’importanza nodale tanto da accogliere molti degli eventi organizzati da Demarco a Edimburgo: tra questi la conferenza Black and White Oil Conference (1974), tenuta dall’architetto, filosofo e designer Buckminster Fuller.

Nel 1981 parte di quell’edificio venne abbattuto. Prima, però, di chiudere questa parentesi storica, Joseph Beuys, con l’aiuto di Dawson Murray and George Wyllie, chiese di poterne rimuovere la porta. Sulla superficie vi era ciò che rimaneva dei manifesti degli eventi di Tadeusz Kantor, della performance di Beuys I like America and America Likes Me e della storica conferenza con Buckminster Fuller. Quella porta - immagine totemica e simbolo dell’Archivio Demarco - fu ribattezzata dall’artista tedesco A New Beginning is in the offing, in coerenza con la sua idea di scultura sociale. Per Beuys chiunque era un artista per il semplice fatto che il fine dell’arte è innescare un processo evolutivo, dare forma ai pensieri prima ancora che alla materia. La porta della Poorhouse allora era diventata un monito per ricordare e affermare che «nessuna opera varrà mai la pena di essere realizzata se il nostro sguardo e la nostra mente sono rivolti e focalizzati lì, dove il cielo e la terra si incontrano. Perché un’opera abbia realmente senso occorre invece guardare al di là dell’orizzonte, spingersi oltre i limiti di ciò che possiamo vedere e concepire con la nostra mente. È necessario varcare la soglia».

Il valore dell’Archivio Demarco è inestimabile e i documenti che vi sono conservati sono di assoluta rarità. Consultarli significa tenere viva la memoria di eventi unici, ma anche ricordare che l’arte può ancora avere un fine etico. Demarco vi ha fermamente creduto sin dall’inizio della sua avventura. Del resto, come lui stesso tiene a puntualizzare, quello di Beuys e Kantor non fu semplicemente l’incontro di due geni, ma di due paesi, la Germania e la Polonia che simbolicamente rimarginavano e curavano le ferite ancora profonde di una guerra crudele e insensata.

1 Alla performance Celtic (Kinloch Rannoch) Scottish Symphony (CKRSS) furono aggiunti altri due eventi satellite : Arena, un intervento inedito, creato appositamente per l’occasione, consistente in centinaia di foto che immortalavano le attività dell’artista sino a quel momento ; Pack, (1969) la celebre installazione, oggi alla Tate, costituita da un furgoncino volkswagen e da ventiquattro slitte simili a un branco di cani.

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