Poesia ultima: tre paesaggi

Claudia Crocco

Negli ultimi dodici mesi sono usciti almeno tre libri sulla poesia più recente: La poesia italiana degli anni Duemila. Un percorso di lettura di Paolo Giovannetti, Poesia italiana postrema. Dal 1970 a oggi di Andrea Afribo e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 di Maria Borio. Sono saggi diversi per metodo e forma: Giovannetti fa un breve percorso sugli ultimi due decenni, soffermandosi sulle caratteristiche che rendono viva la scrittura poetica; quella di Afribo è una raccolta di saggi, in parte già usciti, tenuti insieme non solo dall’oggetto comune – la poesia dagli anni Settanta in poi –, ma anche dall’intenzione di «ricomporre l’infranto»; il libro di Borio è apparentemente il più tradizionale (è anche il più lungo dei tre), perché si presenta come una storia della poesia dal 1970 al 2000, nella quale testi e problemi sono affrontati in ordine cronologico e a ogni autore è dedicato un profilo critico di lunghezza variabile. Nonostante le differenze, questi saggi possono essere accostati per il comune intento di tracciare una mappa. Laddove le mappe divergono, è ancora più interessante osservare cosa propongono.

La prima differenza importante riguarda la periodizzazione. Borio e Afribo hanno posizioni simili: partono dagli autori che esordiscono negli anni Settanta, danno rilievo alla data simbolica del 1971 (l’anno di Trasumanar e organizzar di Pasolini, ma anche di Satura di Montale, di Invettive e licenze di Bellezza – e di Viaggio d’inverno di Bertolucci, aggiunge Borio) e alla testimonianza in diretta fornita dalle antologie. È la generazione dei nati negli anni Cinquanta ed esordienti dopo il Sessantotto, insomma, a vivere e testimoniare la rottura rispetto alla tradizione del Novecento: da questo punto di vista Poesia italiana postrema e Poetiche e individui confermano una posizione critica ormai largamente condivisa. Giovannetti, invece, scrive della poesia «duemillesca», anche grazie al confronto con gli autori delle generazioni precedenti (uno per capitolo), e ne evidenzia gli elementi di novità, accentuandone la separatezza rispetto a quella precedente. La poesia degli anni Duemila è, innanzitutto, installativa, e ciò influenza sia le nuove forme con le quali si presenta, sia il suo pubblico. Il testo poetico installativo «invita il lettore-spettatore-esecuzione a un’azione. [...] Non si tratta solo di capire, di svolgere un’esperienza intellettuale; ma anche di intervenire all’interno di quanto sta davanti a noi, dentro al testo che chiamiamo poetico».

Per quanto riguarda la selezione, ci sono punti in comune soprattutto fra Afribo e Borio, a causa della cronologia simile. Entrambi, inoltre, individuano una discontinuità fra anni Settanta e anni Ottanta. Nel primo decennio Afribo fa una distinzione tra spontaneismo (Maraini, Di Raco, Alesi), sperimentalismi (Viviani e Reta), neoorfismo (De Angelis e Conte); ma la categoria di neoorfismo è ricostruita, messa in discussione e infine accantonata. Uno spazio particolare è riservato a Milo De Angelis, al quale è dedicato l’intero terzo capitolo (uno dei più belli del libro), Deangelisiana. Qui Afribo parte da un testo campione, Cartina muta, per poi proporre analisi dello stile e schedature che riguardano l’intera opera dell’autore, fino a mostrare l’esistenza di un «sistema-De Angelis». La grandezza critica di queste pagine sta nel fatto che, da un lato, si spiega perché De Angelis è l’esempio più alto della poesia cosiddetta «neo-orfica» degli ultimi trent’anni; dall’altro, se ne evidenzia il ruolo nella storia della poesia contemporanea: De Angelis è importante anche perché ha influenzato molti autori successivi (viene usata la parola «egemonia»), da quelli che poi hanno intrapreso strade più autonome (Dal Bianco, Anedda, Benedetti) a quelli per i quali si può parlare di «deangelisismo» vero e proprio.

