Claude Debussy, armonia in grigio et in silenzio

Giorgio Villani

Da uno sguardo ai cartelloni dei nostri maggiori teatri d’Opera, nessuno si sarebbe accorto che quest’anno ricade l’anniversario della morte di Claude Debussy (1862-1918). Abbiamo visto Violetta morire una decina di volte, Tosca gettarsi nuovamente dagli spalti di Castel Sant’Angelo, Figaro beffare alle solite il conte d’Almaviva e Don José accoltellare, quando il bon ton lo permette, Carmen ma poco o per nulla la bella Mélisande perdere il suo anello nell’acqua. Si devono dunque ringraziare le sale da concerto e il Saggiatore per avercene ricordato. L’editore milanese ha, infatti, appena pubblicato Monsieur Croche. Tutti gli scritti, versione italiana della raccolta Monsieur Croche et autres écrits, curata da François Lesure nel 1987 per Gallimard. Le precedenti edizioni degli scritti di Debussy (a cura di Luigi Cortrese, Bompiani 1945 e a cura di Valerio Magrelli, Studio Tesi 1986, ripresa da SE nel 1999 e da Adelphi nel 2003), invece che al lavoro di Lesure, si rifacevano alla scelta compiuta dallo stesso autore che, col titolo Monsieur Croche, antidilettante, aveva visto luce nel 1921. Lì dalla gran messe d’interventi giornalistici erano stati tratti alcuni articoli monotematici, accuratamente disposti come filari d’alberi, qui si ha invece un bosco fronzuto. Se il libro del ’21 somigliava, insomma, a una galleria d’oggetti e ritratti, questo del Saggiatore rende agli scritti la loro forma primigenia di cronache musicali.

Più d’un passaggio opaco in questo arricchimento doveva mettersi pure in conto ma è un fatto scusabile a fronte delle screziature e delle illuminazioni che le vecchie pagine ricevono dalle nuove. Ad accostare i giudizi su Wagner e su Gluck, ad esempio, a quelli sulla grazia di Massenet e sulla musica francese del XVIII secolo, si nota come la polemica sull’ingerenza contemporanea della tradizione musicale tedesca abbia radice nella contrapposizione romantica fra clarté francese e metafisica germanica, così come era stata descritta da M.me de Staël nel suo De l’Allemagne e poi dall’Heine di Die Romantische Schul. In Massenet egli ritrova appunto lo spirito, limpido e aggraziato, dell’epoca di Marivaux che aveva ispirato anni prima ai fratelli Goncourt il loro eruditissimo libro sui pittori del diciottesimo secolo. E vien da pensare che, oltre a L'après-midi d'un faune, Debussy dovesse molto amare quel sonetto di Mallarmé Placet futile, che, cominciando «Princesse! à jalouser le destin d’une Hébé», dava come il senso di una boucherie o marivaudage settecentesca. L’antica Francia gentilizia e sensuale, fregiata dei bei gigli d’oro, affiora spesso, d’altra parte, negli scritti di Debussy; e il compositore, parziale come accade a tutti gli spiriti sensibili, sa essere equo quando depone cavallerescamente la lancia. Capita con Strauss e con Musorgskij. È questa tradizione francese ch’egli non ravvisa in Gluck, robusto teutone alla corte di Maria Antonietta, nel grand opéra, in Meyerbeer e, naturalmente, in Wagner. E se nel giudizio sull’Opera Garnier – ch’egli raccosta a un bagno turco – dovette pesare il rifiuto delle giovani generazioni per lo stile gonfio e presuntuoso, da funzionario appena promosso, del Secondo Impero, l’insofferenza per la grandiosa ricerca d’effetto che si profonde in tutto l’edificio è un tratto tipico della sua estetica.

Come Verlaine, il quale avrebbe voluto torcere il collo all’eloquenza, anche Debussy aspirava ad una musica che si modulasse secondo quel che dice Virgilio nella quarta Egloga: «arbusta iuvant humilesque myricae». E, invece, il suo Monsieur Croche, atrabiliare Don Chisciotte in cerca della raffinata sottigliezza della Francia d’antan, non s’imbatteva che in solenni frassini germanici! Ne Les Barbares di Sainte-Saëns «la messinscena stipa tutti come acciughe in un barile», Meyerbeer possiede «la grandiloquenza del cattivo gusto». La musica francese aveva assunto un plumbeo portamento tedesco. Si doveva tornare a Rameau, a «quella musica che evita tutti i rumori sgraziati ma che accoglie con incantevole gentilezza chi sa ascoltarla», e a Couperin la cui musica «evitava la ridondanza ed era ricca di spirito»; alla naturale grazia settecentesca, insomma. La pittura lo aveva già fatto, coll’abbandonare le tele di grande formato dai pesanti impasti cromatici alla Thomas Couture. Quella «formula in bianco e nero e dunque in grado di riprodurre tutta la mirabile gamma dei grigi» (l’orchestra di Wagner, invece, era «un mastice multicolore steso in modo quasi uniforme»), che Debussy elogia in Beethoven, era stata realizzata nelle morbide gradazioni tonali di pittori come Whistler, i cui notturni in blu e oro, sinfonie in bianco e arrangiamenti in grigio sono fra i prodotti più caratteristici del nuovo gusto. Il grigio – colore amato dal barone di Montesquiou (modello di Huysmans per À rebours) che ne sfoggiava tutte le sfumature, redingote grigio ferro, guanti grigio mauve, cravatta grigio tortora – si prestava, d’altra parte, a modularsi in nuance sottili. I versi, troppo noti per essere ripetuti, che Verlaine scrisse a questo proposito in Art poétique possono accostarsi senza eccessivo ardimento a certe affermazioni di Debussy come quella che Massenet «avrebbe fatto meglio a continuare ad ammorbidire il proprio genio per le tinte tenui e le melodie sussurranti con opere fatte di leggerezza; e non si sarebbe precluso ricerche d’arte, sarebbero state più delicate, ecco tutto».

Queste considerazioni musicali, che si schermiscono dall’essere elementi di una qualsivoglia sistema («atteniamoci alla parola Impressioni» – scrive – «ci tengo molto perché solo così sarò libero di tenere la mia emozione al riparo da ogni estetica parassitaria»), sono espresse, il più delle volte, con esibita negligenza e con un’ironia selenica che fa pensare a Laforgue. Per altro verso, l’angolatura inattesa nella quale vengono sorpresi compositori, interpreti e direttori d’orchestra può ricordare l’arte di Toulouse-Lautrec. L’antologia del ’21, artisticamente più riuscita, perdeva qualcosa quanto a ricchezza e lasciava da parte un po’ della negligenza sorniona che costituisce, in fondo, il carattere stilistico di questi intelligentissimi schizzi.

Claude Debussy

Monsieur Croche. Tutti gli scritti

a cura di François Lesure, edizione italiana a cura di Enzo Restagno, traduzione di Anna Battaglia

il Saggiatore, 2018, 342 pp. € 29

è possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it

 

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