The Goldfish and the Inner Tube, la giocosa vitalità della materia

Marilena Borriello

Nel centro della scena, trentasei camere d’aria sono disposte in sei file orizzontali e sei verticali.

Un ammasso intricato di tubi sottili in plastica colorata le collega a un compressore. Una batteria, un sacco della spazzatura - entrambi di un blu intenso -, due improbabili strumenti sonori e il pesciolino rosso - ancora nascosto da qualche parte – fanno da cornice a questa simmetrica e originale composizione.

Questo è quanto si presenta alla vista di chi entra in sala per assistere a The Goldfish and the Inner Tube, la prima performance di Ruth Childs e Stéphane Vecchione, realizzata in collaborazione con l’ADC Genève, il CDC Atelier de Paris–Carolyn Carlson e il Théâtre Arsenic di Losanna. Questa immagine, o piuttosto la mise-en-scène della performance, dà l’impressione di un dipinto composto con minuzia; la luce, i colori, gli oggetti e le forme che lo costituiscono sono tutti disposti con cura sull’immaginaria superficie pittorica, creando un gradevole effetto visivo e fotografico.

Per circa dieci minuti non accade nulla: nessuno entra, nessuno esce. L’attesa crea una certa tensione, finché uno strano sibilo, anzi un fastidioso ronzio, inizia a insinuarsi con una certa insistenza in questa deliziosa visione. Il soffio d’aria irritante e stridente del compressore sta gonfiando le trentasei camere d’aria sino a deformarle e ad aumentarne il volume minacciosamente. Ma proprio quando l’esplosione sembra ormai inevitabile, ecco Stéphane Vecchione e Ruth Childs entrare e prendere posto nell’inusuale ‘ambientazione scenografica’: lui dietro la batteria, lei all’interno della busta blu.

Da questo momento in poi, l’ammasso proteiforme di gomma diventa il centro d’azione dei due performer. Entrambi, nudi dalla pancia in giù, creano situazioni (apparentemente) prive di senso. Ritmo, tensione, suspense, imprevedibilità, teatralità e un complesso gioco di interdipendenza tra performer e oggetti producono, una particolare configurazione spazio-temporale.

Probabilmente, ricorrere ai concetti di incanto e disincanto è il modo più appropriato per parlare di questa performance. The Goldfish and the Inner Tube rivela, infatti, una certa familiarità di Childs e Vecchione con il pensiero di Jane Bennett, il teorico politico americano secondo cui l’incanto è la possibilità di essere colpiti da qualcosa di straordinario che vive in mezzo al familiare. In altre parole, Bennett sostiene che la capacità di individuare l'incantesimo nella banale quotidianità può avere degli effetti sul comportamento umano, al punto da motivare l’individuo a migliorare il suo atteggiamento rispetto al mondo.

Tuttavia, se da un lato i due performer con le loro azioni prive di logica riescono talvolta a suggerire il piacevole stato di meraviglia e sorpresa di cui parla Bennett, dall’altro non sembrano preoccuparsi troppo dell’effetto disturbante che queste stesse azioni potrebbero provocare. L’intera performance è una complessa combinazione di opposti, una continua sequenza di situazioni a metà via tra banalità e originalità, casualità e meticolosità, goffaggine e grazia. È una strana unione di piacere e fastidio, di incanto e disincanto appunto e il modo in cui Ruth Childs e Stéphane Vecchione usano il loro corpo ne è una prova. Durante la performance lo trasformano continuamente trattandolo come un oggetto ora buffo ora scultoreo: sebbene le loro azioni rasentino spesso il ridicolo, i due performer riescono a congelare il loro corpo in posizioni armoniche ed eleganti, creando delle still-life performance di inaspettata bellezza.

Quando non fisicamente coinvolto nelle azioni affannose di composizione e scomposizione, Stéphane Vecchione accompagna con il suono della sua batteria questi tableaux vivants. Tuttavia, i suoi fragorosi assoli, che ricordano il ritmo di Play Time di Jacques Tati, non sono l’unico elemento sonoro. Lo stridore delle scarpe di gomma sul pavimento, il sibilo del compressore, i rumori emessi dai due eccentrici organi composti da tubi in PVC e il suono amplificato dell’acquario del pesciolino rosso costituiscono la traccia sonora dell’intera performance.

L’approccio di Stéphane Vecchione e Ruth Childs è certamente giocoso e il non prendersi troppo sul serio appare il loro punto di forza. Tuttavia, questa leggerezza non è né dilettantismo né scarsa maturità creativa. Entrambi vantano, infatti, una carriera di tutto rispetto costellata di collaborazioni significative con coreografi e registi teatrali di fama internazionale.

Stéphane Vecchione come musicista e performer ha lavorato con Stefan Kaegi (Rimini Protokoll), Denis Maillefer, Massimo Furlan, Nicole Seiler, Philippe Saire, Yasmine Hugonnet, Clédat & Petitpierre. Ruth Childs, invece, come ballerina ha collaborato con personalità quali Foofwa d’Imobilité, La Ribot, Lucinda Childs, Gilles Jobin, Massimo Furlan, 2B company, Yasmine Hugonnet.

Ovviamente in The Goldfish and the Inner Tube, non c’è alcuna trama, nessuna storia. Tuttavia, l’interazione tra differenti elementi (umani e non umani) e medium espressivi (musica, ‘non danza’, pittura, scultura, teatro burlesque e performance art) sembra generare immagini e storie in un modo non convenzionale. È impossibile non riconoscere agli oggetti implicati nella performance la curiosa abilità di interpretare un ruolo, di agire, di produrre effetti drammatici. L’illogica narrativa che ne emerge ricorda infatti l’attitudine gioiosa dei bambini, la loro ferma convinzione che anche le cose inanimate possono prendere vita. Osservando questa performance, si ha l’impressione che la distinzione tra creature viventi e oggetti inanimati sia definitivamente obliterata. Tra gli elementi utilizzati non vi è alcun rapporto gerarchico perché nessuno è più incisivo o importante dell’altro, ma al contrario tutti sono di vitale importanza. Seguendo la logica del collage, l’oggetto banale è prelevato dal quotidiano e tutto ciò che è astratto - il suono e il movimento - acquisisce una consistenza materica. Insieme sono disposti sulla superficie immaginaria e bidimensionale di questa performance, tanto da rendere immediata l’associazione con l’estetica ready-made. Tuttavia, in The Goldfish and the Inner Tube gli elementi di tangenza con il ‘nuovo materialismo’ appaiono più evidenti. Questa nuova corrente filosofica postumanista, aderisce alla teoria delle stringhe e della fisica quantistica secondo cui la realtà è una rete dinamica e vitale dove ‘i confini tra vita e materia, tra organico e inorganico, tra umano e non-umano, tra uomo e dio, non sono più così importanti da onorare’.1

In The Goldfish and the Inner Tube, la prima performance di Ruth Childs e Stéphane Vecchione è, infatti, la consistenza vibrante delle cose a prevalere, nella forma, però, di una giocosa celebrazione della vitalità della materia.

Ruth Childs e Stéphane Vecchione

The Goldfish and the Inner Tube

ADC Genève, CDC Atelier de Paris–Carolyn Carlson, Théâtre Arsenic di Losanna

1 Diana Coole, Samantha Frost, New Materialism : Ontology, Agency, and Politics, Duke University Press, 2010, p. 47

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