Lafcadio Hearn, esperimento con il Giappone

Raffaella D’Elia

«In Giappone tutto è isola, spazio claustrale e illimitato. L’attenzione va rivolta di continuo a specchi e immagini specchiate: è una via con molti stagni»; «in un paese dove, sotto ogni tetto, forse ancora più dell’uomo è importante la sua ombra». Così Ottavio Fatica, nel ricchissimo saggio che chiude il volume, ci racconta della vita e della scrittura avventurosa di Lafcadio Hearn. Senza dubbio una figura di irregolare, frammenti di vita preziosi che si sono dispersi e ricostituiti lungo i confini delle terre emerse, e nascoste. Geograficamente parlando, Hearn appartiene al luogo che più ha amato, studiato, imparato a conoscere e apprezzare. Dopo la nascita nel 1850 a Leucade, la falsa partenza insita in un rapporto semi inesistente con il padre e contrassegnata dall’instabilità della madre (a cui in ogni caso viene da lui riconosciuta la fonte della propria temperie artistica) deflagra in continui viaggi. Sarà allora prima l’Europa, Dublino, ospite dei parenti del padre; quindi la Francia, l’Inghilterra, fino a New York. Qui, nella ricostruzione dettagliata di Fatica, si dipanano i primi lavori, e da guardiano-fattorino giunge presto l’approdo a correttore di bozze, alla scrittura di articoli e alle traduzioni dal francese. Amante degli eccessi, delle belle donne e della vita, Hearn attraversa poi New Orleans, l’odiata Manhattan, la Martinica e Filadelfia. Questa infilata di luoghi sembra una lunga e veloce preparazione all’unico vero viaggio compiuto da questo studioso raffinato e dai gusti fuori dal comune. Già nel 1885, alla New Orleans Exposition, scrive quattro pezzi sul padiglione giapponese e nel 1889 propone all’editore Harper un libro sul Giappone. Vi arriverà nel ’90.

Dell’Oriente, della vita pulviscolare e crepuscolare che canterà con rara capacità, restituirà la qualità più autentica, quella ormai distante anni luce dal mondo odierno. Ombre giapponesi, pubblicato da Adelphi e accompagnato (bisogna sottolinearlo) da una copertina stupenda giocata sui colori del nero e dell’oro, comprende trentanove testi scelti fra i materiali dei suoi ultimi cinque anni di vita, sparsi in vari volumi miscellanei. Di cosa scriveva Hearn? Della necessità di avere interiorizzato l’immagine dei fantasmi, per esserne raggiunti e toccati. I fantasmi di Hearn hanno la grazia e la ferocia che queste figure per tradizione possono incarnare. Possono assomigliare a degli angeli, più spesso hanno a che fare con qualcosa di irrisolto e spaventoso che torna a turbare e percuotere come una punizione divina la vita di chi è morto in uno stato d’animo maligno, vendicativo, privo di purezza. In questi scritti gli spettri appaiono improvvisamente entro tazze di tè fumanti, si scambiano di posto con vite terrene vissute e mal sopravvissute a sé stesse.

Non occorre credere ad alcuna religione, per apprezzare la religiosità di Hearn: ma occorre, questo sì, far tacere il rumore di fondo dei nostri giorni per assaporare le visioni che riga dopo riga parlano di vita, morte, delle nascite, degli sposalizi: tutto a procedere con la forza e lo slancio delle tradizioni che si ripetono uguali per millenni, un giro di frase a racchiudere l’essenzialità della vita, quindi una forza senza sforzo, un andare avanti (laissez faire) senza troppo stare a disquisire sulla concatenazione degli eventi. Gli unici ingranaggi che Hearn olia e che producono in lui le visioni più cocenti, e belle, appartengono al mondo delle ombre, al mondo dei morti. È a questo livello che Hearn interviene e interrompe il ciclo, un destino immutabile, il corso e decorso di un’intera esistenza. Effettivamente, concentrandosi su questo aspetto, l’intervento di questo autore pare, per chi scrive, ancora più luminoso. Già, perché occorre, a noi lettori di oggi, una buona dose di fiducia, e di fede (ovviamente nel senso laico del termine), per assecondare le apparizioni e le sparizioni di Hearn. Occorre credere alle imbarcazioni disegnate su un paravento che allagano la sala che lo ospita, occorre credere soprattutto alla vendetta degli spiriti dei nostri cari che abbiamo lasciato andare in un momento di rancore, disappunto, egoismo.

Nella restituzione sulla pagina, gli interventi di Hearn al di sotto della superficie delle cose sono puntelli a scolpire la realtà, a raddrizzarla nel segno di corpi che mancano di un’anima, di anime ormai prive dei corpi, dove la giovinezza e la vecchiaia possono coesistere simultaneamente, il ritorno e la fuga dalla vita e dalla morte sono le vere trame attorno alle quali vengono incastonate parole che si muovono rapide, e l’immediatezza della visione, e della scomparsa, è essa stessa un contenuto. Per chi si è occupato della rugiada, delle farfalle, delle zanzare, della filosofia e di mille altre cose, non vi è nessuno spazio per alcuna pietà didascalica. La vita che inizia e termina in un giro di frasi, il mondo dei vivi (il mondo dei morti) al di sotto che preme ed esplode a rendere raccontabile la realtà fatta e persa dietro le sole cose visibili. Finché ci sarà qualcuno capace di infilare l’attenzione pura affidandosi al rigore delle proprie magnifiche ossessioni, il mondo disegnato sulle carte geografiche e schiacciato dentro pacchetti passe partout sarà qualcosa di stantio, un animale in cattività pronto a liberarsi per corrersi incontro: nello specchio la libertà e il coraggio, insieme le forme più autentiche di saggezza.

Lafcadio Hearn

Ombre giapponesi

a cura di Ottavio Fatica

Adelphi, 2018, 298 pp., € 15

è possibile acquistare questo libro in tutte le librerie o su Ibs.it.

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