La farmacia del Capitale

Massimo Filippi e Enrico Monacelli

In una clinica-laboratorio, circondata da un ampio giardino non lontano da un grande centro urbano della Colombia, dove «tutto [è] così automatizzato» da richiedere «pochissimo personale per gestire le apparecchiature e i locali», un medico sta conducendo un esperimento su delle cavie umane: a quattro «donne delle classi inferiori» viene somministrata una nuova droga che sfrutta «le proprietà psicoattive di un fiore del genere datura, utilizzato comunemente dalle contadine della cordigliera per la fabbricazione di sapone artigianale». Il farmaco funziona esclusivamente sulle donne e, se dapprima sembra esclusivamente in grado di favorire il sonno, successivamente si mostra capace di ben altri effetti, riassunti con lucidità dalla cavia «numero 4» nel suo questionario di valutazione del prodotto: «Se sei triste, ti tira su. Se sei troppo euforica, ti calma e se hai bisogno di energia, te la dà. [...] ti dà quello che ti serve, sempre, una droga intelligente che soddisfa le necessità e i desideri».

Questa, in breve, è l’ossatura che regge la trama di Ornamento, romanzo di Juan Cárdenas. Lasciando alle lettrici e ai lettori il piacere di scoprirne la complessità e la perizia narrativa, ciò che qui ci preme sottolineare è che Ornamento è un’anamorfosi: guardato dalla giusta prospettiva, analoga ad esempio a quella assunta dallo sguardo femminista sulla science fiction, l’opera di Cárdenas va interpretata non tanto come un racconto distopico quanto piuttosto come un resoconto puntuale delle attuali farmacodinamiche del Capitale, la restituzione impietosa della lotta in corso, oggi più intensa che mai, tra «il corpo e il mercato». Una lotta che vede quest’ultimo impegnato nella ricerca spasmodica di ricette psicochimiche sempre più efficaci nel produrre «stati d’animo artificiali» che «accontent[ino] tutti». Non a caso, lo sperimentatore, abbandonando la presunta neutralità dell’impresa scientifica, si rende progressivamente consapevole che anche i «postumi di una sbornia [sono] un modo contorto di collaborare con il sistema», fino ad emettere una diagnosi implacabile sullo stato del tempo presente: «La materia stessa della realtà sembra corrosa dall’assurdo» e le crepe che l’attraversano «non sono un errore, ma la struttura stessa di un’economia catastrofica».

Che un’interpretazione politica possa rappresentare una delle chiavi di lettura del romanzo di Cárdenas è confermato da due recenti saggi, Narcocapitalismo di Laurent de Sutter e Futurabilità di Franco Bifo Berardi, che vanno ad arricchire l’abbondante letteratura che, negli ultimi decenni, ha analizzato le logiche e gli strumenti di controllo di cui si avvale il Capitale per massimizzare il profitto. Già nel 1990, nel breve quanto folgorante articolo intitolato Poscritto sulle società di controllo, articolo che prendeva le mosse dalle riflessioni di Foucault – per il quale l’ortopedia dei corpi è indissociabile dalla soggettivizzazione normalizzante della psiche –, Deleuze mostrava come l’interminabile ed eterea modulazione del controllo stesse sostituendo i rigori statici e materiali della disciplina. Esattamente nella stessa direzione si muove Narcopolitica di de Sutter. In questo saggio, l’eclettico professore di Teoria del Diritto della Vrije Universiteit di Bruxelles ricostruisce la storia dell’incessante «messa sotto controllo» farmacologico «delle nostre emozioni, dei nostri sentimenti, delle nostre eccitazioni», della narcosi anestetizzante delle «nostre paure» che «fanno paura [...] a tutti coloro che temono che ci mettano in movimento, che ci spingano a unirci». Le élite dominanti hanno, infatti, un rapporto ambivalente con il sentimento contagioso della paura: se da un lato, come ben sappiamo, non smettono di scatenarla per mantenere uno stato di insicurezza generalizzata funzionale all’attuale organizzazione socio-politica, dall’altro devono saperla dominare in quanto la paura «è il primo veicolo di ogni cambiamento, sia personale che collettivo».

