Emanuele Coccia, metafisica vegetale

Emanuele Dattilo

Fotografia di Maria Teresa Carbone

Gli uomini hanno sempre pensato che la chiave per comprendere se stessi andasse cercata in ciò che essi hanno di più specifico e di più particolare rispetto agli altri esseri viventi. Il linguaggio, la storia, il pensiero, i manufatti tecnici, le opere di poesia, le istituzioni giuridiche: a tutto ciò ci rivolgiamo nel tentativo di formarci una antropologia generale, in cui ci si possa finalmente rispecchiare e ricavare di noi un’immagine coerente e completa. Ma se invece l’immagine più esatta del nostro mondo e di ciò che siamo non ci fosse data (soltanto) da tali istituzioni storiche, bensì soprattutto da ciò che più in comune abbiamo con il resto dei viventi, ad esempio dal puro fatto di respirare, di immettere e emettere aria con la nostra cassa toracica? E se la stessa ontologia non andasse modellata sul Dasein, o sul linguaggio, sulla soggettività produttiva o sulla comunità giusta, come hanno pensato le filosofie moderne, bensì su ciò che di più comune lega indifferentemente uomini e animali, piante e pietre, ad esempio l’essere immersi nell’atmosfera?

Queste sono alcune tra le questioni più importanti poste dall’ultimo libro di Emanuele Coccia, La vita delle piante, pubblicato ora in italiano dal Mulino. In un libro precedente, La trasparenza delle immagini (Bruno Mondadori 2005), Coccia ci aveva mostrato come il pensiero non sia, in verità, una faccenda umana, e come la razionalità dell’uomo si possa comprendere solo attraverso le esperienze dell’infanzia, dalle afasie e dagli strappi e dai buchi con cui tutti intermittentemente pensiamo e siamo felici. Ma qui Coccia si spinge oltre la noetica averroistica: La vita delle piante non è soltanto un’opera che con straordinaria intelligenza ed erudizione si interroga sulla forma di vita delle mute figure vegetali a cui tutti quotidianamente passiamo accanto, per lo più ignorandone i nomi e le forme; questo libro è anche il tentativo di ripensare integralmente la metafisica e l’ontologia occidentali, rimettendo in questione alcuni dei modelli che definiscono le nostre concezioni sul mondo. Questa messa in discussione, così originale e decisa, non è però operata attraverso l’ennesima critica moralistica di alcuni particolari istituti. Coccia sceglie un’altra strada – e gliene siamo grati – mostrando più semplicemente, e in maniera molto più efficace, come immaginare adeguatamente il mondo e la forma di vita delle piante ci obblighi a ripensare del tutto le nostre categorie filosofiche e culturali, e innanzitutto la stessa divisione dei saperi.

Se, infatti, è senz’altro un errore non sapere riconoscere nell’uomo – come d’altronde facevano gli antichi – la gloria inappariscente della vita vegetale, che scorre continuamente nelle nostre vene e ci permette di nutrirci e di crescere, altrettanto miope sarebbe guardare alla vita delle piante come a un fenomeno totalmente spoglio della dimensione noetica e spirituale. Pensano, le piante? Che cos’è un seme e in che maniera possiede ciò che un giorno svilupperà? E poi: come dobbiamo comprendere il nostro rapporto al mondo quando abbiamo la prova della sua liquida sostanza originaria? E che cosa sono per la nostra esperienza gli astri, il cielo, il sole attorno a cui ruotiamo e verso cui ci volgiamo? La metafisica vegetale, che qui Coccia inaugura sotto gli auspici felici della Alma Venus, è allora un ripensamento dell’intera esistenza cosmica nei termini preziosi della mixis, della mescolanza, per cui tutto è in tutto, e ogni cosa sente, respira, contempla, divora, pensa, ama, desidera e si trasforma in ogni altra cosa. Vi era una parola, nella filosofia antica, che designava con precisione la comunicazione e la continuità tra le diverse dimensioni del vivente, una parola che definirà nel medioevo tanto la sfera poetica e teologica, quanto quella medica e fisiologica: pneuma, spirito. E si può dire che sia una pneumatologia quella che Emanuele Coccia vuole rifondare, la scienza di cui i suoi libri ci mostrano i rudimenti.

