L’inquietante piccolo soggetto altro

Massimo Filippi e Enrico Monacelli

La blatta con la sua materia bianca mi guardava. […] La sua esistenza mi esisteva – nel mondo […] in cui ero entrata, gli esseri si esistono a vicenda come modo di vedersi.

Clarice Lispector

La scena centrale, talmente centrale da poter essere definita primaria, attorno a cui ruota L’animale che dunque sono – uno dei più rilevanti frammenti dell’ininterrotto racconto autobiografico disseminato da Derrida lungo l’intera sua opera – si svolge in una «camera» o in un «bagno». In questa stanza, dentro l’intimità rassicurante di quella che, a torto, riteneva essere la sua casa, il filosofo francese incontra un gatto, o una gatta, che lo viene ad abitare, come uno spettro in un fenomeno di Poltergeist, in modo analogo a quello con cui lui stesso ha assillato da cima a fondo il corpo dell’ontologia occidentale. «Il gatto mi viene incontro come questo essere vivente insostituibile che entra un giorno nel mio spazio, in questo luogo dove ha potuto […] vedermi e vedermi nudo», «col sesso scoperto». Questa «esistenza che rifugge da ogni concettualizzazione», questa «esistenza mortale», suscitando «disagio», «imbarazzo», «vergogna» e «vergogna di vergognarsi», esorta a un dialogo sulla comune finitudine dei viventi, sulla «passione dell’animale».

Per usare la terminologia di Deleuze e Guattari – di cui Derrida sembra qui sentire le voci, esattamente come afferma di aver percepito quella di Adorno ne Il sogno di Benjamin –, questo gatto o questa gatta è «un gatto reale» («veramente, credetemi, un piccolo gatto») che, dismesse le vesti familiari dell’animale edipico («il mio gatto», «la mia gatta») e quelle istituzionali dell’animale di classificazione («non si comporta come un caso della specie “gatto” e ancor meno di un genere o di un regno “animale”»), si manifesta per quello che è: «una singolarità irriducibile» che apre una falla beante nella millenaria impresa di invisibilizzazione a cui i non umani sono stati condannati dall’«architettura teorica» dei nostri discorsi. Una volta abbandonate le funzioni simboliche e immaginarie dentro/dietro cui gli animali sono sempre stati fatti scomparire, questo animale in carne e ossa rende impossibile tracciare l’abissale linea di confine che individuerebbe il proprio dell’Uomo: «come uno sguardo senza fondo, come gli occhi dell’altro», ci mette di fronte al «limite abissale dell’umano: l’inumano o l’anumano» da cui siamo, che ci piaccia o meno, posseduti. Di colpo, mentre «lascia la stanza», questo animale domestico e addomesticato diventa un inquietante animale demoniaco, un animale capace di farci attraversare le frontiere oltre le quali «l’uomo osa annunciarsi a se stesso». Un piccolo soggetto altro che non riusciamo più a trovare perché, malgrado tutto, non l’abbiamo mai perduto, non avendo mai smesso di assillarci sotto forma di un’assenza presente.

L’animale che dunque sono, ibrido tra una conferenza e un seminario che ha visto la luce tra il 15 e il 20 luglio 1997 nel corso degli incontri di Cerisy-la-Salle, uscito postumo nel 2006, subito tradotto in italiano e poi ripubblicato più volte fino all’ultima edizione di quest’anno, è ormai un classico della riflessione sulla questione dell’animale, un vero e proprio punto di capitone necessario sia per ripercorrere l’opera di Derrida sia per lo sviluppo dei Critical Animal Studies contemporanei. Da un lato, infatti, pur nella sua incompiutezza, questo libro ha operato una riorganizzazione del pensiero derridiano sui non umani – pensiero che ha attraversato, in maniera pressoché invisibile agli occhi dei più, la sua produzione a partire almeno dal saggio Fini dell’uomo del 1972 – e dall’altro ha fornito una delle innervature portanti attorno a cui si è andata progressivamente formando una nuova stagione di riflessione critica intorno all’animalità.

