Il teatro oggi e domani in Germania e nell’Europa del populismo rampante. Intervista a Anselm Weber

Gaetano Biccari

Anselm Weber mi riceve nel suo ufficio luminoso all’attico dello Schauspiel Frankfurt che sovrasta la centralissima piazza dedicata a Willy Brandt, dove campeggia anche il simbolo dell’euro, a ricordare che ci troviamo nella città sede della BCE e di innumerevoli banche e gruppi finanziari internazionali. Weber ha la stazza di un giocatore di pallacanestro, la voce tonante e i modi cordiali di un bavarese colto, cittadino del mondo e apprezzato uomo di teatro. La sua scommessa è quella di fare del teatro di Francoforte un centro di cultura aperto alle diverse realtà sociali cittadine in grado di proporre un’immagine diversa della metropoli sul Meno, tanto spesso bistrattata dal mondo artistico per il suo innegabile e a volte invadente profilo economico-finanziario.

Weber si riallaccia consapevolmente a un’altra tradizione anche molto viva e presente a Francoforte. La città, infatti, è sempre stata un notevole polo di scambi non solo commerciali e finanziari, ma anche spiccatamente culturali grazie alla sua rinomata fiera (quella del libro risale al XVmo secolo), a case editrici come Suhrkamp e Fischer, alla presenza di famiglie intellettuali come i Brentano, i Goethe, i Rothschild, e a grandi filosofi che qui hanno vissuto feconde stagioni, da Schopenhauer a Horkheimer, Adorno e Habermas. Francoforte, inoltre, ha visto nascere, durante i moti rivoluzionari del 1848, il primo parlamento tedesco, con sede nella storica Paulskirche, a suggello di uno spirito profondamente laico e democratico, sfociato poi nella prima costituzione apparsa sul suolo tedesco che faceva suoi gli ideali umanistici e i diritti civili della libertà e dell’uguaglianza dei cittadini.

Questo spirito democratico, comunitario e in fondo anche pedagogico anima l’idea e la prassi teatrale di Weber sia come regista che come „produttore“ di teatro (lui si definisce Produzent, nella migliore tradizione brechtiana, e non semplicemente „direttore artistico“). E facendo un bilancio della sua prima stagione francofortese non si può negare che questa sia stata altamente produttiva e di ottimo auspicio per il futuro. Iniziare a lavorare in un nuovo teatro, per un nuovo pubblico e un nuovo contesto cittadino è un po‘ come „cercare al buio l‘interruttore della luce“, dice Weber, che aggiunge: „Può anche accadere che, nonostante tutti gli sforzi e le migliori intenzioni, l’interruttore non lo si trovi“. Ma quali sono stati i migliori momenti della stagione 2017/18 secondo Weber?

Senz’altro il debutto con Riccardo III, una parabola dei nuovi tempi autocratici che stiamo vivendo, messa in scena da Jan Bosse in uno spazio aperto e democratico, che rompe gli schemi frontali della „quarta parete“ favorendo una realtà scenica fortemente materiale e multiprospettica, ha subito posto una pietra miliare nel progetto artistico di Weber. Si tratta di un’ottima prestazione di tutta la compagnia, trainata, nel ruolo di Riccardo III, dal grande Wolfram Koch, apprezzatissimo animale da palcoscenico, anche noto per i suoi passaggi televisivi come commissario nel giallo Tatort. Il Riccardo III voluto da Weber cattura una varietà di „pubblici“, combinando un impianto scenico non convenzionale e aspetti di un’estetica teatrale immediata, quasi da „teatro povero“, con l’attrattività di una star all’interno di una compagnia molto coesa, giovane e motivata. Con un certo orgoglio Weber ricorda: „le repliche hanno registrato un tutto esaurito di oltre il 90% e molti tra gli spettatori erano persone che da anni non andavano più a teatro“.

