Schulz e Permunian, lo scrittore come biologia militante

Matteo Moca

Quando si opera con i mezzi della critica letteraria, quale statuto assume il rapporto tra il testo critico e quello dell'autore studiato? Il confine, se l'operazione critica riesce nel suo scopo, si fa sempre più labile, quasi come se si puntasse a una sorta di sovrapposizione, forse compiuta solo nel momento in cui il desiderio del critico viene soddisfatto da una perfetta aderenza all'opera. La nuova collana di Aragno, Pietre d'angolo, curata da Andrea Cortellessa, riesce con successo a mettere in scena questo dialogo, giocando con l'aspetto grafico, ad opera di Maurizio Ceccato, e, ovviamente, con i testi stessi. I libri hanno due facce e due copertine e possono essere sfogliati da entrambe le parti poiché i due testi si fronteggiano, capovolti, come in un corpo a corpo. I primi due titoli della collana danno bene la misura di questa operazione: il primo lega Francesco Permunian e Bruno Schulz, il secondo invece Gabriele Frasca e Dziga Vertov. Seppure lo scopo dei due libri sia il medesimo, le impostazioni degli autori danno una cifra stilistica unica a ognuno dei volumi: il testo di Permunian unisce l'abilità narrativa a una appassionata ricerca filologica e quello di Frasca invece, attraverso una «spirale-labirinto», per usare le parole di Cortellessa, si muove vertiginosamente tra la scrittura di Joyce, di Vertov e dell'autore stesso. L'altra parte del volume, pure se in realtà a un certo punto ci si interroga su quale sia il discrimine tra le due tanto fitto è il dialogo, è dedicata rispettivamente a testi di Schulz e Vertov.

Il testo di Permunian si intitola La plasmabilità artistica del cartone e il suo impiego nella scuola e immagina l'incontro tra un allievo di Schulz, a cui lo scrittore ha insegnato negli anni tra il 1934 e il 1939, e un professore di italiano, curioso e intelligente. La conversazione («Anche se, in realtà, sembra che egli stia parlando alle ombre del suo passato» annota l'ascoltatore) avviene in una strada di Drohobycz, a pochi passi da dove Schulz fu ucciso da un ufficiale della Gestapo; queste pagine, per chi frequenta l'opera dello scrittore veneto, assumono subito un altro e superiore significato, capace di illuminare alcuni luoghi decisivi della sua poetica. Questo breve racconto infatti si trasforma sin da subito in una scatola cinese dove si presentano non solo altri scrittori dell'Europa orientale, Kafka, Kantor o Hasek per fare un paio di nomi, ma trovano spazio anche Gadda e Ripellino, dando così indicazioni precise sulle ispirazioni e gli amori letterari di Permunian. Il testo rappresenta allora nello stesso tempo un atto d'amore e una decisiva chiave ermeneutica per la sua opera, come evidenzia per esempio il demone della scrittura che sempre affolla i pensieri dello scrittore («Schulz reputava il tempo dedicato all'insegnamento nient'altro che tempo perso; tempo sottratto all'unico lavoro che effettivamente gli interessava, quello di scrittore») o l'interrogazione perpetua sul rapporto tra realtà e letteratura («l'inverosimile verosomiglianza» di cui parla l'allievo di Schulz). Una delle parti più consistenti di questo piccolo volume è quella incentrata su una polemica, nata intorno agli anni Trenta, che contrappose Schulz all'altro grande scrittore Witold Gombrowicz che lo attaccò su Studio, autorevole rivista letteraria polacca. Gombrowicz racconta di un fugace incontro su un tram dove ha sentito una immaginaria «moglie del dottore di via Wilcza», criticare l'opera di Schulz. I documenti di questa conversazione sono riportati nella seconda parte del volume e sono tre lettere da cui emerge come l'operazione di Gombrowicz sia in realtà una provocazione che spinge Schulz a difendere la sua opera. Ne viene fuori una risposta meravigliosa, in cui Schulz scopre la falsità dell'opinione della «moglie del dottore di via Wilcza», ma nonostante questo risponde con estrema professionalità a Gombrowicz e alla signora immaginaria, ignorando però del tutto la boutade, «frivola», e insistendo invece con forza sul valore della letteratura e sull'importanza del lavoro di scrittore («L'avanguardia della biologia è il pensiero, la sperimentazione, l'invenzione creativa. Siamo noi ad essere biologia militante, biologia conquistatrice, siamo noi ad essere veramente vitali»). Sembra di leggere tra le righe di Schulz lo stesso afflato che muove anche Permunian.

L'altro volume invece mette in dialogo il critico e scrittore Gabriele Frasca con il regista e teorico del cinema russo Dziga Vertov. Il regista russo, scrivendo del mezzo artistico che utilizza per esprimersi, scrive che «chiunque ami la propria arte deve ricercarne l'essenza tecnica»: Frasca nel suo saggio, denso e rigoroso, che si snoda non solo sull'opera di Vertov, ma anche su quella «macchina da prosa» come definisce la scrittura di Joyce, sottolinea come il fine del cinema espresso da Vertov sia assimilabile a un vero e proprio atto d'amore che, per prima cosa, per essere tale deve riuscire a mettere da parte l'Io dell'autore con il suo narcisismo: «l'artista che voglia essere artefice, e artificiere […] deve innanzi tutto imparare a fare a meno del suo stesso ritratto». Ma l'interrogazione di Frasca si fa presto ancor più radicale, chiedendosi dove l'arte può reperire il reale e liberarlo dalle «colate di fango ideologico». È ciò che si chiede in uno dei testi, L'amore per l'uomo vivo, anche Vertov, quando si interroga se «è possibile mostrare “l'uomo vivo”, il suo comportamento e le sue emozioni in un film documentario poetico senza messinscena». Una risposta definitiva è certamente inafferrabile, ma Frasca ci guida in un vorticoso itinerario che da Joyce a Vertov arriva fino a Badiou e Benjamin, andando a indagare uno dei nodi scoperti del Novecento filosofico e letterario, quello che indaga lo statuto del reale.

Una collana che con questi due primi titoli pone un interrogativo ineludibile, quello che riguarda il rapporto di un autore con i suoi maestri.

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