Mosca incatenata e scatenata

Maria Teresa Carbone

In un mondo senza evasione possibile, non resta che battersi per un’evasione impossibile”: la frase (di Victor Serge, autore delle bellissime Memorie di un rivoluzionario meritoriamente ripubblicate lo scorso anno da e/o) viene citata da Valentina Parisi nell’introduzione al suo Guida alla Mosca ribelle come una sorta di motto ideale per la capitale russa, da secoli oscillante in un pendolo che vede potere e rivolta coesistere, perfino coincidere, secondo modi e regole spesso poco intelligibili agli occhi di un forestiero.

Durante il mio primo soggiorno a Mosca, nel 1981 (Brežnev sarebbe morto l’anno dopo, era cominciato il decennio che avrebbe portato alla dissoluzione dell’Urss, ma pochissimi allora lo prevedevano, e certo non io), mi è capitato di continuo di imbattermi in questa lotta per una “evasione impossibile”, anche se allora non me ne rendevo conto, né i diretti interessati l’avrebbero vista in questi termini. Poteva essere la dežurnaja, l’occhiuta guardiana del piano dell’albergo dove alloggiavo, nel centro della città, che forse (anzi molto probabilmente) faceva quotidiani rapporti al Kgb e tuttavia setacciava le valigie dei clienti stranieri in cerca di oggetti da acquistare (per sé? per altri?), innamorandosi infine di un paio di occhiali da vista dalla montatura color avorio per i quali sarebbe stata disposta a spendere l’equivalente di tre suoi stipendi; poteva essere l’addetto alla biglietteria del cimitero di Novodevici, che dopo avermi negato l’accesso alla sezione dove si trovavano le tombe più recenti (“solo chi ha parenti sepolti qui può entrare”), mi aveva richiamato da un’altra finestrella e per una cifra irrisoria aveva aperto il cancello, consentendomi così di vedere la tomba di Chruščëv coperta di fiori; poteva essere l’insegnante di russo che a suo rischio e pericolo aveva organizzato per noi allievi occidentali una vietatissima gita fuori Mosca perché diceva – e aveva ragione – che è impossibile capire la Russia se non se ne conoscono che le città.

Né le cose sono cambiate in seguito – e anche oggi, nell’era putiniana, consenso e dissenso (com’era stato – ovviamente in tutt’altro contesto – ai tempi di Stalin) non sono due polarità che si escludono a vicenda, ma un impasto inestricabile che rende l’evasione ancora più impossibile. Di tutto questo la città, Mosca, è stata e continua a essere, espressione fisica: nei suoi edifici, nelle sue strade, nel suo movimento che non ha uguali in nessuna città italiana (e in Europa, forse, solamente a Londra), nel suo attaccamento feroce alla tradizione che coesiste con una furia di demolizioni e ricostruzioni dalla quale nessun luogo è risparmiato.

Tra le molte vicende passate e contemporanee, che nel suo libro Valentina Parisi ripercorre con grande cura e altrettanta passione, forse la più emblematica è quella della monumentale cattedrale del Cristo Salvatore, edificata tra il 1839 e il 1883 a spese di un antico monastero e rasa al suolo nel 1931 per lasciare spazio a un edificio, il Palazzo dei Soviet, destinato a essere il più alto al mondo e mai costruito: un “ologramma ideologico”, lo definisce Parisi, che per una “paradossale inversione semantica” si appiattì al suolo, trasformandosi in una enorme piscina all’aperto. Poi, nel 2000, la chiesa è letteralmente risorta, più o meno com’era e dov’era e, ridiventata ingombrante simbolo del potere, ha ospitato diverse azioni di protesta, fra cui una, molto clamorosa e subito repressa, delle Pussy Riots.

Guida perfettamente aderente al suo ruolo (è evidente, leggendo il libro, che l’autrice ha rivisitato ognuno dei luoghi segnalati, ricontrollandone lo stato attuale), la Mosca ribelle di Valentina Parisi è al tempo stesso un testo di storia rigoroso e avvincente, che va su e giù nel tempo, tratteggiando qua e là piccole figure indimenticabili (come il decabrista Svistunov, mai pentito delle sue idee, pur essendo stato costretto a vivere molti anni in Siberia, e che però, molto ricco e amante della moda, “nonostante le distanze, ordinava a Parigi gli abiti per sé e la moglie anche dal confino”), e un manuale di letteratura e di approfondimento della cultura russa, essendo quasi ogni luogo descritto corredato da un consiglio di lettura o di visione o di ascolto. Un libro che si presta ad accompagnare un viaggio e a essere letto in poltrona – e nell’uno e nell’altro caso, non si potrà non convenire con Gian Piero Piretto, che firma la colta e spiritosa prefazione: “Quante Mosche!”.

Valentina Parisi

Guida alla Mosca ribelle

prefazione di Gian Piero Piretto

Voland

pp. 323 euro 20

Guida alla Mosca ribelle di Valentina Parisi verrà presentato al Palazzo Ducale di Genova (Sala Liguria) sabato 29 settembre alle 12 nell’ambito di Book Pride. Con l’autrice dialoga Maria Teresa Carbone

2 risposte a “Mosca incatenata e scatenata”

  1. Gentile Valentina Parisi, avrei preferito scrivere dopo aver letto il suo libro. Mi lascia perplesso il suo riferimento alla Pussy Riots. Non si trattò di una clamorosa protesta, a mio parere, ma della profanazione di un Luogo Sacro. Questi temi, di certo, ci dividono. Potrebbe unirci l’Amore per le terre Russe. Carmine Zaccaria giornalista. Medaglia di Esenin. Email: stamparussa@virgilio.it

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