Automatismo, una dimensione etica

Roberto Terrosi

Filosofia dell’automatismo di Igor Pelgreffi è un testo rappresentativo di una cultura attaccata all’eredità dei dibattiti che risalgono alla stagione del poststrutturalismo e del postmoderno, di un background culturale che si trova spesso nei dipartimenti di filosofia italiani, e che è collegato agli epigoni di quello che potremmo chiamare il postmodernismo internazionale (nella concezione estesa cioè che ne è stata sviluppata negli USA). Questa cultura che è appunto diffusa negli studi di filosofia continentale anche fuori dall’Italia, negli ultimi due decenni si è prima aggrappata a Derrida, poi ha cercato lumi nella situazione francese successiva (Nancy, Stiegler, con i suoi riferimenti a Simondon) e infine si è rivolta alla riscoperta di Lacan (sull’onda del successo di un personaggio controverso come Zizek). Il problema è che tutto questo mondo sta svanendo e il dibattito si sta arenando. Quindi Pelgreffi ha prodotto un libro ben argomentato e ben documentato, che segue in quanto tale tutti i requisiti di una pubblicazione accademica, in cui però si respira un senso di fine epoca.

D’altro canto, però, il saggio di Pelgreffi vorrebbe essere anche un tentativo di reazione a questo stato di cose, attraverso una propria proposta filosofica. Veniamo dunque al merito delle sue argomentazioni. Pelgreffi si concentra sul concetto di automatismo, un concetto a cavallo tra psicologia e filosofia su cui si possono trovare molti riferimenti, ma pochi studi monografici, come questo, che viene a collocarsi così come un punto di riferimento su questo soggetto. L’autore ha realizzato un vasto e dovizioso lavoro compilatorio. Tuttavia non di una semplice opera di documentazione si tratta. Essa è caratterizzata da uno specifico taglio interpretativo e da una proposta filosofica che però emerge solo alla fine. Il taglio non è scontato rispetto all’argomento, tuttavia non è neanche sorprendente, in quanto l’autore lo riconnette a un topos molto diffuso nella riflessione filosofica degli ultimi decenni: quello del corpo. Pelgreffi legge l’automatismo in relazione al corpo (inteso come Leib o corpo vivente) in quanto crocevia tra azioni, abitudini, condizionamenti. Questo riconvertire l’argomento dell’automatismo alla questione così a lungo trattata del corpo limita un po’ la possibilità di trarre nuovi spunti, proprio perché la questione del corpo essendo stata sfruttata fino all’eccesso ci riporta alla questione dell’esaurirsi della spinta propulsiva di questo ambito di pensiero. Le scienze cognitive e le neuroscienze vengono appena sfiorate con riferimenti ad autori celebri come Damasio. Pelgreffi tenta anche un’apertura su questioni sociali e politiche, cosa tipica della fase inaugurata dall’Italian theory, con dei riferimenti a Sennett.

La questione a nostro avviso più interessante, però, che è anche la chiave della proposta filosofica del saggio, è la de-automatizzazione e il suo rapporto con l’etica, il risorgere cioè dell’attenzione per le questioni etiche, cosa invece del tutto aliena alla tradizione ontologica heideggeriana e al postmodernismo (anche se non si va molto oltre il livello di un’“etica originaria”). Infatti, non si va oltre l’apertura alla dimensione etica, senza che vi si entri. In questo senso la riflessione e documentazione sull’automatismo sfocia nell’apertura verso la dimensione etica solo come conclusione del discorso, quando sarebbe stato forse più augurabile che questa fosse stata posta all’inizio del discorso e che il discorso avesse sviluppato e approfondito le sue implicazioni etiche e finanche politiche. Infatti la de-automatizzazione ha a che fare con la questione della libertà (che ha rilevanza sia etica sia politica) ma alla cui problematica non si è accennato affatto. La de-automatizzazione è in un certo senso un decondizionamento, ma va riconosciuto a Pelgreffi di non cadere nella facile equazione automatizzazione = alienazione, de-automatizzazione = umanità autentica. Grazie a Bateson e al discorso sull’istinto e sul deutero-apprendimento l’autore conclude intelligentemente il suo saggio alludendo a un’articolazione di automatizzazione e de-automatizzazione che è molto più sensata e muove addirittura verso un livello superiore che però viene solo accennato e allude a livelli di apprendimento superiori. In conclusione, a questo studio va il merito di evitare alcune insidie proprie dei miti umanistici e moderni dell’homo faber, del soggetto trasparente a se stesso e della sua condanna a scegliere. Aspettiamo però di vedere gli sviluppi di questo discorso, magari con un po’ più di coraggio.

Igor Pelgreffi

Filosofia dell’automatismo. Verso un’etica della corporeità

Orthotes Editrice 2018, 230 pp.

2 risposte a “Automatismo, una dimensione etica”

  1. Vado leggendo questo libro da alcune settimane, senza averlo ancora terminato; libro che merita una lettura attenta, come conferma Roberto Terrosi. Un solo pensiero, che credo il recensore abbia già espresso, proprio a proposito dello spazio di riflessione etica a cui il ragionamento di Igor Pelgreffi si apre, ed è questo: il tentativo di superare il comportamento automatico rischia perennemente di distruggere il sé. Il che a volte può essere una cosa positiva, ma il punto è che la consapevolezza di saper mutare i propri automatismi rimane incerta e forse indeterminata. Detto sbrigativamente, questo apparente circolo pone la questione del perché, nel senso di scopo, faccio quel che faccio? E quando mi aspetto una conseguenza a un’azione sfamo il bisogno dettato dall’automatismo o il progetto consapevole che l’ha generata? Una cosa da equilibristi! Ma forse pongo male il problema

    1. Caro,
      poni benissimo il problema. Ma lo fai, legittimamente, ma sulla base di una ‘logica classica’, in cui la libertà esclude l’automatico, la necessità, etc. In cui appunto ‘consapevolezza’ è ben distinta da ‘irriflessivo’, e così via.
      Ma la sfida del libro, l’ambizione, è un’altra: e se provassimo a vedere le cose secondo un’ottica differente, dove appunto è la corporeità ad essere al centro (compreso un certo ‘non sapere’, una certa ambiguità, di cui il libro parla in continuazione)? Come muterebbero se non le cose, quantomeno il nostro sguardo su di esse?
      In un certo senso, è una cosa da equilibristi, hai ragione.
      Mutare gli automatismi può accadere (se accade, cosa non scontata…) se apprendiamo in modo differente quegli stessi automatismi, etc. Questa è la scommessa, la posta del libro

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