Il nuovo canto dei registi pedagoghi nel teatro del Secondo Novecento

Maria Cristina Reggio

Quando si pensa al teatro di prosa tradizionale, il canto viene considerato come un intermezzo musicale oppure come una colonna sonora di sottofondo con funzione decorativa o di leitmotiv. Ma se invece si sposta il pensiero di lato, alla ricerca degli spettacoli che hanno riconfigurato il teatro nel secondo Novecento, si scopre un mondo sonoro insondato dalle orecchie degli studiosi, ed è proprio in questo territorio che Mauro Petruzziello accompagna il lettore - spettatore nel suo libro Perché di te farò un canto, il cui titolo è già una allettante promessa (tratta da Iubilaeum bolero del cantautore Ivano Fossati). Si è detto e scritto molto sulle trasformazioni operate in campo teatrale dai maestri del teatro del secondo Novecento, ma perché si producessero studi specifici sul loro lavoro su voce e suono si è dovuto attendere molto tempo, e lo stesso studioso ne informa il lettore in un capitolo che tratta con esauriente e quasi enciclopedica estensione, ricostruendo il panorama delle indagini che si sono focalizzate sul mondo sonoro e vocale in generale e più in particolare quelli che hanno contribuito alla formazione di un corpus più organico di studi teatrali sulla voce e sul suono in scena.

Il libro di Mauro Petruzziello si sofferma in particolare su alcuni spettacoli di Jerzy Grotowski, del Living Theatre e di Peter Brook (dedicando un capitolo fondamentale anche agli allenamenti e alle prove) dalla prospettiva del lavoro su suono e voce compiuto da questi registi pedagoghi che, tutti seguendo in diversi modi le tracce di quello che l'autore definisce "lo spettro" del maestro Artaud, hanno anche molto scritto, orientando con i loro studi teorici e la loro pratica la costruzione e la definizione di un teatro che ripensa profondamente il proprio statuto di forma d'arte vivente, non sottomesso al regime dittatoriale del testo drammatico. Il riferimento qui non è solo rivolto all'autore del Teatro e il suo doppio, ma all'Artaud attore radiofonico degli anni di internamento a Rodez, che aveva lavorato con esercizi fisici e vocali alla scoperta delle straordinarie possibilità fisiologiche del proprio respiro e alla costruzione di un corpo vocale in continuo divenire. Il tema artaudiano della vibrazione presente sia nella voce (e nel corpo che la produce) sia nel suono (e nella sua configurazione fisica ondulatoria) viene concepito da Petruzziello come una figura chiave che attraversa sia il lavoro compiuto sul corpo del singolo attore da Grotowski, sia quello comunitario metaforico del Living, sia, infine, il processo di radicamento fisiologico e conseguente individuazione delle diverse tecniche attoriali messe in campo da Peter Brook. Si tratta di una vibrazione che appartiene a tutti i corpi fisici, compreso il corpo umano, e che, concepita come immateriale per diversi secoli perché spesso invisibile, con la scoperta scientifica delle onde sonore all'inizio del 1900 ha assunto, finalmente, una concretezza materiale tangibile e anche misurabile. È una caratteristica dei corpi che permette di instaurare un ponte tra invisibilità metafisica e materialità fisica del suono, così come tra presenza e assenza del corpo che ne è sorgente. E proprio nell'ambito delle ricerche che questi registi radicano nel corpo dell'attore, l'autore individua, con una immagine esteticamente molto efficace, la figura trasversale del canto, che, espressione del buio passaggio del respiro attraverso le corde vocali oscillanti, è emblematica di un teatro che concepisce il corpo dell'attore come membrana vibratile tra invisibile e visibile, testimonianza chiasmatica di presenza e assenza.

Musica, voce e suono sono accomunate da una qualità espressiva che indica le differenza tra un elemento sonoro ed un altro e che, denominato timbro, è ascrivibile, in campo teatrale , alla voce di un personaggio, un tempo codificata dalle ferree norme di vocalizzazione teatrale tramandate dalla tradizione attoriale. Proprio attraverso la sperimentazione della variazione timbrica vocale e sonora nelle partiture dei loro spettacoli, Grotowski, il Living Theatre e Brook aprono la strada a un teatro che, radicandosi nella presenza del corpo concreto dell'attore, va alla ricerca di una voce che reinventa e talvolta finanche sopprime il testo drammatico letterario. Per ciascuno dei registi presi in esame il percorso investigativo di Petruzziello compie un ulteriore passo originale nel campo degli studi teatrali, che ancora oggi sono spesso costretti nei recinti disciplinari della musica ,del teatro di prosa e/o del teatro musicale e via dicendo. L'autore, che oltre a occuparsi di teatro è anche un appassionato studioso e critico musicale, ricerca ed esamina con perizia i numerosi referenti e i tessuti musicali paralleli che fanno da sfondo al lavoro degli artisti considerati, e che sono rappresentati, tra gli altri, dagli archetipi dei canti liturgici con cui entra in conflitto Grotowski, dalle improvvisazioni jazz e dal silenzio di Cage, compagni di strada del Living contro le voci mediatizzate del potere, fino al world music , meccanismo di fusione interculturale per Peter Brook, e modello per quello che Petruzziello definisce il mosaico vocale del Mahabarrata. Nella musicalità del canto, laddove l'espressività orale del il timbro vocale si affranca dalle norme logiche, grammaticali e narrative imposte al testo scritto, inizia per il teatro occidentale la ricerca di un proprio altrove sonoro, corporeo, che forse ancora attende una platea disposta all'ascolto.

Mauro Petruzziello

Perché di te farò un canto

Bulzoni, 2018

pp. 260, euro 25

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