A proposito dei diversi „pubblici“ che Weber vuole servire col suo teatro, il regista ci tiene a sottolineare che la città (con i suoi vasti dintorni) è animata da molteplici culture, un grande esempio di integrazione e di arrival city (come suggeriva il padiglione tedesco alla Biennale architettura del 2015). A Francoforte si parlano 160 lingue diverse, un terzo della popolazione ha radici di migrazione, il fenomeno della doppia nazionalità è molto diffuso e in un tale contesto è difficile, ma tanto più necessario, cercare di cogliere il nesso che accomuna le persone, quel „noi“ che è sempre più complesso comprendere e definire, specialmente in un momento storico che vede tendenze populiste allargarsi a macchia d’olio. Weber rivendica, quindi, il ruolo centrale del teatro nella società (francofortese, tedesca, europea), mentre a livello nazionale si registrano segnali di crisi preoccupanti (come alla Volksbühne di Berlino o al teatro di stato di Stoccarda). „Bisogna cercare di capire cosa accade nella società tedesca“ – dice Weber – „sia a destra che a sinistra, bisogna tentare di far comunicare le diverse realtà, sporcarsi le mani, abbandonare la torre d’avorio e combattere affinché non vengano tagliati i fondi alla cultura e al teatro“.

L’approccio militante di Weber si riflette nell’impegno per i giovani che lo Schauspiel Frankfurt continua a portare avanti, intensificandolo anzi, sotto la sua egida. All Our Futures si intitola un progetto inclusivo e integrativo in cooperazione con 220 studenti di 9 scuole francofortesi che, fino a giugno 2020, avranno l’opportunità di mettere in scena la loro idea di convivenza civile guidati dagli esperti del settore pedagogico del teatro. E poi ci sono gli spettacoli che singoli attori portano direttamente nelle aule scolastiche con un massimo di intensità, intimità ed il puro e semplice supporto di un costume o di un impianto stereo (come nel caso di Un rapporto per l‘accademia di Kafka, interpretato magistralmente da Lisa Eder). L‘intento è quello di aprire le porte del teatro anche al pubblico non borghese, agli studenti medi abituati ai media interattivi e agli studenti universitari o al pubblico alternativo più avvezzi alla controcultura. In tal senso hanno avuto gran successo presso gli studenti medi messinscene di alto livello artistico che usano nuove tecnologie, come il magnifico sipario a luci led, che funge anche da schermo di proiezione video, nel Woyzeck di Roger Vontobel, con la formidabile Jana Schulz nel ruolo del protagonista maschile; oppure Romeo e Giulietta, nella nuova traduzione e regia di Marius von Mayenburg, che punta su elementi della cultura pop e trash, mentre decostruisce il principio narrativo della tragedia shakespeariana dividendo la scena e la sala tramite un muro (una evidente citazione dai Pink Floyd e dalla storia recente tedesca), che si trasforma ripetutamente in schermo di proiezione per azioni sceniche riprese dalla live cam manipolata dagli stessi attori. Il pubblico dei 20 e 30enni, invece, ha dato maggior riscontro a lavori come Out Of Order del collettivo inglese Forced Entertainment (un’anteprima mondiale in collaborazione con un altro storico teatro francofortese, il Mouson Turm) o alla produzione dell’ultimo testo di Elfriede Jelinek Am Königsweg, satira del trumpismo, andata in scena nei Kammerspiele (la sala più piccola del teatro di Francoforte) per la regia di Milos Lolic.