Per quanto riguarda l’opera di Derrida, basti ricordare quanti animali – dagli scimpanzé agli istrici, dagli scoiattoli ai lupi, dai bachi da seta alle formiche, per citarne solo alcuni – si «agitano, strepitano, […] si muovono e si commuovono» nei suoi scritti, saltandogli «sempre più selvaggiamente addosso», tanto da fargli affermare che la riflessione sul «vivente animale […] per me è stata la questione più importante e decisiva. Io l’ho sempre affrontata, sia direttamente, sia obliquamente, attraverso la lettura di tutti i filosofi di cui mi sono interessato». Testimonianza esemplare della nuova riflessione sull’animalità è, invece, la pubblicazione del secondo volume della rivista Vestigia che presenta un’ampia sezione monografica intitolata, appunto, Animality. Esemplare perché Vestigia è una rivista internazionale di psicanalisi in cui è riconoscibile un significativo influsso lacaniano e perché proprio a Lacan, dopo aver affermato che «tutta la questione dell’animale» consiste nel comprendere «cosa significhi rispondere e distinguere una risposta da una reazione», Derrida rivolge la domanda provocatoria: «E se l’animale rispondesse?». Detto in altri termini, nel dialogo appassionato che in questo libro intraprende con Lacan, Derrida lo (e si) interroga su come sia possibile razionalizzare l’inquietudine della carne che abitiamo e che ci abita; su come sia possibile strutturare e descrivere in maniera comprensibile la lacerazione che l’animale assesta al Soggetto, più o meno barrato che sia. In fondo, abbandonato il suo antropocentrismo e sostituita la gola di Irma con il felpato fort/da del piccolo gatto “derridiano”, è lo stesso Lacan che potrebbe affermare: «C’è qui un’orribile scoperta, quella della carne che non si vede mai, il fondo delle cose, il rovescio della faccia, del viso, […] la carne da cui viene tutto, nel più profondo del mistero, la carne in quanto sofferenza informe […]. Visione di angoscia, identificazione di angoscia, ultima rivelazione del tu sei questo».

«Dopo tutto questo tempo», come direbbe Derrida, le autrici e gli autori di Animality riprendono e ampliano il dialogo tra psicoanalisi e questione dell’animale – un dialogo per certi versi simile a quello che il filosofo francese aveva sognato che un giorno potesse sorgere tra teoria critica francofortese e decostruzionismo –, provando a rispondere alla questione riportata in primo piano da Derrida, dopo aver accettato che la natura perturbante dell’animalità costituisce uno dei problemi più ricchi e complessi della filosofia e, più in generale, della riflessione contemporanee. Gli animali e l’animalità tracciano i contorni dell’abisso che si nasconde nel nostro quotidiano; non sono più mere controfigure dell’umano relegate nel mondo dei sogni. Se, infatti, dovessimo descrivere questa ricca e complessa raccolta di saggi con un diagramma, ci ritroveremmo tra le mani una sorta di flowchart che delinea un instancabile movimento di avvicinamento a quella «tassonomia dal punto di vista delle bestie» auspicata da Derrida, a quella prossimità cursed (maledetta o posseduta) descritta precedentemente, alla «limitrofia» della carne del mondo che pulsa, a nostra insaputa, sotto la nostra vita addomesticata.

Quanto appena sostenuto è reso immediatamente evidente dal fatto che, fin dalle primissime pagine di Animality, a prevalere non è la visione famigliare del nostro rapporto con noi stessi; gli animali che si materializzano per descrivere il concetto di animalità, infatti, nulla hanno a che vedere con i pet che coccolano il nostro narcisismo umanista. Jean-Luc Nancy, Oxana Timofeeva e Francesco Raparelli ci assaltano, subitaneamente e senza concederci respiro, con un’immagine dell’Animale – questo violento singolare collettivo che, come sottolinea Derrida, «pretendendo di indicare ogni essere vivente tranne l’uomo», è in realtà solo l’indice della nostra bêtise – che sfida ogni forma di identità: l’Animale è un bizzarro insieme di apparizioni folgoranti, un’«espansione truculenta e stravagante», un’«orchestra senza spartito». Non a caso, allora, i rari barlumi di “normalità” nell’animalità che scorre lungo gli scritti raccolti in questo numero della rivista sono sempre presentati in chiave parodica e straniante: nei testi di Vestigia, gli unici animali che sembrano cercare casa fra noi umani sono, infatti, scarafaggi da laboratorio e «questo non è sicuramente il primo caso di domesticazione di scarafaggi, in particolare, o di insetti, in generale, o di altri animali normalmente considerati infestanti. Ma c’è qualcosa di profondamente paradossale in questo fenomeno». Paradossale perché, con le parole di Derrida, questi animali continuano a sottrarsi, anche nel momento del più intenso soggiogamento, al gesto primordiale di Adamo che comincia «a vederli e a nominarli senza lasciarsi vedere e nominare da loro» perché, nonostante tutto ma con tutto un altro senso, restano infestanti, rivelando il significante vuoto che sta al centro della nostra “umanità”, la carne, angosciosa e vulnerabile, che dunque siamo.

