L’impostura dell’immediatezza

Paul Virilio

"L'immediatezza è un'impostura”, scriveva il teologo Dietrich Bonhoeffer. Di questa impostura possiamo misurare gli effetti perversi osservando che ciò che è comune viene oggi messo in discredito dall'immediatezza di ciò che non è comune. Quando un utente della citizen band spiega per esempio che la sua ricetrasmittente gli permette di parlare “di preferenza con gente che non conosce”, di entrare in comunicazione “al di fuori della sua cerchia di affinità geografiche”, significa che quello che non c'è prevale di gran lunga su quanto è presente... In fondo, quella che è stata definita “la pressione dell'audiovisivo”, altro non è che l'espressione del declino dell'unità di vicinanza, e attraverso di esso, della prossima decadenza delle politiche territoriali. Da ciò deriva l'insidioso discredito gettato, da più di vent'anni, sull'estensività geopolitica a vantaggio di una intensità transpolitica insospettata, declino dello Stato di diritto, deregulation accelerata dei diversi sistemi di governo che portano, in questo stesso momento e nonostante l'illusione dei mercati internazionali, all'inversione del principio aggregativo, federativo, dissociazione propizia, raffigurazione di un illusorio decentramento che è solo il prolungamento della decolonizzazione liberale. Questo porta all'infinita serie di “divorzi” operati in nome delle libertà, fra i sessi, le generazioni, le etnie e i gruppi sociali, fino alle più vaste entità comunitari e nazionali, a vantaggio di un'amministrazione o meglio di un impero del tempo proprio di cui l'evoluzione della produzione industriale consente già di valutare la natura, con la precarietà dello statuto del personale temporaneo, costretto al tempo stesso alla disoccupazione congiunturale e agli orari intensivi, senza nessun rapporto con i cicli fisiologici e con i ritmi culturali, dato che si è parlato addirittura di sopprimere il giorno libero domenicale al fine di realizzare la pianificazione di un tempo continuo che starebbe all'intensità transpolitica come l'estensione coloniale e feudale stava ieri alla geopolitica.

La riconversione industriale illustra quindi alla perfezione questo fenomeno di disseminazione panica in cui la maggiore concentrazione del potere implica al contrario il decentramento geografico e transnazionale delle imprese, l'anarchia economica e sociale più grande che si possa immaginare.

Si può così capire meglio la sottile trasformazione delle procedure di liberazione che porta oggi popolazioni intere a diventare non solo lavoratori e migranti costretti alla deportazione industriale, proletari interinali, disoccupati di un lockout programmati in anticipo, ma anche e sempre più spesso, rifugiati, esiliati nel loro stesso paese, nemici o meglio minaccia interna, per un potere senza nessuna esteriorità in cui gli assenti hanno fatalmente ragione.

(da L’orizzonte negativo, traduzione di Maria Teresa Carbone, Costa & Nolan 1986, pp. 174-175)

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