La tesi di fondo del saggio di de Sutter è che «ogni capitalismo è, necessariamente, un narcocapitalismo», in quanto il capitalismo, per funzionare a pieno regime, deve alimentarsi di «stabilità» e «permanenza», configurandosi come una «polizia degli esseri» che non cessi di riprodurre gli imperativi dettati dalle norme sociali egemoni dentro le pieghe più intime dei corpi e che garantisca che «ciò che appartiene a due ordini diversi [continui] a rimanere separato». «L’essere è obiettivamente l’alleato di ogni polizia: è la categoria su cui si basa ogni impresa che intende stabilire un ordine all’interno del quale i posti possono essere assegnati in modo sicuro, e ha il duplice ruolo di standard antropologico e di orizzonte esistenziale». Per de Sutter, il capitalismo è, in poche parole, la realizzazione materiale della metafisica della presenza, ossia di quella metafisica tesa a bloccare ogni divenire-possibile in essere immodificabile. Da qui la costante necessità di arricchire l’armamentario dei sistemi di controllo, in cui gli psicofarmaci sono andati assumendo una rilevanza sempre maggiore. Psicofarmaci – sottolinea a più riprese de Sutter – che, indipendentemente dai loro meccanismi d’azione, trasformano chi li assume «in spettatore passivo della propria condizione, incapace di percepire di essere affetto dalle emozioni che lo attraversano», sostituendo in tal modo «la sofferenza» con l’«indifferenza», il «godere» con il godimento «dell’assenza di godimento», l’«esistenza» in «ascetismo psichico» «senza felicità e desiderio», lo «stare meglio» in «non stare affatto».

Detto altrimenti, «la psicopolitica narcocapitalista» si spaccia come «una funzionalizzazione apolitica» nel momento stesso in cui porta «la politica fino al cuore dell’ontologia». Che distribuisca antidepressivi o psicostimolanti, la farmacologia capitalista si prefigge infatti di produrre una «sensazione di distacco», analoga a quella che ha smaterializzato l’economia concreta della modernità nella volatilità/virtualità della finanza contemporanea, immergendoci in un sonno senza sogni che disaccoppia il soggetto dal suo corpo per mantenerlo in una condizione di “depressione euforica controllata” che ne permetta la massima efficienza: «lavorare, lavorare e lavorare ancora». La psicofarmacologia capitalista, insomma, è l’apice acuminato dei processi di estrazione di valore già evidenziati da Marx. Da un lato facilita il sonno ristoratore – meglio ancora se prolungato fin dentro la fase di veglia sottoforma di sonnambulismo anestetico-depresso –, indispensabile alla riproduzione della forza-lavoro. Dall’altro, dato che la produzione di plusvalore assoluto si scontra con l’insormontabile limite materiale della durata della giornata lavorativa, viene incontro alla necessità di incrementare la produzione di plusvalore relativo, aggiungendosi ad altri strumenti sviluppati per rispondere alla stessa finalità (ad esempio, l’organizzazione del lavoro, l’introduzione delle macchine e dell’automazione e la riconfigurazione dei corpi come corpi docili).