Nei libri di poesia degli anni Ottanta, invece, Afribo nota un cambiamento in senso classico e restaurativo: sia attraverso la svolta nell’opera di Cucchi e in quella di Viviani, sia con «Prato pagano» e «Braci», quindi con la novità di Magrelli e con l’esempio del «serenismo impressionante» di Benzoni. Ma è soprattutto la ripresa neometrica la vera svolta, che individua un discrimine tra moderno e postmoderno; alla metrica contemporanea è dedicato un capitolo separato, inedito fino a ora. Di neometricismo si occupa molto anche Giovannetti, il quale ne sottolinea gli aspetti all’altezza dei tempi: «la forma chiusa [...] rappresenta una maniera per attivare una diversa percezione del reticolo di forme elettriche e digitali in cui ci troviamo». Afribo ha una posizione meno entusiasta: pur considerandolo un fenomeno epocale, alla fine conclude che «il neometricismo [...] è al massimo grado il documento o il sintomo di quel senso della fine di cui è intrisa la condizione postmoderna».

Borio, invece, è programmaticamente anti-idealista, dunque rinuncia ai raggruppamenti sulla base di categorie critiche, per procedere in modo induttivo: da un campione di testi considerati esemplari si risale alle poetiche degli autori. «Le poetiche permettono di tenere insieme il metodo dell’interpretazione dei testi e un’estetica anti-idealistica», si legge nell’introduzione. Poetesse e poeti sono comunque aggregati in capitoli perché, dopo l’analisi testuale, «si cercano i rapporti con scritture e poetiche affini, per individuare uno sguardo di insieme che, come in una costellazione, definisce uno spazio relazionale, in cui sono trascesi i tratti empirici». Nel primo capitolo troviamo Bellezza, Viviani, Zeichen, la «scrittura femminile», De Angelis, Conte, Cucchi e Neri, le opere dei quali esemplificano l’importanza del soggettivismo nella scrittura degli anni Settanta. Il secondo capitolo è dedicato alla cultura che dilaga dopo il movimento del Settantasette, con Valduga, Frasca, Magrelli. La parte finale è sugli anni Novanta, quando le connessioni fra autori e poetiche diventano ancora più fluide (Individui e fluidità è il titolo di questa sezione, nonché di un saggio di Borio), tanto da mettere in crisi qualsiasi cartografia. Per Borio è questo il momento di cesura maggiore: quando si affermano il gruppo ’93 e, soprattutto, la «lirica rifunzionalizzata» di Anedda, Buffoni, Pusterla, Fiori, Benedetti e Riccardi, che costituisce il risultato più alto della poesia recente. Si tratta della proposta critica più originale di tutto il libro.

Rimane qualche dubbio, invece, sull’approccio per poetiche, per due motivi. Il primo è che, pur nascendo dall’intenzione di perseguire una poetica anti-idealista, a vantaggio del commento al testo, Poetiche e individui finisce con l’accogliere quasi tutte le etichette critiche degli ultimi trent’anni, senza mai metterle in discussione: poetica postmoderna, neo-orfismo, poesia di ricerca sono tutte presenti, per quanto talvolta con formule cautelative («il cosiddetto», eccetera). Anche quando ci tiene a mostrare che una categoria è stata creata da altri, Borio non spiega mai se la condivide o meno, fino al paradosso dell’ultimo capitolo: il postmodernismo critico del gruppo ’93 è considerato l’archetipo delle scritture di ricerca degli anni Zero (e già questo andrebbe dimostrato); tuttavia le pagine dedicate a Voce, Lo Russo e Ottonieri sono piuttosto esigue rispetto ai sottocapitoli riservati a Buffoni, Riccardi, Benedetti, Anedda, i veri protagonisti degli anni Novanta secondo l’autrice. Perché servirsi di queste categorie, allora, tralasciando il dibattito critico che le ha generate? L’altro problema riguarda l’interpretazione. Cosa pensa l’autrice di questi poeti o del ruolo che hanno avuto nella poesia del Novecento? I profili dedicati agli autori sono tutti molto accurati, ma il sottocapitolo su De Angelis permette di spiegare meglio un elemento di debolezza del saggio: l’ampio spazio che gli viene dedicato è impiegato soprattutto per mostrarne le fonti e i riferimenti di poetica. Insomma, queste pagine ripercorrono la mitologia di De Angelis, che ha alimentato il «deangelisismo» del quale parla Afribo.

