Marrani, stranieri residenti e senza requie

Matteo Moca

Nell'opera filosofica di Donatella Di Cesare, figura come uno dei testi più importanti il libro Stranieri residenti. Una filosofia della migrazione (uscito nel 2017 come l'altrettanto importante Terrore e modernità), capace di imporsi come una bussola nel difficile coacervo di informazioni e opinioni sulle migrazioni oggi. Il libro, nelle stesse parole dell'autrice, rappresenta un contributo alla definizione di uno «ius migrandi» nel momento politico tragico in cui i diritti delle persone sono soggetti a torsioni; così nel suo andamento, che muove dall'antica filosofia greca fino a spingersi alla contemporaneità, Di Cesare tenta di delineare la figura dello «straniero residente». La forte convinzione che muove questo libro, e che rappresenta dall'altro lato la sua estrema necessità, è il tentativo, compiuto, di costruire un pensiero della migrazione chiaro e teoricamente supportato.

Esce adesso un nuovo saggio di Di Cesare, dedicato ad un tema differente da quello della migrazione, ma che in realtà con esso intesse una proficua relazione. Il libro si intitola Marrani. L'altro dell'altro, è pubblicato nelle eleganti Vele Einaudi, ed è in primo luogo una compiuta ricognizione sulla storia tragica di quegli ebrei che, braccati dalle persecuzioni religiose spagnole, decisero non di scappare come fecero molti altri per fuggire alle sevizie dell'Inquisizione, ma di restare nei luoghi che abitavano e di scegliere la conversione al cristianesimo: molti di loro ovviamente non lo fecero con convinzione, ma solo perché costretti dalle circostanze storiche, religiose e politiche. Tra il 1391 e il 1414, le terre iberiche persero circa centomila membri: il momento più violento dell'offensiva cristiana fu proprio nel 1391, quando a Siviglia furono uccisi circa quattromila ebrei da una folla inferocita guidata dall'arcidiacono Ferrar Martinez; da quell'avvenimento in poi le violenze si sparsero a macchia d'olio e raggiunsero altre città spagnole, come Valencia e Barcellona. Dei molti ebrei che vivevano in quella zona alcuni morirono, altri fuggirono ed infine un altro gruppo operò queste conversioni solo di facciata. Tale situazione del marrano portava però questi uomini a vivere in una situazione paradossale quella di avere un'identità nello stesso tempo molteplice e da nessuno riconosciuta. Non venivano riconosciuti come cristiani perché in molti non credevano fino in fondo alla loro conversione (e la situazione peggiorò ancora di più quando la «limpieza de sangre» diventa presupposto per essere riconosciuti cristiani: ebreo resta, seppur convertito, colui nelle cui vene scorre sangue ebraico) e neanche ebrei in quanto per aver salva la vita avevano rotto il patto con Dio: «marranismo è doppiezza – sottolinea Di Cesare – in senso extramorale, dualità che segna l'esistenza, la intacca, la fende. Il marrano è costretto a muoversi incessantemente tra un polo e l'altro, oscillando senza requie. Non ha più un centro. E quella che credeva un'identità si frange in un caleidoscopio di riflessioni e speculazioni».

Nel momento in cui il concetto della purezza del sangue entra in gioco, la persecuzione si fa ancora più profonda e violenta, perché non appare più percorribile alcuna via di fuga: la colpa scorre nelle vene. Di Cesare individua nel certificato sulla purezza di sangue, promulgato il 5 giugno 1449, il triste antenato di tutte le leggi razziali che seguiranno nei secoli successivi (ed è vertiginoso nel suo percorso il capitolo intitolato L'acqua e il sangue. Da Toledo a Norimberga): «insieme al concetto di purezza, individuata nel sangue e nella discendenza, viene introdotta l'esigenza di una difesa da ogni possibile contagio». Questa dura situazione che De Cesare ricostruisce sia su un piano storico che filosofico, viene inserita in una cornice assolutamente contemporanea: «nulla di ciò che è avvenuto va mai dato perso per la storia» recita la frase di Walter Benjamin riportata in esergo al testo, ed è impossibile quindi non pensare a quanti oggi vivono in queste condizioni, costretti alla fuga o a celare la loro vera identità, religiosa, politica o sessuale. Il marrano dunque, nello strenuo tentativo di mantenere la segretezza della sua natura, «impara a presentire l’ipocrisia, fiutare l’inganno, sciogliere le contraddizioni, apprende a captare la verità delle menzogne altrui» e così «sottigliezza, sagacia, accortezza sono le doti che deve coltivare; non solo per coprire le sue intenzioni, ma per smascherare quelle altrui». La diffidenza diventa parte immancabile della sua natura, una natura che per Di Cesare lo porta ad essere paradigma esemplare dell'homo sacer di cui parla Agamben perché, «anche il marrano, pur inscritto nella storia, ne eccede i limiti».

Chi è però il marrano oggi viene da chiedersi alla fine del libro? Si sono seguiti i passaggi tra Spagna, Portogallo, Olanda e Italia – molto bello il capitolo dedicato a Livorno, città nella cui storia talvolta si dimentica di includere questa vicenda – , si è sincronicamente attraversato l'asse storico fino alle barbarie della Germania nazista, ma ciò che soprattutto Di Cesare è riuscita a mettere in luce è il rapporto, conflittuale, ambiguo, difficile di questi uomini con la storia, la memoria e il ricordo, quest'ultimo «unico legame per quei segregati, l’unico anello di una tradizione che altrimenti potrebbe finire». Una identità dunque certamente problematica, ma anche tragicamente foriera di dilemmi ineludibili su chi si è, un interrogativo che segna tutta la storia del Novecento, un modo per combattere anche la pericolosa trasmissione a senso unico della «storia dei vincitori», più pericolosa dell'oblio nel suo desiderio di cancellare i vinti. Un libro che allora è anche la storia della resistenza affidata alla memoria perché «nascosti, esiliati, dispersi, in una costellazione del disastro, separati da una doppia estraneità, [i marrani] resistono legati dal ricordo del loro segreto, di cui non possiedono più la chiave, inaccessibile e alla fine sconosciuto, un segreto del segreto, che non esitano a testimoniare».

Donatella Di Cesare

Marrani. L'altro dell'altro

Einaudi

Collana Vele

pp. 120, euro 12

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