Ovviamente, la farmacia del Capitale non si limita alle sostanze psicotrope. È de Sutter stesso a ricordarcelo quando prende in esame lo sviluppo e la diffusione dei farmaci contraccettivi, la cui prestazione ormonale è quella di disaccoppiare, con una radicalità senza precedenti, l’eterosessualità genitale dalla riproduzione. In tal modo, vengono alla luce altre due interessanti caratteristiche del farmaco-capitale. La prima: la commercializzazione di molecole per trattare individui sani (un’ulteriore frontiera del capitalismo che, come è noto, da sempre si nutre di creazione e superamento di frontiere, reali o immaginarie che siano). La seconda: la capacità del sistema di mettere al lavoro anche le istanze di liberazione. La pillola, infatti, non ha solo contribuito a che «le donne potessero riappropriarsi del proprio corpo», ma è anche stata utilizzata per «esternalizzare la definizione del programma che governa l’equilibrio ormonale» delle stesse al fine di regolarne la sessualità secondo i tempi dettati dal mercato del lavoro. Per completare il quadro, alla farmacopea analizzata da de Sutter andrebbe poi aggiunta tutta quella prodotta per la gestione necro-produttiva dei corpi animali e del mondo vegetale – antibiotici, ormoni della crescita, fertilizzanti, diserbanti ecc. – senza la quale l’immensa impresa dell’agribusiness intensivo e industriale – attualmente tra le più importanti, se non la più importante, nella produzione di valore – non sarebbe neppure pensabile e, con essa, la stessa organizzazione sociale in cui viviamo. Infine, per tornare alla sfera dell’umano, non possiamo non sottolineare che le popolazioni e i gruppi subalterni, al pari degli animali, continuano a essere sfruttati come cavie nelle sperimentazioni di nuove molecole e ad essere controllati, principalmente e perlopiù, tramite il ricorso a pratiche ascrivibili ad un potere sovrano resosi iperbolico. Un’altra anamorfosi: dalla giusta prospettiva, necropolitica, biopolitica e psicopolitica non si sono succedute l’una all’altra, come alcuni sembrano pensare, ma insieme formano il corpo uno e trino del Capitale contemporaneo.

Riunire teoricamente queste strutture anamorfiche in una diagnosi coerente è, però, un compito arduo. Anche se molti assimilano le dinamiche del Capitale all’espressione di una sindrome schizofrenica, questa diagnosi del malessere che ci affligge appare sempre meno accurata. La nostra epoca, contraddistinta dalla ricerca di stati profondamente disforici e anedonici – raggiunti, come dimostrano sia le analisi di de Sutter sia, più prosaicamente, le forme più recenti di narcomode, che mischiano codeina e bibite gassate, e gli atti terroristici, sempre più imprevedibili ed euforici (nel senso più sinistro e rivoltante del termine) –, ha poco o nulla a che fare, ad esempio, con l’intensità e la potenzialità trasformativa e deterritorializzante della “schizofrenia” descritta da Deleuze e Guattari. La mente sociale odierna sembra piuttosto preda di una potente follia maniaco-depressiva. In questo, la diagnosi che Berardi elabora in Futurabilità si avvicina molto a quella di de Sutter: «Negli ultimi decenni, la mente sociale è stata avvinta in un vortice di disturbi bipolari: una lunga alternanza di euforia e tristezza ha condotto all’attuale situazione di stagnazione secolare e depressione perenne», in cui l’attenzione costantemente distratta «genera ansia e panico» e un’«ossessione paranoica per l’ordine» che riduce ogni orizzonte di possibilità a «ripetizione, appartenenza e identità».

Seguendo Berardi, quindi, il nostro compito non è più quello di rincorrere la frammentazione schizofrenica del general intellect, bensì quello, ben più cupo e disturbante, di intraprendere una disanima serrata della depressione della mente occidentale, del cuore pulsante del «necrocapitalismo» e del «neurototalitarismo». Il lavoro del critico culturale, allora, non dovrebbe rinchiudersi nella ricerca dell’unione anamorfica delle tre “persone” del narcocapitalismo, ma impegnarsi in una catabasi dentro le viscere oscure e infernali di un malessere devastante. Per fare questo, secondo Berardi, non dobbiamo limitarci a scandagliare i recessi della vita cosciente della mente occidentale, per estrarre uno strato più autentico di significazione; dobbiamo soprattutto accettare di gettarci nella “carnalità” che produce la mente sociale stessa, nella sua «volontà aliena» – per usare le parole Sandor Ferenczi – composta dagli assemblaggi molecolari che ci costituiscono. In parole povere, dobbiamo imparare a rimanere a galla nella pioggia di Ritalin, Adderal e Xanax che bagna le pagine di Futurabilità, se davvero vogliamo comprendere la «tempesta di merda» che scuote sia l’info-sfera sia le nostre vite. Un lavoro terrificante, quindi, si spalanca di fronte a ogni politica trasformativa degna di questo nome. Lavoro terrificante che, come tutte le peregrinazioni verso il cuore delle tenebre, ci costringe a un confronto serrato, senza difese e senza ripari, con la rapida erosione delle nostre capacità cognitive, con un de-centramento sempre più radicale di un soggetto che, con tutta probabilità, non è mai esistito e con un’info-sfera in cui spadroneggiano manifesti soffocanti che esaltano «la dimensione astratta della connessione» a discapito dei «corpi individuali dei lavoratori cognitivi [...] fragili e frammentati dall’isolamento».

