Francesco Targhetta, vero romanzo di un mondo falso

Andrea Cortellessa

È stato di Francesco Targhetta, veneto men che quarantenne, l’esordio più sorprendente degli ultimi anni: il precariato post-universitario, straniato dalla scelta di raccontarlo in versi, faceva di Perciò veniamo bene nelle fotografie (ISBN 2012), per paradosso, uno dei pochissimi esempi di «romanzo», fra debite virgolette, all’altezza dei tempi.

Sei anni dopo Le vite potenziali lascia a casa le virgolette, si presenta come un «vero» romanzo, e in effetti lo è. Il romanzo classico non si fondava sulla costruzione di personaggi che ci somigliano il più possibile? Le cui vicende, in potenza appunto, potremmo viverle anche noi? È quella che si chiamava «tipicità»: date determinate condizioni sociali, e in generale storiche, il personaggio incarnava comportamenti che ognuno poteva riconoscere. Intanto è venuta meno, però, la società che quel modello aveva espresso (nonché, forse, ogni forma di società riconoscibile): gli individui, sciolti dai loro legami, hanno preso a vivere come particelle sub-atomiche, monadi senza qualità. I più lucidi narratori di oggi (penso a Giorgio Falco o Gherardo Bortolotti) descrivono un mondo di luoghi e cose nel quale gli esseri umani, anonimi e schermati, sono cose a loro volta.

Di questa condizione Targhetta pare voler scrivere comunque il «romanzo»: e allora restaura i nomi dei personaggi, li dota di biografie, sentimenti, persino relazioni; ci ammette non solo ai loro dialoghi ma persino, canonicamente, ai loro pensieri. I suoi ex studenti sono cresciuti, e parrebbero avercela fatta. Hanno un lavoro ben retribuito – Giorgio e Luciano sono dipendenti dell’azienda informatica fondata da Alberto in quel di Marghera –, delle abitazioni, delle vite appunto. Se prima venivano bene nelle fotografie in quanto immobili, paralizzati in una vita strozzata, questi si muovono eccome: spostandosi di continuo su e giù per l’Europa, mentalmente sempre un passo avanti, in un’accelerazione parossistica che teme la stabilità come la morte. La vita che inseguono è sempre un’altra: non quella in atto ma quella in potenza.

Ma questo non accontentarsi mai è spia di uno scontento che è il rovescio strutturale del precedente, così come la potenza che perseguono (Giorgio, il più caricaturalmente cinico, gira coll’Arte della guerra nel cruscotto dell’auto) non è che il calco lancinante dell’impotenza dalla quale provengono e che – come mostra il più nerd e sfigato, Luciano – li ha marchiati una volta per tutte. La tipicità dei loro destini non può più rinviare a un orizzonte comune ma solo alla rispettiva, indiscriminata dispensabilità: quella «familiarità che nei giorni di fiera, se ci si incontra tra colleghi dopo cena, diventa quasi astio, a causa della fastidiosa sensazione di essere duplicati di duplicati di duplicati». Alberto, che in tutti i sensi sembrerebbe il più padrone del suo destino, è perseguitato da un omonimo, vive in un paese che si chiama Paese e si riposa al lago di Lago. La sua vita, in apparenza così autonoma e definita, non è che una tautologia.

La scrittura di Targhetta aderisce a tutto questo come una pelle sottilissima, pressoché trasparente; ma mostra una sempre perfetta, talora compiaciuta, definizione lessicale. Eppure il mondo che inquadra, ibernato in una desolante topografia di nonluoghi-correlativi oggettivi, è il più generico che si possa immaginare. È lo stesso paradosso per cui Luciano si riconosce solo fotografato di spalle, sullo sfondo di un crepaccio in Austria ripreso da un collezionista di suicide sites. Anche lui viene bene in fotografia: perché la vita – non solo la sua, si capisce – non è che un «camposanto diffuso», uno «sprawl cimiteriale».

Francesco Targhetta

Le vite potenziali

Mondadori, 2018, 243 pp., € 19

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