Orwell viaggiatore solitario

Andrea Comincini

Le confessioni degli scrittori sono anche troppo spesso petulanti. Quelle di Orwell, semplicemente, sono necessarie”. Così commenta Vittorio Giacopini, nella introduzione, l’ultima raccolta di scritti e riflessioni di George Orwell, proposti dalla casa editrice Elèuthera: quasi una silloge, che spazia da articoli di costume a testi spiccatamente politici, da pura critica letteraria ad analisi sociologiche e antropologiche. Si tratta di pezzi nati per giornali e riviste ma soprattutto, per ritornare alla riflessione del curatore, per dare sfogo a una imprescindibile necessità dell’autore di raccontare la verità. Perché George Orwell, pseudonimo di Erich Arthur Blair (1903-1950), non scrive illudendosi di cambiare da solo il mondo, né per rifugiarsi in un estetismo puro, ma per la volontà ferrea di denunciarne le falsità atroci, primo passo per sperare in una alternativa alla presente desolazione.

Nato in India, e presto spostatosi in Birmania dove lavorò per l’Impero (una autobiografia all’inizio del libro racconta nei dettagli le vicende), Orwell sviluppò un astio puro e semplice, anzi un odio vero e proprio per ogni forma di coercizione provocata dal Capitalismo. Né ingenuo né sognatore, ma nemmeno rassegnato, tutta la sua produzione vuole essere la rivolta allo status quo. Giacopini sottolinea che non fu rivoluzionario, ma ribelle: definizione perfetta di chi, oltre alle stoltezze occidentali, non poteva tollerare la Russia sovietica e gli abomini giustificati in nome del socialismo. Orwell venne a contatto con la vera natura del comunismo sovietico in Spagna, quando andò a combattere con la moglie e rimase ferito da una pallottola che gli attraversò la gola. Una penna libera da qualsiasi illusione sugli uomini, evidentemente, ma neanche votata alla depressione.

In queste pagine caustiche e spesso ironiche, non manca mai da parte dell’autore la capacità di progettare una alternativa, fosse anche scagliandosi contro la sua parte: “Per difendere il socialismo occorre cominciare attaccandolo”. Sono proprio “i compagni” a deluderlo: “il socialismo, nella forma in cui oggi è presentato, si rivolge, soprattutto a tipi insoddisfacenti o addirittura disumani… il socialista che non pensa…il socialista intellettuale”. Orwell, refrattario a ogni misticismo o intimidazione, è chiaro: scrive per combattere qualsiasi forma di totalitarismo, per affermare un socialismo democratico “come lo intendo io”, da tradurre in una rivolta costante contro la mentalità borghese tanto disprezzata, in favore di un socialismo libertario e anarchico distante dalla nomenclatura russa.

Tutta la sua produzione, dal 1936 in poi, confessa, è votata all’affermazione di una umanità emancipata, consapevole dell’enorme compito davanti. In questi articoli emerge la doppia anima dell’autore: disimpegnato e refrattario a ogni ideologia ufficiale, convinto di essere uno scrittore politico ma allo stesso tempo assolutamente lontano dal giornalismo “politologico”. Orwell non appartiene a uno schema, né ha mai bramato protezione alcuna. L’unica filiazione è con il mondo dei diseredati, dei poveri, descritti ad esempio ne La strada di Wigan Pier, dove ancora una volta attacca i compagni, definiti “schiumanti accusatori della borghesia, gli annacquati riformatori… i giovani astutissimi arrampicatori social-letterari che sono oggi i comunisti…e finalmente tutta quella deprimente tribù di donne magnanime, di uomini in sandali e di barbuti bevitori di succhi di frutta”. Una ironia incapace di sconti, ma anche una critica a coloro i quali, giocando a indentificarsi con il proletariato, lo tradiscono.

Orwell – e Giacopini lo sottolinea fortemente – ha vissuto con i poverissimi di Londra e Parigi ma non ha ceduto mai alla tentazione di farsi “membro onorario del proletariato” o di abbracciare un misticismo dell’identificazione. La denuncia reale, così come il supporto, nascono dalla consapevolezza di una distanza, e fortunatamente, perché da qui si può sviluppare l’unica autentica aspirazione del rivoluzionario, cioè tentare di ripristinare la normalità. È questo il senso ultimo della scrittura orwelliana, tentare di decostruire il mondo e ridonarlo a una primitività che rimanda alla infanzia. Se un processo idealizzante può essere indicato, questo avviene proprio nel recupero di una età dove curiosità e energia sembrano promettere e garantire il successo.

Così Giacopini: “Molte pagine di Orwell sembrano ispirate alla nostalgia, dettate da un intenso rimpianto del passato. È comprensibile”. Se presente e futuro sono cupi, solo la memoria sembra fornire consolazione. Non è casuale che sia proprio “la Memoria” uno dei temi principali del capolavoro 1984. Guardare il mondo con gli occhi del bambino non vuol dire ovviamente essere ingenui, ma saper assaporare ancora la vita, a cui Orwell dice sempre “sì”, e riuscire a scrutarla con lucidità. Profondissime e lungimiranti le osservazioni su Gandhi, per esempio, dove sa distinguere l’aspetto reazionario dell’uomo dalla figura “venduta” al grande pubblico, oppure quando, in “Negri esclusi”, sa denunciare il totalitarismo ma anche ricordare quanto le democrazie occidentali, e quella britannica in primis, non sono così candide come vorrebbero far credere. “Non è stato Hitler a fare di un centesimo l’ora il salario normale di un operaio di fabbrica”; eppure in India è così e noi stiamo compiendo ogni sforzo per garantire che la situazione resti inalterata”.

Pagine di profonda lucidità e onestà intellettuale, di un viaggiatore solitario, nel mondo “come un pesciolino in una vasca di lucci”, e convinto che la lotta contro l’ottusa gerarchia sia assolutamente fondamentale: “Ortodossia vuol dire non pensare, non aver bisogno di pensare. Ortodossia e inconsapevolezza son la stessa cosa (1984)”.

George Orwell

Come un pesciolino in una vasca di lucci

a cura di Vittorio Giacopini

Elèuthera, 2018

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