Sia Borio sia Afribo accennano appena alla poesia in prosa; se ne parla molto di più nel libro di Giovannetti. Non stupisce, perché l’autore aveva già dedicato al tema un libro del 2009 (Dalla poesia in prosa al rap), ma è importante ribadirlo, sia perché quella di Giovannetti è l’unica ricostruzione che tiene conto di uno dei fenomeni centrali della poesia contemporanea, sia perché le tesi del 2009 vengono in parte aggiornate. Innanzitutto è indebolito il legame con il rap; inoltre c’è una distinzione fra poesia in prosa ritmica (come quella di Angelo Lumelli) e aritmica (esemplificata su Tiziano Rossi). La poesia in prosa aritmica è quella che rende la poesia un territorio di confine e di frontiera fra più generi letterari, o addirittura più arti. Da questi due tipi si distingue la prosa in prosa, che in parte coincide con la poesia di ricerca. Si arriva, quindi, a uno dei nodi centrali del dibattito critico. Se per Borio (e Afribo) la poesia più interessante da seguire è quella del «nuovo umanesimo», nel quale la tensione etica si fonde a una riflessione sul ritmo, è proprio l’opera di Buffoni, Anedda e Benedetti la grande assente della ricostruzione della Poesia italiana degli anni Duemila. Giovannetti scrive un capitolo sulla poesia lirica e ne evidenzia i cambiamenti principali rispetto alla tradizione novecentesca: nella lirica contemporanea l’io tendenzialmente scompare, la narratività è minore, mentre rimane un contenuto sia in senso lato «morale». Gli esempi illustri presentati sono quelli di Pusterla, Fiori, Carpi, Targhetta, Pugno e Bre. Nonostante il titolo sia La poesia di oggi è (anche) «lirica». E questo non è un insulto, nei capitoli successivi si ribadisce più volte che la vera poesia all’altezza dei tempi è quella che problematizza esplicitamente il linguaggio attraverso lo spiazzamento formale (in continuità, dunque, con il percorso della Neoavanguardia, anche se Giovannetti ridimensiona questo legame), proponendosi come poesia installativa.

Sought poems, prosa in prosa, poesia visiva e multimediale, poesia neometrica (e poetry slam?) riescono ad entrare in contatto con una caratteristica del web 2.0, ovvero la presenza di un performer (o prosumer) piuttosto che un lettore tradizionale, dunque costituiscono la vera poesia di ricerca contemporanea degli anni Duemila. Questo filtro, ovviamente, taglia fuori dal raggio visuale di Giovannetti le sperimentazioni in prosa di Bordini, Maccari, Mazzoni, Dal Bianco, Benedetti e Anedda, oltre a porre un accento di minorità inevitabile sulla poesia lirica. La conclusione della Poesia italiana degli anni Duemila, da questo punto di vista, si pone all’opposto di quelle di Poetiche e individui e di Poesia italiana postrema, perché individuano percorsi opposti e scommettono su idee di poesia molto diverse.

Per concludere: la poesia ipercontemporanea è ancora al centro delle ricerche in corso nella critica letteraria italiana, almeno se si guarda a titoli e sottotitoli dei saggi usciti nell’ultimo anno. Ma quali sono gli avanzamenti critici rispetto ai saggi e alle proposte antologiche di inizio anni Zero? Molte questioni rimangono ancora da discutere (poesia di ricerca, poesia in prosa, sopravvivenza della lirica, ruolo della performance e dell’oralità) e i percorsi che emergono da questi libri vanno verso la dispersione, più che la concordanza. Di fronte a ricostruzioni e proposte critiche tanto distanti, è giusto chiedersi ancora non solo quale sia la direzione futura della poesia, ma anche: cosa la rende ancora un genere attuale?

Paolo Giovannetti

La poesia italiana degli anni Duemila. Un percorso di lettura

Carocci, 2017, 128 pp., € 13

Andrea Afribo

Poesia italiana postrema. Dal 1970 a oggi

Carocci, 2018, 221 pp., € 23

Maria Borio

Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000

Marsilio, 2018, 334 pp., € 30

È possibile acquistare questi libri in tutte le librerie e su Ibs.it

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