Pietruzze

Anselm Kiefer

a cura di Anna Ruchat

Microliti sono, pietruzze appena percepibili, lapilli minuscoli nel tufo denso della tua esistenza – e ora tenti, povero di parole e forse già irrevocabilmente condannato al silenzio, di raccoglierli in cristalli?

Paul Celan

Presentiamo qui due sequenze dai taccuini di Anselm Kiefer (Notizbücher Band 1, 1998-1999, Suhrkamp 2011). Si tratta di appunti in cui l’artista riflette sul rapporto col tempo, con la vita quotidiana, con i materiali, con la letteratura e su molto altro. Per la prima sequenza si tenga presente che con la parola «pietruzze» si è tradotto Steinchen, termine che Paul Celan utilizza nel frammento citato in epigrafe, da cui è tratto il titolo dell’edizione tedesca delle prose inedite di Celan Mikroliten sinds, Steinchen (uscita però solo nel 2005 e in italiano nel 2011 per Zandonai, con il titolo Microliti, nella traduzione di Dario Borso).

A.R.

8.3.98

20.30 dopo un po’ di tempo. cos’è qui «un po’ di tempo»? a giudicare dalla schedatura sono più di due anni che non scrivo praticamente niente, un miracolo che le dita trovino ancora i tasti giusti, anche se con qualche esitazione. l’occasione per accendere il portatile sono state alcune riflessioni su come procedere con il mosaico chiamato per ora les reines de france, 560 x 750 cm.

15.3.98, domenica

20.40 sette anni. che intervallo di tempo è? a sette anni si va già a scuola, almeno da un anno. C’è anche il dannato settimo anno e il rinnovamento delle cellule ogni sette anni. e ogni sette anni l’olandese volante va a riva. i candelabri con sette bracci e così via. e poi sono sette anni che il portatile è in funzione. in funzione, è più che in funzione. tutto ciò che è stato scritto in questi sette anni è lì dentro. strano, come fosse un essere vivente dell’età di sette anni, non come una macchina da scrivere che avesse sette anni, non è affatto la stessa cosa, perché qui c’è una memoria, una memoria di sette anni – si, la memoria c’è, ma appunto solo la memoria per determinate cose che sono state scritte al suo interno. Solo un frammento di tutto ciò che è stato in questi sette anni….

domenica ho continuato a lavorare al quadro con le pietruzze del mosaico (560 x 750 cm). anche quest’opera è iniziata qualche anno fa, incollare le pietruzze come qualcosa di speciale, un’occupazione in cui il tempo trascorre. qualcosa che non si ritiene possibile (che non bisogna ritenere possibile?): che qualcosa debba sfuggire, sottrarsi, dileguarsi, un cortocircuito come il prendere alla lettera, ad esempio, la parola «sabbia», nel caso della sabbia della Marca. i singoli pezzi, le pietruzze, una tecnica speciale, in cui tutto sta nel dettaglio. vermeer ad esempio i molti grani sulla tela. oggi ho riempito gli interstizi col colore, ho, per così dire, stuccato. questo rende la cosa sfuggente: il colore depositato tra le pietruzze e sulle pietruzze, così pare, da l’impressione che, nei punti in cui sono state dipinte, le pietruzze siano cadute, quindi l’annullamento del mosaico – un mosaico che ha perduto le sue pietruzze.

un mosaico che ha perduto le sue pietruzze

la domanda che oggi ha interessato il pittore è: quante pietruzze si devono perdere per non aver più un mosaico? tutto a destra in alto sembrano essere andate perdute troppe pietruzze tutte in una volta, è rimasto soltanto uno sfondo e un qualcosa, non siamo favorevoli a questo indefinito, vogliamo qualcosa di definito, ma cos’è qualcosa di definito? cos’è qualcosa?

qualcosa di definito

qualcosa è una forma vuota. fare qualcosa può essere tutto. nel qualcosa entra tutto. c’è qualcosa che non entra nel qualcosa? sì: il nulla. qualcosa può essere tutto all’infuori del nulla. in relazione dunque al mosaico: un qualsiasi sfondo sul quale può accadere qualcosa non lo vogliamo. vogliamo solo togliere dal mosaico una quantità di pietruzze tale per cui rimanga ancora qualcosa di definito, o meglio: vogliamo tirare fuori un numero tale di pietruzze per cui ne risulti qualcosa di ancora più definito. se infatti tutte le pietruzze rimangono sul mosaico ne risulta un mosaico ben definito e non «qualcosa di definito». un mosaico ben definito è limitato, è descrivibile e lo si può inquadrare, si possono ad esempio contare le pietruzze… ma qualcosa di definito è un qualcosa e non è facile da inquadrare. devono rimanere un paio di pietruzze in punti ben determinati, in modo tale che il resto possa essere integrato, nella testa. ed è solo lì, il resto, tutte le pietruzze perdute, tolte possono essere integrate solo nella testa, e lo si può fare più in fretta che con un computer, anche il più veloce. è come nelle reliquie: della croce rimane solo un chiodo, solo un capello di questo o quel santo, il resto è presente in modo segreto. il resto è un segretare.

secretare

un mosaico davvero romantico è un mosaico in cui manca il più gran numero possibile di pietruzze

[…]

