Rifugiati o migranti? L’esodo centroamericano, riflessioni sulle cause che spingono migliaia di persone a lasciare il loro paese

Foto di Alfredo Durante

Virginia Negro e Luigi Achilli

La storia del camminare non è solo quella idiosincratica del vagabondare e dello spleen parigino tra i boulevards. Oggi è una storia che si incarna in migliaia di corpi che diventano una straordinaria dichiarazione di speranza davanti alla intollerabilità del mondo.

La loro marcia assume l'imprevedibilità del futuro e il loro camminare è il segno di questa apertura verso ciò che può ancora succedere, con la convinzione di avere la possibilità di giocare un ruolo, e che le imperfezioni e complessità del passato si possano trasformare in qualcos’altro. Un linguaggio emotivo che precede il pensiero, nelle immagini delle migliaia di centroamericani che insieme riescono ad abbattere le contenzioni delle frontiere. Hanno deciso di partire, di chiudere la porta di casa ed iniziare una lunga camminata, passando per altre vie, finestre, respirando forte come succede quando la decisione è importante.

È l’eterna battaglia umana che si consuma tra l’intollerabilità del mondo e la sua elusiva bellezza. La tangibilità di una massa di corpi crea un’alternativa alla trascendenza dei discorsi, che si ascolta come in lontananza. Corpi incrostati nel continuo emergere degli eventi, nella rete delle pratiche sociali, dello stato e dell’economia che abitano. Corpi sedimentati nella storia, ma che si costruiscono sul rifiuto di quelle stesse norme e tradizioni, corpi che si aprono alla vulnerabilità estrema del viaggio, della canicola, della sete, della fame e della stanchezza, dell’incertezza. L’intersezione di queste vite è un esperimento di libertà che sale in superficie pretendendo un riconoscimento e il posto migliore per iniziare a celebrare la vita è da sempre il nostro corpo, così aperto al cambiamento. Ma anche così vulnerabile al mondo che può ferirci, in alcuni casi anche mortalmente.

In queste ultime settimane migliaia di honduregni, a cui si sono aggiunti salvadoregni nicaraguensi e guatemaltechi, si sono organizzati in questa storica marcia; il loro destino sono ancora gli Stati Uniti, anche se la folla che ha sfondato le recinzioni dei due ponti di confine tra il Guatemala e il Messico a Tecún Umán non anela il sogno americano ma sta semplicemente reagendo alla insopportabile realtá del loro paese d’origine. Nel Centro America di oggi la guerra è un modello economico dipendente dal mercato transnazionale che ha portato a una disegualità estrema, a essere quello che lo scrittore uruguayano Eduardo Galeano chiama le vene aperte dell’America Latina. Aperte al modello estrattivo, alla violenza de las maras, al saccheggio delle terre da parte dell’agroindustria, alla annosa corruzione del sistema politico che ha portato a una situazione invivibile per la grande maggioranza della popolazione.

Foto di Alfredo Durante

I centro americani non sono i soli a camminare la via crucis del migrante. Dallo scoppio del conflitto siriano, si stima che milioni di persone abbiano abbandonato le loro case. La distruzione deliberata delle infrastrutture civili, il bombardamento di scuole e ospedali, il massacro continuo di civili e la penuria di risorse primarie come cibo e acqua hanno costretto milioni di siriani a lasciare il loro paese di origine. Uno scenario desolante sembra così stagliarsi sullo sfondo di un’Europa che agli occhi dell’opinione pubblica pare sgretolarsi sotto il peso dei Siriani e altri richiedenti asilo provenienti da tutto il mondo. La minaccia di un’invasione non trova però riscontro nei grandi numeri, e ci si dimentica che l’Europa è grande e che solo una minoranza di questi sfollati è riuscita a dichiarare asilo nell’Unione Europea.

