Scrivere a mano, una magia da mantenere

Ada De Pirro

Es tickt und tickt die Zeit/ und die Feder ist schon eingetaucht.

(Tic tac il tempo/ passa e la penna si tinge d’inchiostro)

Paul Klee1905.

La scrittura e la lettura sono pratiche clandestine” affermava Roland Barthes agli inizi degli anni settanta. Se per scrittura si intende il “gesto manuale opposto al gesto vocale”, nell’epoca dei digital media i graffiti sui muri delle città e alcune forme di réclame sono diventati luoghi dove la scrittura esce dalla clandestinità, quindi o come atto di ribellione o come messaggio fintamente confidenziale e personalizzato della proposta pubblicitaria.

Al di là dei contenuti espressi, la scrittura a mano suscita la sensazione di poter entrare nelle pieghe più profonde di chi ha lasciato quelle tracce di sé. Lontana dalle regole della bella grafia, vergata da privati cittadini o personaggi famosi o ancora inserita in opere d’arte, ha un forte potere evocativo. È materia di studio per periti di tribunale interessati a certificare l’autenticità di documenti, o per grafologi che cercano di interpretare la psicologia dell’individuo attraverso segni caratterizzanti, con la certezza che la grafia – se spontanea – sia lo specchio delle singole personalità.

Negli ultimi anni si sta ponendo attenzione da parte di studiosi, neurologi e insegnanti di scuola primaria al problema della perdita graduale della facoltà di scrivere a mano perché sovrastati dalla tecnologia. Numerose sono le pubblicazioni e gli inviti a riconquistare questa pratica (come quelli della calligrafa Monica Dengo) perché la scrittura corsiva è un bene da preservare in quanto aiuta nella concentrazione e nella memorizzazione mettendo in gioco abilità cognitive che altrimenti rimangono inattive. In aprile si è svolto all’Università di Pavia un interessante convegno Ri-Trascrizioni, la scrittura manuale tra storia, arte e neuroscienze in cui è stata proposta una riscrittura pubblica di Esercizi di stile di Queneau. Non è il primo caso di riscrittura a mano che viene suggerito con l’intento di sensibilizzare circa il potenziale multisensoriale dalla manualità.

Scrivere a mano è atto creativo che fa apparire segni sul foglio prima bianco. Pur se abituati alla meraviglia per gli antichi manoscritti redatti negli scriptoria dei monaci occidentali (o a quella per le scritture orientali, pratica meditativa ripresa da alcuni artisti anche in occidente), la spontaneità irregolare, piena di ripensamenti e cancellature, di imprecisioni e sbafature dei documenti di epoche più recenti (o più antiche come i fogli di Leonardo o altri meno noti), fanno rivivere quella magia a distanza di decenni e di secoli. In ogni caso la scrittura a mano è un atto che produce memoria e la memoria ha bisogno di essere custodita. Biblioteche e archivi pubblici e privati sono i luoghi deputati per la conservazione di questi documenti, ma anche gli artisti che inseriscono la propria scrittura nelle opere, sono particolari catalogatori di memorie e quindi ri-creatori (o distruttori) di mondi.

Da New York a Pieve Santo Stefano, fino a Rovereto seguiamo le tracce di grafie più o meno segrete.

Scrittura segreta di uomini (e donne) illustri

Da un paio di settimane, il 16 settembre, si è chiusa la mostra The Magic of Handwriting: The Pedro Corrêa do Lago Collection alla Morgan Library & Museum di New York. La ricca istituzione nata dalla collezione di un facoltoso banchiere ha ospitato parte della vasta raccolta dello scrittore e editore brasiliano. Il titolo è preso a prestito da una frase di Stefan Zweig – collezionista di autografi a sua volta – in una lettera a Rilke in cui parla della magia della scrittura a mano e di quanto il dono di un autografo sia il dono di un segreto. La mostra è stata articolata in sei sezioni, arte storia letteratura scienza musica intrattenimento, ed è stato possibile vedere preziosi documenti di varie epoche e provenienze: lettere e manoscritti di opere in diversi stadi, spesso accompagnati da disegni, schizzi o fotografie. Ben rappresentata da testimonianze come quelle di Michelangelo, Proust o la regina Vittori, la ricchezza della collezione Corrêa do Lago. Ma forse la testimonianza che riassume il valore semantico di questi esempi calligrafici è l’impronta digitale di Stephen Hawking, lasciata dal fisico inglese sul frontespizio del suo A Brief History of Time (1993). L’impronta digitale diventa metafora del corpo dell’autore, traccia estrema e univoca della propria presenza equivalente nella sostanza all’essenza della calligrafia.

Scrittura segreta di uomini (e donne) non illustri

Ancora il 16 settembre si è chiusa la 34° edizione del Premio Pieve Saverio Tutino 2018 organizzato dall’Archivio Diaristico Nazionale, dedicato a scritture autobiografiche inedite. Come dichiarato nella presentazione sono state selezionate opere di “Letteratura e scrittura popolare. Letterati e illetterati. Scrittori colti e incolti”. Il titolo scelto quest’anno è Franchi narratori e il vincitore è stato selezionato tra otto finalisti e premiato con la pubblicazione.