Nonostante tutto e nonostante l’atmosfera disperata da cui si stagliano le pagine di Futurabilità, Berardi non si esime dal fornirci un equipaggiamento adeguato per intraprendere la necessaria spedizione speleologica verso il centro vuoto della nostra carne. Futurabilità, infatti, si snoda attorno alla meticolosa analisi della complessa rete che lega tra loro potenza, potere e possibilità. La potenza è una “droga” dal gusto chiaramente spinoziano («potenza è l’energia che trasforma le possibilità in realtà concrete»), in cui sono contenuti gli affetti che un corpo può provare, tutto ciò che un corpo può, senza scarto o riserve. È tuttavia facile comprendere che, in determinate circostanze, anche questo “farmaco”, al pari di tutti gli altri, può agire da vero e proprio veleno. Per questa ragione, Berardi si concentra più che sulle affezioni positive – quelle che generano altra potenza –, su quelle affezioni che deprimono il corpo, conducendolo nelle stanze oscure dell’impotenza, cristallizzandolo dentro le trame del potere («il potere è la selezione e l’imposizione di una possibilità tra molte, e al tempo stesso è l’esclusione [e invisibilizzazione] di molte altre possibilità). E quando parla di impotenza, Berardi, non procede per metafore; l’«impotenza della soggettività», di cui Futurabilità è intriso, è espressa in maniera estremamente precisa e dolorosa. Futurabilità denuncia impotenze reali, fisiche e cognitive. Discute di menti anestetizzate dagli antidepressivi, di corpi resi insensibili da condizioni di lavoro svilenti, della desertificazione della vita psicosociale. Porta in primo piano corpi rallentati fino all’inespressività da un potere totalizzante e menti travolte da un info-sfera troppo veloce per l’operatività del cervello umano.

Dietro questa sintesi scoraggiante si profila però un altro “composto molecolare”: la possibilità (il «contenuto inscritto nella costituzione presente», «un campo di biforcazioni» e di alternative differenti di fronte al quale «l’organismo entra in vibrazione» e «poi procede compiendo la scelta che corrisponde alla sua potenza»). Se il nostro tempo è segnato da una condizione negativa, annichilente e incancrenita da un potere terrificante e inumano, nondimeno Berardi ci ricorda che “qualcosa” continua a resistere. Alle spalle della propagandata immodificabilità dello stato di cose presente si aggira uno sciame di eventi molecolari capaci di sovvertire il sistema-mondo che ci tiene in ostaggio. Questo sciame è la potenzialità, oggi inespressa ma sempre potenzialmente esprimibile, della possibilità. E, per nostra fortuna, la possibilità non brilla da un qualche irraggiungibile spazio utopico ancora da scoprire ma, proprio come le nostre impotenze, pullula dentro i nostri corpi e dentro le nostre menti incarnate. La possibilità di un futuro liberato dalla farmacopea capitalista non si trova in un corpo totalmente nuovo ma, più semplicemente, in una nuova organizzazione che è già qui alla stato latente, un’organizzazione in cui i terremoti dell’essere non vengono sedati, ma incanalati verso una libertà sempre più condivisa, pervasiva e capace di smarcarsi dall’efficace «superstizione» che intende, e ci fa intendere, il «capitalismo come forma naturale». «Questa possibilità è la liberazione della conoscenza e della tecnologia dal Capitale come Forma Definitiva. Il soggetto di questa possibilità è l’intelligenza collettiva reincarnata nelle condizioni della solidarietà». E ancora: «Non c’è una verità intesa come soluzione di un problema [...]. C’è semmai una vibrazione: quella dell’aggirarsi in uno spazio di possibilità».

