Il senso di possedere un passaporto fake

Tom Sachs , Swiss Passport Office,  2018 Courtesy Galerie Thaddaeus Ropac, London · Paris · Salzburg © Tom Sachs Studio 2018. Photo Mario Sorrenti

Cristina Zappa

L’ultima trovata dell’artista americano Tom Sachs, si svolge durante l’inaugurazione di Frieze 2018 a Londra: nel prestigioso address della Galleria francese Thaddaeus Ropac, ove vengono sfornate, a migliaia di burattini (“...streghe e briganti”, per dirla alla Walter Benjamin) ben 3000 copie di Passaporti Svizzeri. La pagina Instagram “Swisspassportoffice” alla fine delle 24 ore della performance bolle !

Sotto una pioggia scrosciante, vi sono lunghe code per accedere alla Galleria, che peraltro ha in corso una imponente retrospettiva su George Baselitz che pochi vanno a vedere: si ritira un numero per compilare un fake-form amministrativo, si pagano 20 euro per una finta tassa (e tutti posseggono pounds!), basta uno scatto fotografico (valgono anche le smorfie) fatto da un fotografo che usa una macchina assemblata con nastro adesivo, mentre finti burocrati, vestiti rigorosamente di nero, accolgono i richiedenti. Una grande stanza accoglie i 4 punti di smistamento, ove, dietro scrivanie raffazzonate (e incasinate), alcuni dirigenti battono a macchina dati anagrafici che neanche verificano, incollano foto con scotch trasparente, richiedono all’utente una carta di credito (che può benissimo essere la Oyster usata per i mezzi pubblici), che serve solo a appiccicare le foto. I funzionari si divertono a porre domande paradossali: dal numero di rapporti sessuali avuti nell’ultimo mese, alle preferenze erotiche, al numero di cani posseduti, al tipo di dieta, alle frequentazioni sportive...). L’ufficio dei burocrati è allestito con mobili farmacia in compensato, che contengono condom di diverse misure, una macchina fotocopiatrice è ricostruita accanto a un pendolo, con le fattezze del leone cinese arancio; sotto il grande camino vi è una piccola cassaforte di legno, la cui porta è aperta a lasciar intravedere pacchi di passaporti rossi non usati. Sopra il camino troneggia un enorme dipinto, tutto rosso, che raffigura la croce elvetica.

Tom Sachs, Swiss Passport Office, 2018, Courtesy Galerie Thaddaeus Ropac, London · Paris · Salzburg © Tom Sachs Studio 2018. Photo : Genevieve Hanson, 2018.

Non ci si mette in coda dopo uno sbarco , né per chiedere asilo politico, ma per ottenere il passaporto svizzero, uno dei più ambiti in epoca di Brexit , allorché declassificazioni europee e migrazioni ciclopiche avanzano. Il colore rosso (o bordeaux), è comune nei paesi dell’Unione Europea (Croazia esclusa). Anche la non-europea Svizzera ha scelto il rosso per il suo passaporto, seguendo il colore della sua bandiera nazionale.

La consegna di un passaporto dovrebbe dipendere da genuini legami di una persona con un Paese, non dalla grandezza del suo portafoglio” come afferma la politica lussemburghese Viviane Reding, in un momento in cui paesi come Cipro, Malta, Atene o la Repubblica Baltica vendono - anche per corrispondenza -, i loro passaporti, con annesse agevolazioni fiscali. La cittadinanza è uno degli elementi fondanti dell’Unione Europea e non dovrebbe essere messa in vendita.

Non credo nei confini internazionali, sono artificiali, creati da governi e cooperazioni di controllo” dice l’artista. E ancora:”Ho scelto il passaporto svizzero per la sua posizione prestigiosa nella comunità europea, e per me è il più ambito e importante del mondo”.

Nella messinscena di Sachs non c’entra il campanilismo, né l’attaccamento al proprio paese e alle proprie tradizioni: il passaporto in epoca di emergenza e globalizzazione estrema è un documento di riconoscimento che consente la libera circolazione, e l’artista ricompensa gli astanti in coda con il rilascio di uno dei passaporti più bramati (è anche il più difficile da ottenere!), al costo di pochi euro. Sono in molti ad aderire alla farsa: l’azione artistica sembra la chiamata ad una rivolta sommessa che biasima la politica europea e intende destabilizzare il sistema della mercificazione dei passaporti. E’ vero i tempi di attesa sono lunghi, possono accedervi bambini e cani, mentre l’artista seduto per terra si diletta a rilasciare autografi, cambiare la musica (a tutto volume) con Spotify, beve acqua e gli astanti mangiano panini e bevono birra, ma prevale il rimprovero per la perdita di senso di un documento che dovrebbe travalicare interessi politici, economici e fiscali.

Tom Sachs, Swiss Passport Office, 2018, Courtesy Galerie Thaddaeus Ropac, London · Paris · Salzburg © Tom Sachs Studio 2018. Photo : Genevieve Hanson, 2018.

L’artista si fa promotore di una accusa sociale, quella contro il mercimonio dei passaporti e le scorciatoie che eludono il Trattato di Dublino. Il bluff è reso anche in maniera cacofonica: la musica è altissima come il volume degli altoparlanti che rendono stridule le voci che ordinano le file e chiamano i numeri: una derisione in diretta che fa riflettere anche sulla sottomissione passiva all’ordine precostituito delle democrazie europee. Nessuno qui verifica la mendacità dei dati anagrafici: tutto è una buffonata: dimenticato il senso prioritario di appartenenza a un Paese prevale la valenza assunta dal passaporto quale anelito necessario per varcare i labili confini europei, a esaudire la ricerca di un rifugio all’interno della stessa Unione Europea che barcolla, sdoganando la Svizzera antieuropea.

E la conclusione della performance evidenzia il desiderio degli operatori di profilare le migliaia di partecipanti su Instagram, con un tag immediato al rilascio di ogni passaporto: una schedatura legittimata dal consenso per lo scatto -con il passaporto rosso in mano- che finisce sic stantibus sui social media.

Tom Sachs - Swisspassportoffice

Swiss Passport Office, 2018

Galerie Thaddaeus Ropac - Ely House

37 Dover Street - London W1S 4NJ

Dal lunedì al sabato 10 am - 6pm

Fino al 10 novembre 2018

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