Zappa, Carter: Biennale Americana

courtesy of La Biennale di Venezia - foto di A. Avezzù

Paolo Carradori

Si può dire che il Festival Internazionale di Musica Contemporanea della Biennale di Venezia al compimento del suo sessantaduesimo anno di vita stia cambiando pelle. Processo caratterizzato da un ampio spettro d’indagine nel superamento di una logica eurocentrica in realtà già avviato da qualche anno dal direttore artistico Ivan Fedele. Con Crossing the Atlantic, il tema di quest’anno, l’ambizione - guardando alle Americhe - è quella di dilatare ancor di più il concetto di contemporaneità aprendolo alle musiche extra colte. Su questa linea il Leone d’oro al pianista jazz Keith Jarrett – purtroppo assente per motivi di salute - è un segnale significativo. Ancora di più lo è il concerto d’apertura al Goldoni con l’integrale di The Yellow Shark di Frank Zappa con il Parco della Musica Contemporanea Ensemble diretto da Tonino Battista e il performer David Moss.

L’etichetta di rocchettaro a Zappa è stata sempre ampiamente stretta. Il rock è nel suo Dna, ma cultura musicale, capacità compositive e l’irrefrenabile curiosità lo pongono oltre, tra i più trasversali e originali compositori del ‘900. Con la formazione Mothers of Invention ha scritto pagine indelebili, dove in una rocambolesca eterogeneità, trasgressioni sonore, teatro anticonformista, ironie, ritmi incalzanti e allusioni sessuali ha sviluppato un percorso unico e vitale. La Biennale Musica scommette e rischia l’apertura con un inclassificabile che pur citando tra i propri ispiratori Edgar Varèse e Igor Stravinsky, nell’immaginario collettivo è un grande del rock più provocatorio. Scoprendo un Teatro Goldoni esaurito e caloroso si può dire una scommessa vinta.

courtesy of La Biennale di Venezia - foto di A. Avezzù

The Yellow Shark è un’opera complessa dal taglio sinfonico per un ampio organico strumentale. É l’ultima composizione di Zappa scritta nel 1992, lui ci lascerà prematuramente l’anno dopo. Il Parco della Musica Contemporanea Ensemble ben motivato da Tonino Battista, tutti rigorosamente con bretelle e papillon gialli, ne dà una lettura aderente allo spirito zappiano. Frizzante, energetica ma anche attenta ai passaggi più sofisticati. Nei 19 movimenti si percepisce bene la genialità compositiva di Zappa che passa da un elegante Outrage at Valdez per orchestra al serrato dialogo tra due pianoforti di Ruth is Sleeping. Nel ciclico coinvolgimento delle sezioni, soli fiati con Times Beach II e Time Beach III, soli archi con III Revised, None of Above e Questi cazzi di piccioni (stimolato da una passeggiata in Piazza San Marco) si apprezza la filigrana delle polifonie, la forza comunicativa mai romantica, asciutta e diretta.

All’astrattismo sonoro di Pentagon in Afternoon si contrappone il brillante carattere bandistico di Be-Bop Tango. Welcome to the United States è la grande occasione per David Moss, in realtà fino a quel momento non molto coinvolto. Ma la sua performance risulta alquanto piatta, intrattenimento comico, complice anche il testo che ironizzando sulle domande di un questionario per l’immigrazione negli USA di quegli anni, oggi con il terrorismo e la gestione Trump, risulta decisamente datato. Va anche detto che alcuni eccessi teatrali dei componenti l’orchestra forzano il reale carattere trasgressivo di Zappa che era un grande programmatore mai sopra le righe. Il finale con il super energetico G-Spot Tornado che ti fa saltare sulla sedia è una grande festa. Yellow Shark è un’opera mirabile, ancora coinvolgente che raccoglie tutte le fascinazioni e le visioni musicali di Zappa, dalle stupid songs alla sperimentazione, dalla melodia (mai mielosa) al post-rock. Lo fa in un caos organizzatissimo che non disperde le potenzialità e l’originalità delle sue diverse ambientazioni ritmico-sonore.

courtesy of La Biennale di Venezia - foto di A. Avezzù

In una intervista del 1992 Elliot Carter (1908-2012) dichiara che è pressoché impossibile applicare l’etichetta di americano ad un compositore tanto il carattere della società e della cultura americana è diffuso e confuso. Posizione che sottolinea non solo le problematiche dell’appartenenza culturale ma anche l’originalità del compositore che riconosciuta come propria la tradizione di pionieri come Ives (poi criticato) e Cowell (anche dell’emigrato Varèse) dopo le esperienze parigine con Nadia Boulanger si ricava una posizione molto autonoma nel panorama compositivo. Non aderendo né alla corrente postweberniana che cageana, camminerà imperturbabile per cento anni in una personale costante ricerca linguistica e della forma.

La serata al Teatro delle Tese con tre opere di Carter – eseguite dal Parco della Musica Contemporanea Ensemble sotto la direzione di Tonino Battista - che vanno dal 1986 al 2003 ci offre uno spaccato interessante. Dialogues per pianoforte e ensemble (2003) si caratterizza per un serrato dialogo tra pianoforte e orchestra. In realtà più che di dialogo si tratta di una contrapposizione, scambi e incastri di stratificazioni sonore. La tastiera è decisamente vitale, a tratti percussiva, dietro violini e violoncelli si muovono come un campo di grano sollecitato dal vento, niente di romantico ma di fascino ce n’è molto. L’interazione avviene anche con singole sezioni, prima i legni poi le percussioni ma qui si rischia qualche rigidità di troppo. Tutt’altra ambientazione quella di Luimen (1997) dove tre strumenti a pizzico (chitarra, mandolino e arpa) stanno di fronte a tromba, trombone e vibrafono. Non solo l’impasto strumentale è molto interessante ma la costruzione per isole sonore, grumi e silenzi, crea una tensione costante e avvolgente. Qui si gioca un vero dialogo, tra convergenze e divergenze si attiva una drammaturgia che si contrappone alla forma non lineare e non narrativa della serialità. Carter nella sistematica suddivisione in gruppi strumentali autonomi lavora invece sulla continuità con forme astratte in movimento. Luimen ne è una testimonianza di grande qualità. Oboe Concerto (1986) risente complessivamente di un impianto dal sapore classicheggiante. Masse sonore, cupe e misteriose, si muovono dietro il solista (Fabio Bagnoli) e contrastano con il lirismo estremo dello strumento. Ma l’oboe risulta troppo lontano dall’orchestra, questa incomunicabilità lascia nell’opera come un senso di incompiutezza. Bagnoli regala al pubblico un bis proponendo un breve stralcio da un’opera per oboe solo di Bruno Maderna. Una meraviglia, lì poteva cominciare un’altra storia.

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