Eugenio De Signoribus, barlumi di resistenza

Patricia Peterle

Il sentimento dell’inquietudine, dell’altro, della devastazione del luogo «originario» o familiare, e infine dell’esilio sono dei temi costanti in Eugenio De Signoribus. Fin dai suoi esordi, alla fine degli anni Ottanta con Case perdute, la voce di questo poeta è contrassegnata da un disagio profondo nei confronti del mondo, in cui la vita pare «tornata ai cupi albori delle lotte per la sopravvivenza», come si legge nel volume Aucun lieu n’est élémentaire, uscito in Francia nel 2017 per i Cahiers de l’Hôtel de Galliffet (la collana diretta da Paolo Grossi per l’Istituto italiano di cultura di Parigi), con traduzione e prefazione di Martin Rueff (ma già uscito, con qualche cambiamento, nel 2010 per i tipi di Tallone).

La scrittura di De Signoribus ha la capacità di scuotere il reale, i nodi d’indicibilità, affrontando problematiche che esigono una riflessione, perché fanno parte di un quotidiano che ci colpisce duramente ad ogni istante. I suoi versi sono sempre pervasi da un valore etico e la figura umana è al centro del suo laboratorio poetico, come appunto sottolinea Rodolfo Zucco nel recente Visite al frutteto (Biblion 2017), che riunisce sette saggi dedicati al poeta. La figura umana e il lavoro con la lingua, massima espressione dell’umano, sono due aspetti trattati da Zucco, che ripercorre questa traiettoria poetica sottolineandone i principali snodi come quello del «plurilinguismo espressionistico», per riprendere una formula di Enrico Capodaglio. Una lingua che è carica di vissuto, d’esperienza: «s’impenna la lingua nel parabolare // il bene comune, il comune assetto». Ma non solo, come ci fa capire Zucco, c’è un lavoro di resistenza con e sulla lingua, la complessità della stessa e l’uso che se ne fa, nel tessere una fitta trama di vibrazioni e variazioni, sono strumenti per stanare una dura e vuota realtà.

«A quello stare in mezzo, diviso tra male e bene, presto si abitua. È conveniente. Cresce con lui, quasi naturale, il velo dell’ipocrita, la maschera. Il vincente dei due». È questa l’esperienza di un bambino che si legge in Nessun luogo è elementare. «Il chiuso mondo» è una delle sette sezioni del libro, composta a sua volta da sette componimenti che riportano i significativi titoli: «Traversare», «Punire», «Occupare», «Vigilia», «Vivere!», «Appostarsi», «Controllare». In «Vivere!», prosa poetica dedicata ai «non-più-lavoratori» – fondamentale qui l’uso del trattino che ne indica il flusso –, viene messa in evidenza la precarietà della «disperazione senza avvenire». Il registro della frustrazione, della delusione, nonché testimonianza dinnanzi a un mondo sempre più feroce, sempre meno umano, in altri momenti lascia spazio a toni onirici e fiabeschi, tuttavia anche qui il confronto col vuoto è inevitabile, come si legge alla fine di «Un sogno fuori casa»: «Non mi muovo, non riesco a muovermi. Il vuoto è totale. L’universo è vuoto». Tra le prose poetiche vi sono alcune poesie. Una delle ultime, «Quando», di sedici versi in tre strofe, praticamente senza punteggiatura – soltanto tre virgole –, si realizza in una specie di urlo soffocato dal respiro, con le serie di enjambement e cesure a dettare il ritmo. La poesia si chiude aprendosi a due domande, poste negli ultimi due versi, le quali continuano a produrre echi anche dopo il punto interrogativo: «che nome ha questa condizione? / solo dolore?».

Fare esperienza del fuori, del vivere insieme e del rapportarsi, nel laboratorio di De Signoribus, significa costruire «un comune alfabeto / di compassione e memoria». C’è da parte del poeta una disposizione a, la quale gli permette di riflettere sulla comunità che ha attorno a sé. Sono questi i fili dell’ordito di una comunità che è in frantumi e che la voce del poeta cerca di richiamare alla nostra attenzione, visto che siamo proprio noi partecipi di questa comunità che frana e sanguina accanto a noi, in noi. Una voce che fora il velo del muro invisibile che tutto anestetizza.