Non si tratta di rivendicare la vita vegetativa contro la vita noetica e tecnica, o piuttosto la verde natura illibata contro la cultura e la società urbana (Coccia è autore, tra l’altro, di un libro sulla merce e la pubblicità – Il bene nelle cose, il Mulino 2014 – il cui inizio è proprio una riflessione sugli spazi urbani); si tratta invece di intendere le forme e i modi in cui queste cose comunicano e partecipano tra di loro e con noi. È stata questa, d’altronde, una delle funzioni principali della filosofia fino all’idealismo tedesco, prima che lo spirito diventasse solo Storia e Cultura, e perdesse completamente il suo originario statuto fisiologico, che ad esempio in Cavalcanti era fonte insieme dell’ossessione erotica e del dettato poetico. Finché non sapremo vedere nella foglia o nel seme una complessa forma del pensiero e della cultura, e finché non sapremo riconoscere nella Metafisica di Aristotele o nella Recherche di Proust il pulsare insistente della vita vegetativa, ci costringeremo soltanto agli sterili e narcisistici specialismi universitari.

La vita delle piante è dunque un grande libro filosofico, e come tale è mosso da alcune potenti immaginazioni: la radice, il fiore, il seme, gli astri, il cielo, sono innanzitutto il modo di comprendere alcune idee, specchio in cui possiamo distintamente riconoscere la nostra forma. Rifacendosi ad alcune importanti e misconosciute opere della filosofia della natura rinascimentale, come il Tractatus de natura substantia energetica del medico inglese Francis Glisson, Emanuele Coccia sembra muoversi in una zona che è al di là di ogni divisione tra materia e mente: la vita della materia, la percezione naturale, è già immediatamente ricca di immagini e di vita spirituale e noetica. L’utero e il seme sono sempre anche cervello, e viceversa il cervello ha la stessa virtus concipiendi del seme. Il fiore è anche immaginazione e pensiero.

Si comprende allora che il libro si concluda con una totale ridefinizione dell’attività filosofica: se tutto è in tutto, se ogni cosa è percorsa da un flusso ininterrotto di vita intellettiva, si tratterà di ridefinire il pensiero filosofico a partire da questa sotterranea capacità che ogni ente naturale possiede, un’immaginazione biologica ben diversa dall’intermittente e separato intelletto averroistico. Non è il pensiero a definirci, ma il sentire; e il sentire è già integralmente pensiero, ogni sensazione contiene un discorso contratto e silenzioso. La filosofia deve partire da qui, dal tentativo di ascoltare e svolgere quel discorso che si trova ovunque. Se l’intelletto è qualcosa che permea intimamente ogni attività della natura, non avrà più senso pensare la filosofia come un sapere estrinseco o come una dottrina da apprendere su alcuni temi particolari. Il suo esercizio non sarà vincolato allo studio di alcuni autori, né al confezionamento di alcune posizioni sul mondo o sulla società. Il rapporto con l’intelletto consiste innanzitutto, in noi come nelle piante, nella capacità di darci una forma e di comunicarla sensibilmente, di lasciarci pervadere dall’aria e dall’atmosfera per restituirle qualcosa di noi. Tommaso Campanella chiamava questa conoscenza sapere, in quanto è capace di qualcosa di più che intendere, ossia di assaporare le cose (perceptionis rei saporem), e non a caso assimilava questa conoscenza sensibile a quella dei mistici. Di questo sapere, capace di spezzare tutte le divisioni disciplinari per assaporare le cose stesse, i libri di Emanuele Coccia sono al momento il più prezioso esempio.

Emanuele Coccia

La vita delle piante. Metafisica della mescolanza

il Mulino, 2018, 160 pp., € 14

Una risposta a “Emanuele Coccia, metafisica vegetale”

  1. Gli umani, gli animali, le piante, le pietre, hanno in comune il corpo fisico. Pensare Sentire Volere, la famosa triade filosofica, si rappresenta come i tre cavalli di una carrozza; devono dunque proseguire per la stessa direzione alla medesima velocità. Fatto che non avviene per nessuno. È il motivo della pazzia. Un eccesso di Volontà porta al sentimento della paura, proprio perchè si teme che un qualcosa possa o meno accadere; questo incide a sua volta portando alla paralisi il Pensiero. Dunque in una lettura verticale avremo che alla base del Sentimento e del Pensiero è la Volontà, altrimenti riconoscibile come… Amore.

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