Il Village des Arts di Dakar, dove l’arte incontra la politica

Giada Cicognola

Ad una manciata di minuti da Dakar, la capitale del Senegal, c’è un luogo sospeso a metà tra realtà e finzione. Attivisti rivoluzionari e adoratori della bellezza, i grandi maestri dell’arte Senegalese lavorano e convivono in questo microcosmo così lontano dal caos della città e della sua periferia più vicina, Pikine. L’idea del Villaggio nasce già nel 1977 con la creazione di uno spazio indipendente ed autonomo in città, centro creativo per decine di artisti, attori, musicisti e scrittori. Sgomberato dell’esercito nel 1983 per far spazio a nuovi edifici governativi, prende una nuova forma nel 1998 sotto la tutela del Ministero della Cultura, che gestisce il Villaggio insieme al comitato degli artisti residenti con lo scopo di sviluppare un programma coerente e condiviso. Lo spazio offre una galleria espositiva e una caffetteria, al momento in fase di ristrutturazione, oltre ad una serie di laboratori per artisti residenti e in visita.

Pittori, scultori, ceramisti, fotografi e videografi, oggi il Village des Arts esemplifica perfettamente la vibrante scena artistica di questo paese e con i suoi cinquanta atelier ogni visita rimane un’esperienza unica: gli spazi, convertiti a volte in veri e propri salotti, non hanno un orario di apertura, né propongono mai le stesse opere. Sarà il caso a decidere in quale momento del ciclo artistico di ogni atelier cadrà il passaggio al Villaggio: è un luogo di ispirazione, creazione, esposizione e vendita. Quasi tutti gli atelier sono in costante produzione, e passeggiando per i quattro ettari di questo spazio ci si imbatte nei maestri mentre dipingono il loro ultimo pezzo, disegnano la prossima opera o, in un attimo di pausa, sono ben disposti a discutere il prezzo di quelle già concluse, spesso di favore rispetto alle esposizioni ufficiali e con una contrattazione fino all’ultimo centesimo.

Quando non sono ospiti di mostre internazionali, o in viaggio nelle altre regioni del paese, gli artisti di stanza al Villaggio sono un libro aperto per chi ha voglia di scoprire qualcosa dell’arte nel paese della teranga, l’ospitalità. In un umido pomeriggio di fine agosto quasi ognuno di loro ha un ventilatore acceso nel suo rifugio, della musica in sottofondo che spazia dal jazz al raggae passando per il flamenco, ed un fornelletto sgangherato su cui borbottano le teiere per il rituale senegalese del tè, l’ataya, da passarsi fra amici e da offrire agli avventori. Tra le baracche di questo ex-accampamento cinese riconvertite per esporre le opere più disparate, si respira libertà e bellezza. Voglia di cambiare il mondo a colpi di pennello, o semplicemente di catturarlo per un attimo nel suo caos perfetto.

Assane Gning, pittore di ritorno dalla Biennale di Rio de Janeiro e pronto per quella di Abidjan, ha fatto dell’impegno sociale la sua vocazione. Ha presto capito che poteva trasformare le sue capacità in una ricchezza per chi non aveva niente: i bambini di strada. Ha deciso di formare per anni alcuni dei giovani che vengono mandati nelle grandi città da piccolissimi in cerca di fortuna, portandoli in luoghi in cui già normalmente si affollano, le grandi stazioni di auto e bus da cui partono veicoli per tutto il paese, ed insegnando loro come decorare i piccoli minibus tipici del Senegal, i cars rapides. Questi mezzi sono la perfetta fusione tra l’arte e la cultura senegalese: coloratissimi, ammaccati, stracolmi, vetusti ma ancora miracolosamente funzionanti. I ragazzi hanno ora un mestiere, e Assane sente di giocare la sua parte di impegno nella causa del paese e del continente africano tutto. Crede che qui i dirigenti politici non facciano abbasta per i giovani, e allora, nello spirito del primo presidente del Senegal indipendente, Leopold Sedar Senghor, è lui stesso che deve fare il possibile per condividere ciò che sa.

Il Villaggio risucchia in un vortice di prospettive su questo paese. Anche chi non ha fatto del sociale la sua missione finisce necessariamente per dare uno spaccato del Senegal nelle sue opere. Come il pittore Moussa N’Diaye, nato e cresciuto nelle vie di Sandaga, il brulicante mercato più grande di Dakar, che ha un atelier zeppo di perfetti fermi immagine di una città che cambia e si espande. La trasformazione urbana di Dakar è la sua ispirazione, con tutto ciò che c’è dentro. Giungla di cemento e sabbia in una simbiosi tra uomini, animali e strutture. Montoni e cani capovolti, in un mondo che annulla le distanze tra chi abita gli stessi spazi.

Sulla scia di Dak’Art, la Biennale di Dakar conclusasi ad inizi giugno 2018 dopo aver animato e rianimato centinaia di luoghi della capitale e delle regioni senegalesi con mostre e dibattiti, si continua a respirare lo spirito che questa tredicesima edizione ha voluto suggerire. Il tema, “l’ora rossa”, voleva indicare il risveglio della coscienza degli artisti africani, un invito ad usare il passato come trampolino di lancio verso un futuro a cui partecipare attivamente. Una presa di coscienza del continente tutto. C’è chi non ci sta, ovviamente. Prendiamo Amadou Dieng, pittore che invece da sempre boicotta, orgogliosamente, la Biennale del suo stesso paese. Afferma di non poter sopportare la dicitura ‘arte africana’ e di accettare per le sue opere astratte solo il termine ‘jazz pittorico’. Sfuggevole alle etichette, non ha un particolare interesse a cambiare il mondo. Semmai, il modo di vedere gli artisti africani. Sulla porta del suo atelier campeggia la fotocopia di una sua poesia in cui spiega l’essenza del suo pensiero: lui non fa dipinti africani, ma è una africano che dipinge. I suoi lavori sono senza titolo, cominciano dal disordine per arrivare all’ordine. L’arte è ossigeno, è necessità di espressione, e non ha niente a che vedere con il dialogo fra culture.

Il suo dirimpettaio, El Hadj Sy, attivista culturale, pittore e curatore, nonchè ex presidente dell’associazione degli artisti del Senegal, non la pensa allo stesso modo. In prima linea nell’uso dell’arte come riflesso della società, crede fortemente nel suo valore politico. Dopo aver pubblicato 40 anni fa la prima antologia di arte contemporanea senegalese, ha continuato a promuovere e stimolare questo settore a casa e all’estero con dei ‘laboratori di ribellione’ per esprimere un’agitazione artistica capace di istigare una presa di coscienza nei popoli. Non a caso è tra i fondatori del collettivo AGIT’ART, impegnato nella critica della politica Senegalese. A metà tra la promessa e la minaccia, El Hadj assicura che chi passa un mese con lui si trasforma in un rivoluzionario. L’arte ha una vocazione sociale, diretta alle persone e alla mediazione dei conflitti. Deve essere uno strumento usato ai massimi livelli diplomatici per mediare fra le culture e aggirare quello che individua come il principale problema di oggi: una mancanza di condivisione di ciò che abbiamo in un processo di chiusura verso il prossimo.

E si continua così al Villaggio, in un ping pong tra un atelier e l’altro, ognuno rappresentante un universo di espressioni e modi di sentirsi artisti in questo paese che dalle statistiche risulta uno dei paesi meno sviluppati al mondo, ma nasconde nella varietà artistica e culturale una delle sue ricchezze più grandi.

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