«Colori del sì e del no» è un componimento della sezione finale, «Congedi», che si ritrova poi, con dei cambiamenti, anche nel più recente Stazioni (Manni 2018), composto da «poemetti e quasi-poemetti». Anche qui la figura del bambino soffre le conseguenze di un ordine che sconvolge e ci lascia allo sbaraglio: bambino che vede l’incidente col gattino, ed è l’unico a fare qualcosa correndo dietro alla macchina, in un moto istintivo, «svuotandosi, sfinito. / Poi sembrò morto. A lungo volle essere morto». Lo sfinimento e la delusione prendono corpo per quello che ha visto, per non essere riuscito a fare qualcosa, innanzitutto per il dolore che non è un semplice dolore. D’altro canto la figura di Abele, già presente in Ronda dei conversi (Garzanti 2005), ritorna in «Lettera verso l’alba», con l’uso anaforico di alcuni termini e la struttura del componimento ad avvicinarlo a una preghiera. L’immagine dell’alba, rinascita, speranza, viene confermata dalla dedica (al nuovo Abele) e dalla nota finale. Le stazioni, in queste pagine, non sono poche, sono diverse e s’incrociano con quelle letterarie: da un lato il dialogo costruito con Volponi, Caproni, Giudici e Luzi, dall’altro l’eco di alcuni fatti che non si possono scordare, come il G8 a Genova, nel 2001. In un’altra poesia, ora dedicata al Caproni che a sua volta adottò Genova, si legge: «(il fiato dell’universo / è un grido d’aiuto…)».

Quella di Eugenio De Signoribus è dunque una voce che patisce, ma che c’è, si fa viva e resiste. Non è un caso che in Stazioni ci sia appunto un testo intitolato «Amicizia», sentimento che di per sé presuppone un condividere. Infatti il poeta scrive per spartire, questa è per lui un’urgenza, una necessità vitale. L’amicizia è un gesto di ospitalità, di attenzione verso l’altro, di ex-posizione, per usare le parole di Jean-Luc Nancy. L’amicizia, quindi, come pratica e esercizio del pensiero, movimento che va dal sottrarsi all’aprirsi all’altro, cioè il fare esperienza del comune, come intuisce Bataille: «Gli esseri attraverso la “comunicazione” non sono più chiusi su loro stessi». O ancora, con lo stesso De Signoribus, «ma certo nessuno scompare / finché un pensiero l’abbraccia». Affetto e pensiero vanno insieme.

La forza civile del poeta di Cupra Marittima ha per chi scrive un significato ulteriormente importante alla luce del difficile momento che sta vivendo il proprio paese, il Brasile, alla vigilia delle elezioni presidenziali. Non sarà un suffragio facile, soprattutto perché la rabbia contro il sistema politico (certo ormai comune a tutte le latitudini) sta mettendo a repentaglio i cardini di una democrazia ancora giovane. Tanto che il probabile vincitore, candidato di estrema destra, in degna compagnia del suo vice, un generale riservista, esprime pubblicamente delle lodi nei confronti un colonnello sinistramente famoso durante la dittatura per essersi macchiato di numerosi crimini di tortura tra il 1970 e il 1974. Allo stesso modo, tale candidato non lesina dimostrazioni di insofferenza verso le minoranze e le diversità che insinuano la sacra trinità di Dio, Patria e Famiglia (come non ripensare alle famose parole di Pasolini nell’articolo sulle lucciole!). E allora, vale la pena chiudere con un’altra poesia di De Signoribus:

Democrazia, forse mai stata,

o persa per via, o soffocata

sempre mira di potenti

vedute miopi o cieche

parole tradite o perdute

ma d’ogni dove rifluenti

dove gli umani barlumi

non sono mai spenti

o rinascenti alle braci

dei buoni ricordi…

Verso o dentro la fine

d’ogni evo mortale

pulsa sempre l’alfa

di lettere future

anima dei resistenti

consolazione dei morenti

parole custodite

per compiersi domani

Eugenio De Signoribus

Aucun lieu n’est élémentaire

traduzione e prefazione di Martin Rueff

Cahiers de l’Hôtel de Galliffet, 2017, 169 pp., € 16

Stazioni. 1994-2017

Piero Manni, 2018, 125 pp., € 14

Rodolfo Zucco

Visite al frutteto. Sulla poesia di Eugenio De Signoribus

Biblion, 2017, 188 pp., € 20

È possibile acquistare questi libri in tutte le librerie e su Ibs.it

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