L’Animale che pullula in questi saggi non rappresenta alcun animale particolare e, proprio per questo, ci parla delle basi traballanti della nostra presunta normalità. L’Animale non è un animale, ma è un «Unmensch, un mostro» che emerge, come le ossessioni e le fantasie descritte da Lorenzo Chiesa, dalle pieghe della nostra intimità più profonda. Esempio fulgido di questa prospettiva è lo scarafaggio che si tramuta in pet, umanizzandosi a sua insaputa, descritto da Timofeeva, la quale ci interpella domandandoci: «Che cosa significa, innanzitutto, essere domestici?», che cosa significa essere normali di fronte a scarafaggi-umani, tra cui va certamente annoverato il celebre e celebrato Gregor Samsa? L’Animale «non è un umano, è un in-umano – un Unmensch, e non è un animale, ma un in-animale – un Untier. Il prefisso “in” non è semplicemente il segno di un parassitismo, ma è un segno del segreto che è venuto a galla. […] La verità che si trascina con sé, fuori dagli angoli più oscuri, ci terrorizza». L’Animale, dunque, come ci ricorda Leonard Lawlor nel suo confronto con Derrida, è un «pharmakon che […] destabilizza ogni creazione di valori. […] una violenza che indica la fondamentale debolezza o mancanza che si trova in ognuno di noi, in ogni essere vivente». E, sottolinea Cristiana Cimino, avvicinarsi al Reale in-umano che l’Animale secerne significa applicare su se stessi «un esercizio attivo di passività, una femminizazzione radicale capace di sostenere l’abbandono della maîtrise, guardando verso ciò che è disorientante e sconosciuto, senza la pretesa di domesticarlo». L’Animale, questa creatura astratta di nostra creazione, ci mostra, a discapito del nostro malcelato eccezionalismo, il divenire-cursed che condividiamo con tutto il vivente.

L’Animale, questo artefatto propriamente umano, questo imponente e inquietante arnese concettuale, è però un’arma a doppio taglio. Esso, infatti, può sì venire utilizzato per smantellare la nostra tracotante identità e le nostre certezze incondizionate e sacrificali ma, molto più spesso, è impugnato dal suprematismo umanista, nelle cui mani diventa uno dei più terribili strumenti di distruzione di massa, un dispositivo che giustifica e riproduce lo sfruttamento e la messa a morte, lo smembramento e l’annichilimento di un numero incalcolabile di animali non umani tutt’altro che immaginari. Se l’Animale – come accade in ogni momento, anche in questo stesso momento in cui ci state leggendo, protetti dallo schermo di un qualche dispositivo elettronico – non riesce ad assumere le fattezze dell’oggetto perturbante che balena dalle pagine di Animality e rimane la stupida e instupidente antitesi dell’Uomo, la sua funzione emancipante si inceppa e si trasforma nel più feroce dei macchinari tanatopolitici. Chiaramente, le autrici e gli autori di questi saggi sono ben consc* di questo rischio letale, come mostra la quantità di corpi smembrati che popolano le loro pagine: dai cani di Pavlov che si agitano, tra-le-due-morti, nel saggio di Hub Zwart, sottomessi e trattati, nella più terribile e perfetta attualizzazione della filosofia cartesiana, come «mere macchine, come reattori viventi», ai migranti animalizzati e, come tali, respinti e annientati – dopo essere stati anch’essi relegati tra-le-due-morti –, che compaiono nel secondo contributo di Cimino.