Anche se la maggior parte degli stati europei che ricevono i rifugiati siriani hanno firmato e ratificato la Convenzione del 1951, i diritti fondamentali dei richiedenti asilo non sono sempre rispettati; questo per diversi motivi: per la mancanza di denaro e di infrastrutture adeguate alla gestione di flussi di tale ampiezza, ma soprattutto per le strategie politiche opportunistiche di molti governi e partiti europei. E così, nel corso di questi ultimi anni, ci si è trovati ad assistere ad uno spettacolo desolante fatto di abusi e violenza sui rifugiati da parte di quelle autorità che ne dovrebbero garantire la sicurezza, ad attacchi con gas lacrimogeni e cannoni ad acqua per sfollare le masse di rifugiati che si accalcano ai confini europei e, in generale, al respingimento in massa di rifugiati alla frontiera. Appare evidente che l’Europa non riesce né a proteggere i richiedenti asilo, né a far fronte ad una massiccia crisi umanitaria e politica che mette in luce l’incapacità pressoché totale di rispettare i suoi stessi principi fondanti di umanità. Questa risposta viziata si spiega in parte con l’incapacità dell’opinione pubblica e di molti governi occidentali di comprendere le ragioni che inducono centinaia di migliaia di persone a intraprendere un viaggio pericoloso per l’Europa, fattori che li spingono ad investire tutti i loro risparmi per un cammino epico verso un futuro ignoto.

I diritti all’asilo di molte di queste persone sono ignorati con la pretesa che si tratta di migranti lavorativi, gente che non ha bisogno veramente di partire. Quello che si dimentica, tuttavia, è che la decisione di viaggiare non può essere ridotta all’interno della rigida dicotomia che frappone migrazione "forzata" a mobilità "volontaria". Cercare rifugio deve essere inteso come il risultato di un processo decisionale complesso motivato da una molteplicità di fattori, tutti però riconducibili alla volontà di vivere una vita dignitosa. Quello che i siriani, iracheni, pakistani e afghani hanno in comune con honduregni, salvadoregni, nicaraguensi e guatemaltechi è la necessità di muoversi per poter sopravvivere e vivere una vita dignitosa. Nel 2015 Barry Malone, giornalista di Al Jazeera ha riflettuto sul termine “migrante” concludendo: Noi [giornalisti] abbiamo lasciato che i vari governi, per motivi politici, non chiamassero queste persone per quello che sono: rifugiati. Non esiste nessuna “crisi dei migranti” nel Mediterraneo: solo un grosso numero di rifugiati che scappa da una condizione di miseria e pericolo inimmaginabili e un piccolo numero di persone che cerca di fuggire da quel tipo di povertà che porta alla disperazione. […] Per ragioni di accuratezza, il direttore di al Jazeera in inglese Salah Negm ha deciso che non useremo più la parola “migranti”, in quel contesto: quando sarà opportuno, invece, parleremo di “rifugiati”.

Foto di Alfredo Durante

L’ufficio per i Rifugiati delle Nazioni Unite, ACNUR, non smentito dalle autorità messicane, dichiara che le prime richieste di rifugio sono iniziate giovedì. Richieste che si sono moltiplicate per più di 11 in cinque anni nel paese, da 1.296 nel 2013 a 14.596 nel 2017, anche se i numeri delle risposte positivi sono solo 1.907, il 13%, dimostrando come le politiche nazionali siano inadeguate a comprendere il fenomeno nella sua complessità e siano focalizzate alla sicurezza in detrimento della protezione dei diritti umani fondamentali.

La politica messicana davanti a questo tanto imprevisto quanto straordinario esodo centroamericano sta rispondendo contraddittoriamente. Se il neoeletto Lopez Obrador, promette protezione e lavoro grazie a un programma di regolarizzazione attraverso il rilascio di visti lavorativi, contemporaneamente sul fronte è stato arrestato l’attivista Irineo Mujica, della ONG Pueblos Sin Fronteras, che da anni organizza le carovane che transitano da una frontiera all’altra del Messico. Una detenzione arbitraria che criminalizza chi difende i diritti umani, denunciano i vari centri di diritti umani presenti nel territorio, come il Fray Matias de Cordova e Voces Mesoamericanas, che stanno pretendendo il suo immediato rilascio.

I governi nazionali hanno il dovere di progettare le loro politiche migratorie partendo da una profonda riflessione sul diritto a migrare, sulla situazione geopolitica che ha creato un Nord e un Sud globale la cui relazione è di profonda dipendenza economica e che ha come conseguenza la nascita delle shithole countries, come le chiamò Trump, ovvero territori dove la vita è diventata un’esperienza intollerabile e il camminare una nuova strada un’impresa epica.

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