Per Berardi, «aggirarsi in uno spazio di possibilità» è ciò che traccia «la linea di fuga dall’inevitabile all’inconcepibile. E l’inconcepibile è quello che siamo al momento incapaci di [...] immaginare [...]: perché è il codice dominante [...] a impedire la visione, a trasformare in inconcepibile quello che è invece possibile». Tornando a de Sutter, se è il vagare improduttivo il bersaglio della farmacologia capitalista, tesa a «mettere ordine in questo spreco» per «trasformarlo in investimento», la risposta alla polizia dell’essere va ricercata in una «politica dell’eccitazione», in una politica che porti fuori «dai limiti dell’essere», nel «dis-essere», nell’«inquietudine» dell’«essere insoddisfatti» che «è anche essere liberi». «È politica – prosegue de Sutter – tutto ciò che procede al collasso dell’essere, tutto ciò che ne mostra l’instabilità, la labilità, la permeabilità, l’inconsistenza; è politica tutto ciò che non smette di sottrarsi al regime d’ordine mediante il quale l’essere può essere istituito e garantito». Follia? Sì, follia. Ma «una follia che è la sola ragione per cui è possibile sperare».

Juan Cárdenas

OrnamentoSUR 2018

pp. 135, euro 15

Laurent de Sutter

Narcocapitalismo. La vita nell’era dell’anestesiaombre corte 2018

pp. 105, euro 10

Franco Berardi Bifo

FuturabilitàNero 2018

pp. 246, euro 20

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Una risposta a “La farmacia del Capitale”

  1. Quarta di copertina del libro di L. de Sutter, Narcocapitalismo. La vita nell’età dell’anestesia, ombre corte.

    Cosa hanno in comune l’invenzione degli anestetici nella metà del xix secolo, l’uso della cocaina da parte dei nazisti e il diffondersi del Prozac? La risposta è che sono tutti prodotti della stessa logica, che definisce la nostra era contemporanea come “l’era dell’anestesia”. Laurent de Sutter mostra come gran parte delle nostre vite siano ora caratterizzate dalla gestione dei nostri sentimenti attraverso i farmaci, dalle pillole per dormire ai narcotici pesanti. La chimica è diventata così parte di noi che non riusciamo nemmeno a vedere quanto ci abbia cambiato.
    In questa era, essere un soggetto non significa semplicemente essere sottoposti ai poteri che decidono delle nostre vite: significa che i nostri stessi affetti ed emozioni sono stati demandati alla stimolazione chimica. Eppure non capiamo perché le sostanze che assumiamo non siano in grado di liberarci dalla fatica e dalla depressione, e dalla mancanza di desiderio che ora caratterizza la nostra condizione psicopolitica. Abbiamo dimenticato cosa significa essere eccitati perché le sole eccitazioni che conosciamo sono indotte da farmaci e droghe. Dobbiamo abbandonare la stimolazione narcotica cui siamo arrivati ad affidarci e trovare un modo per tornare all’eccitazione collettiva, che è la più grande paura del narcocapitalismo.

    “Questo libro affascinante può essere letto in molti modi: come una breve storia della psico-farmacologia moderna, come una teoria della politica contemporanea in quanto anestesia del corpo sociale, come una svolta filosofica sulla dimensione ontologica della depressione. Dovrebbe essere tra le letture di ogni filosofo, psicoanalista o attivista sociale interessato a sperimentare l’eccitazione di una vera avventura intellettuale” (Franco Berardi Bifo)

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