Il diario e l’autobiografia hanno nella scrittura a mano il loro medium principale. Naturalmente, vista la deperibilità dei supporti e la precarietà dei tracciati calligrafici, sono stati spesso trascritti dattilograficamente o in digitale, ma i chirografi mostrano il fascino dell’impronta personale dei singoli autori. Anche nelle memorie di persone “non illustri” troviamo una quantità di formati e materiali diversi – dal lenzuolo di Clelia Marchi ai fogli di calendario a strappo di Ida Nencioni ai fogli cuciti con il filo da pesca da Vincenzo Rabito – e tantissimi disegni, schizzi, scarabocchi, fotografie e biglietti. Come sostiene Anna Iuso nell’editoriale di A mano scritto (“Primapersona” n. 31, marzo 2017), quando parliamo di documenti manoscritti è molto importante considerare anche i supporti su cui vengono vergati perché raccontano in maniera altrettanto chiara la storia e la provenienza delle singole storie personali che si intersecano sempre con fatti storici o sociali di comunità o popoli. Il diario è infatti un oggetto da leggere nella sua complessità di segni.

Paul Klee nel suo diario giovanile annota che “un diario non è un’opera d’arte ma un’opera del tempo”. Scritto negli anni della formazione, fu visto da Argan come “la giustificazione del carattere segretamente autobiografico della pittura e del disegno” del grande artista. Nei suoi lavori troviamo spesso tracce di lettere o parole (e numeri e altri segni), presenza germinale per le opere delle neovanguardie assieme alle sperimentazioni futuriste e dadaiste.

Scrittura rovesciata

Oggi invece è l’ultimo giorno per visitare a Rovereto Manu propria, una mostra allestita con materiali provenienti dai fondi del Mart negli spazi della Casa Depero (a cura di Nicoletta Boschiero e Duccio Dogheria). Riunite per gruppi tematici, le opere creano un percorso non cronologico tra le diverse forme di scrittura utilizzate dagli artisti durante il novecento. Tutto nasce dal gesto, e la scelta di inserire nella prima sala opere informali sembra invitare a seguire questa chiave di lettura. Sono rappresentate più o meno tutte le correnti che oltre all’Informale nel corso del secolo scorso hanno utilizzato il linguaggio calligrafico: dall’ironico Futurismo, all’evocato Dadaismo per passare dal Situazionismo al Lettrismo, e poi Fluxus, arrivando naturalmente alle diverse sperimentazioni verbovisuali degli anni sessanta e settanta oltre ad alcune incursioni in tempi più recenti.

Tra fine anni cinquanta e i settanta, in un contesto di diffuso interesse per la linguistica e per i mezzi di comunicazione, per lo strutturalismo e l’antropologia, la scrittura a mano entra nel linguaggio figurativo e va a occupare un territorio di margine tra arte letteratura performance visiva e sonora. Modi e contesti sono diversi, ma alla base troviamo sempre la volontà di uscire dagli schemi accademici del disegno e della pittura per inserire il segno della propria grafia, spesso imprecisa, cancellata o corretta, intrecciata con altri segni, con l’evidente volontà di precarizzazione e senso di impermanenza della parola scritta.

Il supporto di carta, luogo deputato alla scrittura privata e intimista del diario, è preferito dagli artisti che ‘scrivono a mano libera’.

La scrittura viene usata per motivi liberatori e sperimentali alla ricerca di un linguaggio visivo e poetico fatto di segni di matrice diversa come fece ad esempio Ugo Carrega che inventò la ‘scrittura simbiotica’ e che compose una mappatura di artisti nella mostra Scrittura attiva del 1980. C’è poi il carattere oracolare delle pagine scritte (e incise) da Emilio Villa per Sybilla in cui prevale il disordine fatto di ripensamenti cancellature segni e sottolineature che impegnano l’occhio al di là del testo. Tante sono le opere da ricordare come la riscrittura dei margini di fotografie eseguita con precisione da Ketty La Rocca, una sorta di technopaegnia che marca l’appropriazione dell’immagine.

Come parole sul muro” scriveva Gastone Novelli, per la creazione di un universo linguistico che comprendeva segni e scritture di epoche e civiltà anche molto lontane per uscire dalla prigione della cultura accademica. La sua esemplare attività catalogatoria e trascrittoria di artista bricoleur, lo portò a ri-creare vichianamente, attraverso una continua combinazione di frammenti, una propria origine. Il montaggio risulta però sempre provvisorio e spesso ermetico.

In mostra non sono presenti, fra gli altri, due artisti molto significativi per il discorso sulla scrittura a mano nelle opere: Cy Twombly e Alighiero Boetti. La disgrafia di Twombly è frutto di una certa pigrizia secondo Barthes (in L’ovvio e l’ottuso, 1985) che non lo fa cadere nella “banalità dei codici grafici”. Segno calligrafico come graffito che in un ribaltamento ottico diventa negazione del realismo (Krauss, Olympia 2003).

Boetti, creatore di “ononimi” ma che si è dedicato a opere performative in cui la propria mano è presente, con Scrivere con la sinistra è disegnare mette in gioco, secondo Bartezzaghi (“Doppiozero” del 25.8.2018), la consapevolezza che uscire dai vincoli della scrittura equivalga a disegnare.

Come noto in Variazioni sulla scrittura Barthes parla delle scritture illeggibili come “rovescio della scrittura” in cui risiede la verità della sua essenza. Gli arabeschi di scritture irregolari creati dagli artisti novecenteschi sembrano così voler tornare, con un sovvertimento, al principio delle cose.

3 risposte a “Scrivere a mano, una magia da mantenere”

  1. Le parole ben scritte hanno, in questo buio periodo di soppressione del cartaceo, un valore immenso e sono di grande conforto per coloro che vivono ancora la lettura come un godimento interiore. Grazie Ada!

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