Il dialogo che Weber intesse con la realtà urbana passa anche attraverso testi drammatici o narrativi ambientati a Francoforte. È stato lo stesso Weber a curare la regia di La settima croce, spettacolo tratto dall’omonimo romanzo di Anna Seghers, che negli anni 40 ispirò il noto film di Fred Zinnemann con Spencer Tracy. Sia l’autrice che il romanzo erano caduti in oblio e il recupero attuato da Weber è tanto più interessante dal momento che le vicende di La settima croce si svolgono in buona parte a Francoforte, dove si rifugiano sette uomini scappati da un campo di concentramento nazista. Oltre al recente passato da non dimenticare Weber si cimenta con l’attualità e ulteriori sfaccettature francofortesi attraverso il progetto pluriennale Stimmen einer Stadt (Voci di una città), una serie di monodrammi scritti su commissione per il teatro da autori, tra cui Martin Mosebach e Wilhelm Genazino, che da decenni travasano la realtà cittadina in forma letteraria. E a mettere in scena la città ci penseranno anche gli artefici del collettivo berlinese Rimini Protokoll con 1.440 scene per una città come Francoforte, esperimento intermediale e interattivo nel quale il teatro funge da interfaccia, generatore e processore di nodi narrativi, che altrimenti andrebbero perduti nelle terre di nessuno degli interspazi digitali.

Nella visione di Anselm Weber, lo Schauspiel Frankfurt, in quanto istituzionalmente Stadttheater (teatro della città), deve essere un spazio „per“ la città, una dimensione estetica e comunicativa dove poter implementare e trasmettere i valori base della convivenza democratica in una società complessa, multietnica e postcapitalistica, come quella francofortese, segnatamente tedesca e con una grande pulsione verso l‘Europa. Va da sé, quindi, che anche nella stagione 2018/19 l‘impegno sociale e politico sarà il filo rosso che intesserà molta parte del cartellone. Due esempi eclatanti di questa tendenza sono la messiscena corale de I Persiani - coprodotto con i Festspiele di Salisburgo - per la regia di Ulrich Rasche (che nel 2017 aveva affascinato pubblico e addetti ai lavori con la sua versione monumentale dei Masnadieri al Residenztheater di Monaco) e una regia di Anselm Weber, Furor, dall‘omonimo dramma di Lutz Hübner e Sarah Nemitz, un testo nuovo, sinora mai andato in scena. In Furor vengono alla luce le contraddizioni dei nostri tempi nel conflitto tra un uomo politico, pragmatico e progressista, e un giovane di destra, deluso ed arrabbiato. Dallo scontro tra i due protagonisti scaturisce un conflitto umano e politico irrisolvibile, così che, alla fine, come in tanta drammaturgia classica, è difficile stabilire chi abbia torto e chi ragione. Fare teatro in base alla „rilevanza del momento storico che viviamo“, portare in scena testi che implichino una precisa presa di posizione, sia come regista che come „produttore“, è ciò che interessa Weber nella consapevolezza che il teatro non debba correre appresso agli „ismi“ e che sottovalutare l‘intelligenza del pubblico sarebbe un errore. Ed è proprio al pubblico, istanza fondamentale del teatro nell‘era dei media elettronici e interattivi, che Anselm Weber affida l‘utima e decisiva parola. Poiché a teatro non ne va del consenso emotivo del clic e del like facile, ma di processi estetici e cognitivi, certo non privi di emozione e di piacere, che fanno di uno dei media più antichi del mondo ancora un luogo di incontro vero, intenso e controverso nel bel mezzo del perfido fascino immediato di fake news e alternative facts.

Nota

Anselm Weber (Monaco di Baviera, 1963) debutta con una propria regia nel 1989 ai Kammerspiele di Monaco nel 1989. Per tutti gli anni ‚90 e fino al 2005 svolge un’intensa e pluripremiata attività registica (prosa e opera), tra l’altro al Burgtheater di Vienna, allo Schauspiel di Amburgo e Francoforte, nonché al teatro d’opera della metropoli sul Meno. Dal 2005 al 2010 dirige lo Schauspiel Essen e dal 2010 al 2017 lo Schauspiel Bochum. Nella stagione artistica 2017/18 diventa direttore artistico dello Schauspiel Frankfurt subentrando a Oliver Reese, passato a dirigere il Berliner Ensemble.

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