Il cavaliere delle cause perse, le odierne perfino

Paolo Morelli

Anni fa, un politico nostrale a nome Bertinotti si recò nella regione del Chiapas, in Messico, per incontrare il sub-comandante Marcos colà acquartierato. Alla fine della visita, il saggio Marcos regalò al nostrale una copia del Don Quixote, con una dedica: “Manuale di scienza e politica moderne”. Così almeno la racconta il sub-comandante Fausto.

Pare che il Quixote sia il secondo libro letto nella storia dell’umanità, trova sempre il modo di rendersi utile. Che sia questa una definizione di classico? Sta di fatto che oggi potrebbe esser letto come un manuale per guerrieri. Questa almeno potrebbe essere la lettura riuscita o capitata sotto mano a Terry Gilliam nel suo L’uomo che uccise Don Chisciotte.

Sappiamo tutto del venticinquennale development hell che ha preso le forme di una vera e propria maledizione più che in ogni altra impresa cinematografica finora, oltretutto riallacciabile ai precedenti tentativi di Orson Welles altrettanto disgraziati. La vera iella sembra non finire mai, difatti anche questo film ha avuto problemi fino all’ultimo e oltre, col produttore Paulo Branco che si è peritato di mettere i bastoni fra le ruote per l’uscita a Cannes. Cominciava a sembrare credibile che il libro in questione non desiderasse più essere trasposto per immagini.

Facendo l’esercizio grave del riassunto, il film narra di un regista (un formidabile Adam Driver, a suo agio in particolare da stralunato guerriero moderno, come nel delizioso Paterson di Jim Jarmush), ormai ricco e senza stimoli, che riscopre in Spagna e casualmente un suo saggio cinematografico giovanile dal titolo appunto El hombre que matò Don Quixote, scopre il sommovimento che aveva causato il suo film nel piccolo villaggio dove l’aveva girato, venendo però alla fine coinvolto e convinto della necessità di quella pazzia, in primis da un divertito Jonathan Pryce nei panni dell’anacronisticissimo cavaliere dalla triste figura.

C’è da dire che Gilliam aveva già affrontato, più per disperazione che altro il problema maledetto in un documentario, Lost in La Mancha, nel 2002. Considero quel piccolo film un’opera molto vicina al capolavoro, soprattutto per il modo e il gusto con cui metteva in ridicolo ogni tentativo umano di mettere ordine alle cose del mondo, agli accadimenti della fortuna intesa soprattutto nel suo contrario. Si poteva pensare quindi che adesso l’ex Monty Python volesse solo chiudere l’ultimo tratto del cerchio, togliersi dalla fissazione, dimostrare, a sé stesso più che altro, di essersi liberato dalla maledizione. Si pensava a un film di routine, di complemento e soddisfazione autoriale di fronte all’inarrivabile levità percettiva dell’altro. E invece gli riesce tutto il contrario, viene fuori l’opera sua forse più complessa e meno gigiona, e visionaria va da sé, scevra da ogni forzosa complicazione di una storia che va da A a B e non sa tornare indietro. Scevra insomma dal diktat odierno, e anzi, ad esso bravamente contrapposta.

Il film è stato letto da alcuni critici come l’abbandono delle pericolose utopie giovanili da parte del regista-protagonista, a me pare un memento, un richiamo alla forza avventata e giovanile invece, messa al servizio di una condizione ormai disperata, un richiamo al passato, recente o meno per affrontare una causa che si sa già che è persa, quella dell’univoca percezione dell’arte in senso lato come mero asservimento realista, contro l’imposizione di un alto grado di determinismo che non lascia nulla al vag e alla fine deve sempre rimettere le cose a posto, unire i punti rassicurando le coscienze come nella Settimana Enigmistica.

La storia del mondo è piena di novità, non si sta mai in pace. All’epoca di Cervantes il Mondo Nuovo inaugurato da Cartesio stava per inventare il soggettivismo razionalista, qualcosa di mai visto prima che ha avuto effetti rinvigorenti ma alla lunga, come sostiene lo scrittore Ricardo Piglia, ha trovato la sua estrema declinazione nel Mein Kampf. E il mancego in quanto artista aveva lunga visione, ha mandato quindi il suo cavaliere a battersi contro la cacciata dell’attività fantastica, in fondo perfino vincendo la sua battaglia. Oggigiorno la neo-teologia tecno-ottimista ha pronti almeno due decreti di espulsione: l’esperienza diretta, di prima mano, e la fantasia se ha dignità conoscitiva, vale a dire carne e sangue dell’arte in generale. La fantasia nell’arte odierna può solo essere evasione, il che vuol dire che fuori ad attenderci c’è la galera (nel film è il castello incantato dove Gilliam ci dà dentro contro i nuovi ricchi, i produttori, e un’idea di arte esausta già prima di cominciare, forzosa, weird), mentre l’essere umano ha da sempre conosciuto in due fasi e per prima c’era l’analogia proporzionale tra i due elementi, l’uno visibile e conosciuto e l’altro sconosciuto o enigmatico, era lei che faceva da ponte. Senza quest’uso assistiamo all’odierna paralisi logica, che difatti nemmeno si accorge di sé.

Stavolta le incongruenze, gli anacronismi, le inverosimiglianze, le trovate (il rifiuto dei sottotitoli semplicemente cancellati con la mano: “Tanto io e te ci capiamo benissimo”), il fare desultorio (da una cavalcatura all’altra, da un Quixote all’altro, da un piano di realtà all’altro) tipici della sua mano registica paiono tutte frecce all’arco dell’autore, a difesa della franca menzogna con spirito di contraddizione, la tendenza o guasto a fare il contrario di quanto sembra logico in quel momento come se si subodorasse un errore o un’imposizione, o un limite ingiusto in quella regola. Uno spirito aspro al punto da rinnegarsi da solo, certe volte. E quando la fiducia sembra esaurirsi ed è il cavaliere stesso a piagnucolare disperato che tutto è ormai perduto, che “nel nido dell’anno passato non ci sono più uccelli” il protagonista fa i salti mortali per riaffermare il contrario contro ogni evidenza.

Non solo una dichiarazione di poetica, come ad esempio nell’Ang Lee di Vita di Pi, ma un giocoso e al contempo veemente richiamo alla rivolta fallimentare. Che c’è stato per millenni un mondo molto meno vero di questo, sembra dirci Gilliam, e lui va avanti comunque, cocciuto e ad ogni costo, delinquente verso quella serietà coatta, corretta, farlocca dell’impianto realistico-burocratico mutuato dall’informazione che l’arte pare aver accettato passivamente e spesso senza nemmeno accorgersene. Contro l’epistemologia della certezza che porta con sé l’aria forte da caserma, intuendo che se l’esperienza non trova forma in un luogo fantastico la violenza e la sopraffazione possono scaturire in ogni momento.

Gli incantatori possono benissimo privarsi della fortuna, ma dell’energia e del coraggio è impossibile”, dice il Cervantes nel libro. È così che il settantasettenne Terry Gilliam si ritrova ad essere in missione, paladino di chiunque oggi provi a lottare coi mulini a vento, e per questo viene deriso, allontanato, oppresso. Ci mostra la via. Perché c’è poco da dire e da concionare, i fascismi prima che in politica nascono dalla sparizione del coraggio, senza la fantasia del corpo il mondo diventa fascista da sé, e senza nemmeno accorgersene (se non molto dopo).

L’uomo che uccise Don Chisciotte

Regia: Terry Gilliam

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