Antonella Anedda, chiara come una pietra

Maria Grazia Calandrone

Accade che un poeta superi sé stesso. Accade quando la sua vita incontra il trauma, della biografia o della storia. Accade allora che chi scrive superi la sua stessa lingua, che sia forzato dai fenomeni a raggiungere il grado zero della lingua, ovvero il punto scabro e scarno, l’osso senza aggettivi che sostiene il pensiero e persuade a indagare le ragioni della propria visione del mondo, quello che resta dopo una catastrofe, quello che tiene e, dunque, può ancora essere speso, forse un rinato «amore per i vivi», poiché sappiamo che i vivi non vanno amati con lo stesso amore che si porta ai morti.

Poiché i morti vanno infine lasciati morire, questa di Anedda è parola pensata rasoterra, piena di compassione e per ciò crudele, come crudele è chi espone la vita senza altra maschera che la parola arrivata a un «osservare privo di giudizio», avendo sussunti, della vita, meraviglia e orrore. Anedda, come Tacito, ora «dice soltanto ciò che deve». Penso, ad esempio, alle poche, perturbanti poesie in morte della madre, completamente prive anche della retorica del lutto, piene invece dell’odore reale di un corpo che abbandona la figlia scrivente, ma stavolta perché sta abbandonando sé stesso. Poche poesie apparentemente lasciate allo stato grezzo di una presa diretta disturbante. Anedda, qui, non desidera arrivare a bellezza alcuna, ubbidisce soltanto al comandamento animale della disperazione. Trovo questa materia non levigata, piena di interferenza e dell’odore fisico dell’abbandono, una forma di rispetto (dunque di amore profondo), nei confronti del dolore di bestia abbandonata di (quasi) ogni figlia che perde la madre, che non può e non vuole estetizzare quel morire comune, quell’entrare da viva nella morte di un’altra, che è però la meno «altra» che ci è dato esperire.

Oltre la voce così fisica e rotta dall’abbandono, Historiae viene da una distanza siderale, da un luogo lontanissimo e intravisto – forse solo intuìto – che commuove allo strazio, viene da quella che Pierluigi Cappello dantescamente chiamava «distanza incommensurata», dove i corpi sono ombre che si disfano a folate di vento. Anedda, nel suo ritorno alla fonte della poesia (e della vita), cioè al silenzio, pone infatti citazioni dantesche a esergo di alcuni singoli testi. Quando tra i versi si apre tanto spazio, abitato soltanto dal ronzio che quasi cancella nomi e parole, siamo davanti alla fonte sconosciuta della poesia e, intravista la fonte (come quando Amelia Rosselli apparve sul palco di Castelporziano), il resto tace, e tace anche il pur intrigante chiacchiericcio su cosa sia o no poesia, al quale Anedda fa un rapido cenno: «Vorrei disfarmi dell’io è la moda che prescrive la critica / ma la povertà è tale che possiedo solo un pronome. […] Io con l’io mi nascondo». Dunque noi, a noi stessi inafferrabili, avanziamo a tentoni in una terra priva di specchi, punteggiata da vaghi nebulosi segnali, che però qualcosa in noi riconosce e ricorda, come un’aria di casa perduta in un tempo vicino alla rimozione, che s’insinua persino nei compianti della sezione Animalia e arriva alla finale rinuncia alla parola, perché essa parola non rechi nuovo dolore, con la spietatezza di un’insostenibile visione di quanto diciamo «realtà».

«Per il paradiso forse non c’è strada migliore / che ritornare pietre, saperci senza cuore», concluderà Anedda, perché «è duro il cammino verso ciò che è chiaro, / l’ho capito col tempo, forse soltanto questo è il dono / di invecchiare»: attraverso il lutto privato e il trauma storico, si arriva dunque a una lingua chiara come la pietra e altrettanto remotamente viva, a un non sentire che è il sentire puro della materia. Questo è quanto di meglio possiamo auspicare.

In modo parallelo e dunque non uguale, in un modo pragmatico, Anedda legge l’incessante strage contemporanea alla luce delle stragi avvenute nella storia. Siamo affezionati fin dalle origini alle luci invernali, da paesaggio russo, di Antonella Anedda, ai suoi notturni domestici, alle sue stanze, ai suoi esterni nel quadro di una finestra. In Historiae torna l’approdo della nave ospedaliera: allo sfarsi delle luci, i corpi che hanno attraversato la tempesta del male sono quieti – e in essi tornano il latino e il sardo, versione gutturale del latino, quella lingua di scimmie che somiglia alla lingua primordiale, della quale conserviamo la memoria che non sappiamo di avere. Gli eventi si ripetono, non impariamo niente dall’esperienza della storia, perché siamo soltanto quel che siamo, dunque «vediamo il mondo quanto basta, / non di più non di meno di quanto sopportiamo». La compassione della sopravvivenza. Ma la poesia di Anedda consegna qui sé stessa alla classicità, per questo tramite di silenzio gutturale e dantesco. E pesa e si fa tanto più profonda quanto più quotidiana: il peso enorme di una parola come «compassione» viene infatti speso nel descrivere il gesto della cottura di un pesce. Niente è scontato, niente viene lasciato immeditato. Le ambientazioni nella cucina ricordano alcuni bellissimi testi del Canto del gallo nero di Gertrud Kolmar, l’ebrea tedesca che scelse di non fuggire e venne dunque trovata dalla morte accanto al suo popolo, testi nei quali Kolmar percorre la radice delle cose quotidiane fino ad aprire varchi nelle terre d’oriente e nei mari percorsi dai vascelli che hanno portato il pepe e le altre spezie fino alle sue mani domestiche. Con gesto uguale, Anedda prende un barattolo di sugo da uno scaffale, osservando ai suoi piedi una luce che «basta per acquietare le nostre anime tremanti di animali», spalanca la navata di un frigorifero per bere «latte / come le anime il sangue». Mentre Kolmar desidera nobilitare i cosiddetti «mestieri femminili», Anedda trasporta le stanze, il condominio, la strage quotidiana, sotto la luce obliqua della storia, sapendo che la storia non ha servito il futuro, che è il nostro presente sanguinoso.

Eppure, la luce a volte basta. E da questa incommensurabile, malinconica distanza, «succede a volte fino a che siamo vivi, / di provare una pace inspiegabile. Forse la letizia / di cui parlano i santi e che non chiede niente, / è solo attenta, premuta sulla terra, distante dalle stelle». La macchina mondana d’improvviso si ferma e, in luogo suo, dilaga lo splendore di una compassionevole indifferenza. Questa la gratitudine, nonostante tutto, per quest’essere vivi, che uno scrivente microcosmo detto Anedda dichiara, anche a nome di altri, dopo essere affondato nel quasi insopportabile dolore che il vivere comporta e ci riguarda tutti, per poi approdare nella pace dove non importa, non più, essere o non essere amati.

Antonella Anedda

Historiae

Einaudi, 2018, 104 pp., € 11

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