30. 10. 98

sette e quaranta. su questo portatile non ho mai scritto per disciplina ma sempre in base a una decisione spontanea, in seguito a una cosa vissuta, o anche per noia, per abitudine. quando si usa la disciplina nascono delle «opere», ci sono dei risultati. ora ho utilizzato anche la disciplina, perché l’altro ieri notte è accaduto qualcosa di strano e quella cosa andava scritta (senza spontaneità perché l’accaduto risale ormai a diverse ore fa). ho deciso di prendere nota del fatto che l’altro ieri notte fuori c’era un’aria particolarmente calda. come a primavera. un’aria piena di possibile crescita, piena di lontananza, di promesse, di rigonfiamenti. incredibile in questa stagione. ieri notte era già tutto passato, faceva di nuovo freddo. e siccome ieri notte e questa mattina presto ha fatto di nuovo freddo, indubbiamente freddo, indiscutibilmente freddo, ho deciso di prendere nota di questo singolare evento. ma di cosa ho preso nota? del fatto che faceva più caldo del solito in questa stagione. una constatazione secca. il sapore, l’ampiezza, la promessa contenuti in quell’aria non vi sono rappresentati. cosa è possibile rappresentare dunque? ciò che noi facciamo è una rappresentazione? cosa è mai? è piuttosto una elaborazione. di fatto non vi sono rappresentazioni ma solo elaborazioni.

rappresentazione-elaborazione

perché tutto quello che facciamo diventa qualcos’altro. nel caso dell’altro ieri notte, quando tu, essendo l’aria particolarmente tiepida e pregna di significati, sei sceso per questo al lago nella notte. questa esperienza non è rappresentabile, si sottrae a ogni tentativo di fissarla, ma incide in qualche modo insondabile su ciò che nasce, se tu compi l’irrealizzabile tentativo di rappresentare l’irrappresentabile.

questa pagina dunque nasce grazie alla decisione di rappresentare l’evento dell’altra notte con lo strumento della disciplina o, si potrebbe anche dire, di trattenersi vicini all’esperienza dell’altro ieri notte: l’esperienza dell’altro ieri ha sollevato delle domande.

sollevare domande

l’altro ieri notte partito sul tardi in bicicletta verso il sentiero per il lago, il cono di luce che ti precede per terra. un gesto quasi automatico, salire sulla bicicletta. la bicicletta come il modo adatto in tempi antichi (quello a disposizione), per rispondere al movimento ondulatorio dell’aria tiepida con il movimento delle «onde» quando si viaggia in bicicletta su una strada con le cunette. la corrispondenza del movimento orientato all’infinito dell’aria con la direzione (movimento) privo di orientamento della bicicletta. la bicicletta in quanto strumento dell’uomo romantico.

la bicicletta – strumento dell’uomo romantico

23.35 quadro: una lunga parete di girasoli, 280 per infinito, diciamo 20 metri a partire da una serie di fotografie, fatte uno o due mesi fa. allora si poteva costeggiare l’immagine come un muro, perché il campo davanti ai girasoli era già stato mietuto e dava una sorta di campo di tiro libero per le foto. d’altra parte il campo ha anche il carattere di un lago artificiale perché c’è una visuale che prima era nascosta. inoltre il campo con i girasoli si trovava un gradino più su rispetto al campo mietuto dal quale erano state scattate le fotografie. così il tutto era come su un palcoscenico. perché però la parete con i girasoli è così lunga, tanto da comprendere la lunghezza naturale del campo? per spezzare il dipinto? non è forse già da tempo spezzato? un quadro cosi si estende nella sua espansione laterale allungandosi in tempi geologici. un affresco.

l’affresco cavo del tempo canale sotterraneo

un affresco, a differenza di un quadro, non è chiuso. come la colonna-vendome, prosegue in tutte le epoche del futuro e proviene peraltro da tempi antichissimi. un affresco non ti impone dunque il problema del tema, perché il tema è il tempo. se si fa curvare l’affresco, diventa un’immagine circolare.

se si dipinge un affresco, ci si aggancia come in uno skilift, al cavo del tempo. si continua a dipingere, tenuti su dal cavo del tempo. canale sotterraneo.

martedì 17.11.98

lettera alla frankfurter rundschau

mille grazie per il vostro invito. il tema mi interessa molto, il tempo come tramite cui è possibile dar forma, che non si muove verso un obbiettivo, bensì scorre indietro e in avanti nella stessa misura. e noi dove siamo al suo interno? come è possibile vedervi una soglia? robert fludd, il rosacrociano, ha tentato di unire in una meravigliosa visione, molto prima di einstein, microcosmo e macrocosmo. A ogni pianta sulla terra, così sosteneva, è associata una stella in cielo. se oggi si trovasse la formula matematica che esprime questa corrispondenza, la soglia tra ciò che va e ciò che arriva sarebbe rimossa… dunque: è su questo argomento che mi piacerebbe continuare a ragionare, ma non posso finirlo entro dicembre perché l’estate scorsa mi è fuoriuscito un disco intervertebrale e si è spostato verso il nervo (anche questo, in un certo senso, è il superamento di una soglia) così fino a ora non ho praticamente lavorato e devo un po’ recuperare. se però mi date più tempo collaboro volentieri.

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