Franco Beltrametti, sì, viaggiare

Marco Ambrosino

Franco Beltrametti ha passato la sua vita viaggiando, spinto da quel «Quand on aime il faut partir», scoperto e fatto suo leggendo un altro poeta nomade, anche lui di origini svizzere: Blaise Cendrars. Un nomadismo che non è semplice ricerca dell’altrove, ma costituisce la materia viva della sua scrittura, da sempre connessa alla sua predisposizione al viaggio. Le persone e i luoghi citati nei suoi testi non sono mai mere comparse, ma autentici protagonisti del suo scarno linguaggio. La sua poetica è una costante invasione della vita nella scrittura, tant’è che dalla sua opera è possibile ricostruire una mappa dei luoghi visitati e una lista delle persone incontrate. Il viaggio diventa così l’atto fondante del suo approdo alla scrittura (i primi viaggi coincidono coi primi testi), tanto da influenzarne pure lo stile e la tecnica creativa.

Viene spontaneo allora domandarsi: come si presenta la scrittura di un viaggiatore? Come scrive un poeta nomade? Il motto «First Try, Best Try» – paradigma della tecnica compositiva utilizzata negli anni Cinquanta da Jack Kerouac e Allen Ginsberg – non può che tornarci alla mente, parlando di Beltrametti; sì, perché se il viaggio sembra suggerirgli le immagini (sempre leggere e minime), i continui spostamenti sembrano dettargli il ritmo e il tempo d’esecuzione dei suoi componimenti. La scrittura diventa così sede ideale per la realizzazione di brevi e fulminee istantanee (talvolta con una tecnica di bricolage) il cui messaggio resta implicito, proprio come in una fotografia. È una tecnica di scrittura che ha la sua ragione d’esistenza nell’attimo, nella rapidità d’esecuzione e nell’economia di parole (lui stesso parlerà infatti di «poesia telegrammatica»): un linguaggio che ricorda molto, per brevità ed essenzialità, l’haiku di stampo zen.

Come ha detto giustamente Dario Villa, poeta suo amico, per Beltrametti «scrivere, dipingere, partire erano […] una cosa sola da eseguire fulmineamente: il testo, il viaggio, la pittura avevano senso se fatti in “tempo naturale”, alla velocità del gesto». L’autore ticinese (nato nel 1937 e morto nel 1995 a Locarno), infatti, ha sempre prediletto una scrittura al ritmo della vita, inseguendo un ideale poetico che, più che alla Neoavanguardia, strizza l’occhio alla nuova poesia americana: sarà infatti proprio l’incontro del 1965 a Kyoto con Gary Snyder, Cid Corman e Philip Whalen ad accendere la sua passione per la poesia.

Insomma, ripartire dal tema del viaggio – come già osservava nel 1979 Antonio Porta nelle pagine dedicate a Beltrametti nella sua antologia Poesia degli anni Settanta – significa provare a mescolarsi e a dialogare con l’orizzonte mentale di questo autore. Un’opzione di lettura che oggi si può facilmente seguire grazie alla bellissima antologia Il viaggio continua, curata da Anna Ruchat e pubblicata da l’Orma, che raccoglie una cospicua parte della produzione dello scrittore, fino a oggi rimasta in ombra e soprattutto poco accessibile, a causa della bassa tiratura e scarsa circolazione di tutte le sue opere pubblicate in vita.

Il volume non ha però solo il merito di riportare alla luce pubblicazioni editoriali tanto dimenticate quanto rappresentative dell’avanguardia letteraria di quel periodo. Oltre alla riproduzione anastatica di diversi libretti di poesia e dei due romanzi in prosa, all’interno dell’antologia si possono apprezzare anche pagine di veri e propri libri d’arte (penso soprattutto al volumetto scritto e illustrato a quattro mani con Joanne Kyger nel ’74, Trucks: Tracks, o all’edizione di Airmail Postcards del ’79) che, proprio per la loro semplicità e immediatezza, riescono a illustrare con più efficacia la poetica nomade di Beltrametti. Gli antologisti hanno cercato quindi di presentare il materiale in modo da non suggerire nessuna chiave interpretativa dei testi, che nascono senza la necessità di fornire una spiegazione teorica. È in quest’ottica di rispetto e incoraggiamento del gesto creativo che si spiega la decisione di non presentare nessun commento critico al testo.

L’antologia è però arricchita da tre interessanti prefazioni e un glossario in appendice. Le prefazioni, scritte da persone molto vicine a Beltrametti in vita (oltre a Ruchat, Giulia Niccolai e il poeta e traduttore tedesco Stefan Hyner), aiutano indubbiamente a dare forma al profilo artistico dell’autore, svelandone pure alcuni caratteri più squisitamente umani; il glossario, invece, svolge una funzione più informativa, che risulta necessaria a comprendere i numerosi riferimenti ad personam, che riempiono le pagine di Beltrametti e che, in qualche modo, ne determinano la sua originalità. Al volume è infine allegato un dvd che contiene quattro filmati, tutti ideati e realizzati da Claudio Tettamanti tra il ’92 e il ’95. Dotati di un linguaggio più evocativo e meno concettuale, questi filmati ci permettono di approfondire ulteriormente la natura eclettica della sua scrittura: se la prima intervista fornisce altri spunti di riflessione sulla sua poetica, gli altri tre filmati ci catapultano invece nella sua officina artistica e nel suo tessuto sociale, facendoci incontrare, oltre ai suoi amici di sempre, la leggerezza e la spontaneità delle sue ultime performances. Per quanto inusuale all’interno di un’antologia, il dvd diventa così un supporto tecnologico prezioso per lo studio, capace di testimoniare visivamente quella simbiosi di vita e scrittura che ha sempre caratterizzato la scrittura di Beltrametti.

Siamo dunque di fronte a un contributo molto importante che, se da un lato premia l’ottimo lavoro svolto fino a oggi dalla Fondazione Franco Beltrametti, dall’altro sottolinea come i tempi siano maturi per tornare a occuparsi di un autore rimasto per troppo tempo sui sempre più rari scaffali degli intenditori di poesia. È un libro che era necessario e che permette una volta per tutte di (ri)aprire un discorso critico solido su Beltrametti e il suo percorso artistico che, di fatto, non sembra mai essersi arrestato. Davvero, il viaggio continua.

Franco Beltrametti

Il viaggio continua. Opere scelte 1970-1995

a cura di Anna Ruchat con la collaborazione di Pietro Giovannoli e Stefano Stoja, prefazione di Giulia Niccolai, con un contributo di Stefano Hyner

fuoriformato L’orma, 2018, 544 pp. con un cd, € 45

è possibile acquistare questo libro in tutte le librerie o su Ibs.it.

2 risposte a “Franco Beltrametti, sì, viaggiare”

  1. Sono felice che di Franco, quello con la effe minuscola, se ne parli finalmente. Ma mai il dire silenzioso e gentile di Franco si era fermato nella geografia della “Tribù dei poeti” come la chiamò Antonio Ria. il suo innamorarsi delle persone non prevedeva l’oblio,
    bensì il continuare sui sentieri di Montagna Fredda. Una mattina di sole alle Zattere a Venezia con Tom Raworth fondammo il Partito Comunista Anarchico Zen. I primi entusiasti aderenti furono i poeti Dadi Mariotti, Rita Degli Esposti e John Gian, fedeli alla causa.

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