Maxim Shrayer, un’estate a “Ladispol” tra Mosca e l’America

Valentina Parisi

Ci sono libri che, venendo casualmente alla luce in un determinato clima socio-politico, finiscono con l’assumere significati per così dire “collaterali” che difficilmente l’autore al momento della stesura avrebbe saputo calcolare o prevedere. In quest’ottica è curiosa la capacità dei testi memorialistici di spalancarsi all’oggi, proiettando l’ombra di ricordi inevitabilmente privati su percorsi cronologicamente distanti e all’apparenza estranei. Ora come ora, è impossibile leggere il memoir di Maxim D. Shrayer, ebreo moscovita approdato nell’estate 1987 dall’Urss a Ladispoli via Vienna, senza confrontare la sua vicenda tutto sommato fortunata col destino di morte che attende sempre più spesso chi si ritrova a compiere l’atto già di per sé doloroso della migrazione. Fin dal suo titolo goffo, Aspettando America riflette una situazione di in-betweenness, di sospensione – quella per l’appunto sperimentata dall’io narrante che, dopo aver abbandonato appena ventenne l’Unione Sovietica al seguito della famiglia, attende per due mesi in Italia il rilascio del visto per gli Stati Uniti.

L’aspettativa curiosa e impaziente di ciò che verrà e la nostalgia talvolta lacerante per quanto ci si è lasciato alle spalle si accompagna nelle pagine di Shrayer – che oggi insegna letteratura russa, inglese e studi sull’ebraismo al Boston College – a un disorientamento inquieto, tipicamente post-adolescenziale. Sfondo di questa deriva esistenziale è un litorale laziale bizzarmente popolato dalle figure incongrue dei profughi sovietici in attesa di ricominciare altrove una nuova vita. Ladispoli, insieme a Ostia e a Santa Marinella, fu infatti negli anni Settanta e Ottanta centro di smistamento per migliaia di migranti provenienti dall’Urss e dagli altri paesi del blocco orientale. Per lo più – come ricorda Stefano Garzonio nella sua postfazione – si trattava di refuseniki, ossia di cittadini sovietici di nazionalità ebraica cui le autorità avevano negato a lungo il visto di uscita per Israele e che poi, imprevedibilmente, per ragioni contingenti venivano espulsi in fretta e furia.

A “Ladispol’” (così l’aveva ribattezzata alla russa nel 1979 un illustre ospite di passaggio, Sergej Dovlatov) il porte-parole dell’autore si terrà alla larga per quanto possibile dai conoscenti russi, preferendo stringere amicizia con un gruppo di coetanei italiani, malgrado le ovvie barriere linguistiche. Al contempo, intraprenderà spedizioni settimanali a Roma al “mercato rotondo” di Piazza Vittorio per rifornire di frutta e verdura i familiari e visiterà San Marino, Venezia, Firenze, Pompei (dove verrà borseggiato) grazie ai viaggi in pullman appositamente organizzati per i rifugiati da un “tour operator clandestino e senza troppi scrupoli”, l’emigrato Nitockin.

Tra la variegata fauna che anima la Ladispoli russa, il personaggio più memorabile è probabilmente il rabbino lubavitch Reb Boruch che al cineforum “ha battuto i goyim in goyitudine”, proponendo ai profughi una versione senza tagli di Emmanuelle e sbaragliando così definitivamente l’odiato rivale, il pastore dell’American Center che si serve della settima arte per convertire i migranti. Ma notevole è anche la scena in cui lo zio d’Israele Pinja (che ha raggiunto la Terra Promessa già negli anni Venti e che a un certo punto si precipita in Italia a conoscere i parenti) al ristorante cancella dal conto le voci pane e coperto, rifiutandosi categoricamente di pagarli.

Con una congrua dose di ironia e di distacco dal proprio io di un tempo, Shrayer conferisce spessore umano ai concetti di displacement e un-homing, ormai centrali nella riflessione sul nomadismo geografico, linguistico e intellettuale come elemento fondativo della contemporaneità. Peccato per una resa italiana dall’inglese non sempre all’altezza; se la scelta della traduttrice di rendere con Aspettando America il titolo originale Waiting for America (in nome di riferimenti beckettiani mai esplicitati nel testo) appare già una forzatura, all’interno refusi e incomprensioni varie (su tutte il gioco di parole russkie-etruschi, ignorato) rischiano di rendere disorientante un testo giocato sì sui concetti di spaesamento e straniamento, ma a livello più culturale che linguistico. Come emerge dalle tante scene in cui l’autore, attraverso il suo sguardo di straniero, conferisce una sfumatura “esotica” alla nostra normalità: “I punk se ne stavano lì tranquilli a fumare e a chiacchierare. Nessuno sembrava accorgersi di loro. In Unione Sovietica sarebbero stati presi e portati via dalla polizia.”

Maxim D. Shrayer

Aspettando America. Storia di una migrazione

Traduzione di Rita Filanti

Pisa University Press

pp. 224, euro 18

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