Le nuove isole di utopia. Riace

Franciscu Sedda

Le città sono isole in mezzo alla corrente, ha ricordato di recente Arnaldo Bagnasco citando Hemingway (La Lettura, #358). E le correnti più forti che oggi attraversano queste isole, e come flutti del mare in tempesta paiono poterle sommergere, sono i flussi migratori.

Forse per questo Riace è diventata un luogo simbolo. Perché nel suo piccolo rappresenta una contemporanea isola d’utopia. L’utopia di un paese che fa ciò che le città hanno abdicato a fare: affrontare le correnti, trasformarle in energia. Utopia di un’isola in cui i flussi non soverchiano ma vivificano, non erodono ma completano, non distruggono ma nutrono. Un’isola al di là dei flutti. Quelli mortali e quelli minacciosi. Quelli del Mediterraneo. Quelli della xenofobia.

Da qui il fastidio di altri per Riace e per il suo uomo-simbolo, Mimmo Lucano. Il fastidio di chi del mondo che da sempre è e sarà “grande e terribile” non sa cogliere alcuna grandezza. Il fastidio di chi alimentando il senso di crisi perenne che alimenta le paure quotidiane alimenta infine il suo consenso, e non può dunque tollerare positivi contro-esempi. Il fastidio di chi non può tollerare isole-utopia ma solo distopie dell’isolamento. Il fastidio di chi pensa che le isole, con le loro sponde, non siano i luoghi più aperti al mondo ma quelli più facili da chiudere.

È chiaro che chiudere (con) l’esperienza di Riace, chiudere quest’isola-utopia, significa provare ad esorcizzare il problema dei flussi e ancor più le sue (mai facili) soluzioni.

Mentre una parte dell’Occidente continua a sognare i suoi atolli oceanici, in cui gli indigeni fanno i camerieri senza intralciare i tramonti da instagrammizzare; mentre ognuno si cerca i suoi caraibi low-cost, certamente esotici ma possibilmente non troppo; ecco che viene facile ignorare che anche gli altri hanno diritto a sognare. O fuggire.

Perché se è vero che ognuno ha il dovere morale di restare e lottare per cambiare i propri luoghi è altrettanto vero che ognuno ha il diritto esistenziale di partire. E di farlo prima che tutto sia perduto, prima che tutto – a partire dal futuro dei propri figli – sia definitivamente compromesso.

Da questo punto di vista il pericolo di affondamento delle isole oceaniche sotto i colpi del clima impazzito è come la scialuppa che Dio manda per la terza volta al naufrago nella barzelletta: il segno ultimo e più eclatante del fatto che molti stanno perdendo le loro “isole”. E che questo, piaccia o non piaccia, ci riguarda. Perché spesso ne siamo stati la causa. Perché in ogni caso ne sentiremo l’effetto.

Peccato che proprio come il naufrago della barzelletta molti, in Europa, non capiscono i segni del tempo, meteorologico e sociale al contempo. Non solo non salgono sulla scialuppa, non si mettono in cerca di nuove isole-utopia da fondare, ma addirittura pensano di respingere o affondare chi invece davanti al diluvio ha deciso sulla scialuppa di salirci su. Poi, impreparati ai vorticosi flutti prodotti dai flussi, pensano di risolvere le cose maledicendo, ad esempio, il migrante africano che, dopo le cicatrici del colonialismo e dell’imperialismo (con i doni avvelenati del fondamentalismo, delle dittature locali, delle guerre civili, della povertà in stile biafrano che prima ci commuoveva), decide, lui sì, di prendere un barcone.

Per andar dove? Verso altre isole. Verso qualche Riace d’Europa. O anche meno. Una qualunque città o stato europeo può comunque andar bene. I luoghi per noi meno scintillanti di un tempo, densi di sogni infranti e prosperità diseguali, per altri sono spazi brulicanti di ambigue e altrove inaccessibili opportunità di vita. O perlomeno di tentativi di sopravvivenza meno rischiosi di quelli nei loro luoghi di partenza.

Si possono anche chiudere i propri esperimenti d’utopia ma si rimane pur sempre l’isola utopica di qualcun altro.

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