(Ancora Derrida: «Oggi nessuno può negare […] le proporzioni senza precedenti dell’assoggettamento animale. […] Nessuno può più continuare seriamente a negare […] tale violenza, che qualcuno potrebbe paragonare ai peggiori genocidi». Lo scandalo che ancora suscita l’accostamento tra genocidi umani e «l’annientamento» degli animali, annientamento che passa «attraverso l’organizzazione e lo sfruttamento di una sopravvivenza artificiale, infernale, virtualmente interminabile che gli uomini del passato avrebbero giudicato mostruose», non è più, allora, così scandaloso: se non si deve «abusare» della «figura del genocidio» non è neppure più possibile «tralasciar[la] frettolosamente». Non dobbiamo, insomma, stancarci di sottolineare che i processi di animalizzazione dei corpi abietti non potrebbero neppure essere pensati senza il fondo inalienabile della dicotomia umano/animale e al di fuori delle pratiche di animalizzazione subite dagli animali stessi – per capirci, polli e galline ovaiole non sono uccelli, ma uccelli animalizzati, suini e bovini non sono mammiferi, ma mammiferi animalizzati, ecc.).

Nondimeno, l’animalità non va pensata come nuda vita ma come l’ormai ineludibile ampliamento della moltitudine delle vite precarie, quelle vite che, quando possono e appena possono, cercano di sottrarsi all’inaudita violenza delle ideologie che giustificano e delle macchine che effettuano lo smembramento dei (loro) corpi. Anche questo emerge dagli scritti di Animality. Prendiamo, ad esempio, il già citato saggio di Zwart, in cui i cani-macchina di Pavlov resistono e sovvertono la cattura nella dialettica perversa dell’esclusione appropriante. Utilizzando il gergo lacaniano di Zwart possiamo osservare, infatti, che all’interno del tranquillizzante «ambiente simbolico», in cui «tutti gli oggetti sono selezionati con cura, tutte le attività sono standardizzate (attraverso protocolli sperimentali) e tutti gli eventi sono meticolosamente registrati», i cani continuano comunque a scatenare «“risposte nevrotiche” rudimentali» (ovviamente, noi avremmo evitato le virgolette e il termine “rudimentali”, ma l’antropocentrismo è duro a morire persino laddove non ha vita facile). In breve, anche quando l’Uomo tenta di introiettare totalmente e definitivamente l’Animale, la vita non umana con il suo sciame di prospettive aliene straordinariamente descritte da Sergio Benvenuto sulla scia di Jakob von Uexküll, gli animali reali continuano a resistere, rendendo questo pasto nudo e indigeribile.

Questo, non v’è dubbio, è insufficiente. Non è difficile, infatti, immaginare un mondo in cui la metafisica dell’Umano sia stata decostruita, ma in cui i corpi dei non umani e di quelli che a loro vengono equiparati non cessino di essere imperturbabilmente smembrati. Tuttavia, constatare, insieme a Benvenuto, che «i filosofi normalmente considerano gli animali degli esseri concettualmente inquietanti (ed è probabilmente proprio per questo che la filosofia è così piena di animali esemplari)» è un godimento e una piccola liberazione a cui non vogliamo rinunciare.

Per citare Derrida un’ultima volta, negli ultimi due secoli «la guerra sulla pietà», la «guerra delle specie», quella guerra in cui si fronteggiano coloro che negano la compassione perfino agli umani e coloro che la vorrebbero estendere anche agli animali, si è fatta più intensa che mai e che, mai come oggi, la sproporzione delle forze in campo è stata così sbilanciata a favore dei primi. Ma, subito, il filosofo francese, quasi sussurrando, si affretta ad aggiungere: «Questa inuguaglianza potrebbe un giorno capovolgersi». Oppure, come narrano Borges e Guerrero nel Manuale di zoologia fantastica, un giorno gli animali degli specchi smetteranno di «ripetere, come in una specie di sogno, tutti gli atti degli uomini», «si scuoteranno da questo letargo [...] gradualmente differiranno da noi [...] romperanno le barriere di vetro o di metallo». Anche a questa speranza, che è al contempo orizzonte politico che reagisce all’orrore, non vogliamo rinunciare: «E se gli umani (responsabili) rispondessero?».

Jacques Derrida, L’animale che dunque sono, Jaca Book, pp. 224, euro 26.

AA. VV., Animality, in “Vestigia. Journal of the International Network of Psychoterapeutic Practice”, vol. 1, n. 2, Summer 2018, pp. 408, http://inppjournal.org.uk/new -issue-2/.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.