Alfadisco # 6 – luglio 2018

Paolo Carradori

LYDIAN SOUND ORCHESTRA

WE RESIST!” (Parco della Musica Records)

Che bel disco questo della Lydian! Bello nelle intenzioni…resistere al disimpegno, resistere per essere liberi dalle mode, dal flusso delle correnti… (dalle note di Brazzale), bello nel suono collettivo, negli arrangiamenti, nel calore che trasmette ma soprattutto nella scelta politica del repertorio: Roach, Ornette, Monk. Proposta che va nel cuore dei valori, non solo estetici ma sociali e umani dei grandi della musica afroamericana che alla fine degli anni ’50, in una realtà professionale ampiamente discriminatoria nei loro confronti, si dimostrarono sensibili alle battaglie per i diritti civili. Allora classici come Lonely Woman, Driva Man, About Round Midnight… trasfigurano in commovente colonna sonora di una Storia che va oltre quella musicale. La Lydian, con il Broken Sword Vocal Ensemble, si muove alla grande, diretta con maestria, gusto, ironia, qualche spericolatezza e guizzi solisti. Colpisce soprattutto la voce di Vivian Grillo che non solo dimostra una profonda conoscenza dei repertori ma riesce a trasmettere, in un mix di sensualità e asprezza lontano dal “buon gusto occidentale”, la memoria di un intero continente. Resistiamo!

Lydian Sound Orchestra arranged & conducted by Riccardo Brazzale / Broken Sword Vocal Ensemble

ILARIA BALDACCINI

MONSIEUR SATIE” (Ema Vinci Classica)

Capita spesso agli innovatori, ed Erik Satie è stato un precursore dell’avanguardia musicale non solo parigina, di rimanere spesso avvolti in un alone di mistero, glorificati ma anche esecrati. Un “caso” Satie resiste ancora. Certo è che lui ci ha messo del suo, suonando nei cabaret, sfoggiando atteggiamenti controcorrente, con l’eccentricità provocatoria dei titoli delle proprie composizioni. Ma questa è superficie. Nei suoi lavori per pianoforte, strumento che amava profondamente, esaltano nuovi orizzonti armonici, un diverso rapporto con la melodia, l’uso di incisi ritmicamente ripetuti in un processo compositivo originale tra vibrazioni e silenzi. Questa incisione della Baldaccini su Gnossienne e Gymnopedie rifugge il rischio modaiolo di un Satie facile, prova a scavare nel compositore francese attraverso un’analisi interiore, ne esalta e dilata i silenzi come spazi depurativi, gli intimismi come problematiche esistenziali, la purezza del suono ripulito da tentazione virtuosistiche come spazio pensante. “Monsieur Satie” nella sua scelta repertoriale ci aiuta a comprendere meglio la singolarità del compositore francese, il suo ruolo nella musica del ‘900, quanto la sua ironia dissacrante abbia disseminato tracce nella contemporaneità.

Ilaria Baldaccini piano

GUIDI-REHMER-SCETTRI

DRIVE!” (Auand)

I musicisti, un po' come tutti gli artisti, nascondono spesso una seconda personalità. Usando una scontata metafora, quella letteraria di Dr. Jekyll e Mr. Hyde, si potrebbe dire che Giovanni Guidi con questo lavoro ne esplicita una molto lontana dalle estetiche Ecm da lui frequentate. In “Drive!” non ci sono filtri, nell’agilità del trio, l’uso del piano elettrico e tastiere, con il particolare montaggio dei suoni nella postproduzione, esplode tutta la voglia di percorrere sentieri diversi. Ma il risultato non è certo un prodotto di laboratorio. Anzi i tre musicisti rischiano molto, si avventurano in spazi diversi, angusti e spigolosi, più aperti, non disdegnando accenni melodici ma sempre miscelati in una densa e visionaria ambientazione urbana. I rischi di nostalgie anni ’70 (i flussi elettrici di Miles, le lezioni di Corea, Jarrett e Hancock) ci stanno ma Guidi-Rehmer-Scettri non ci cascano, vanno dritti per la loro strada, quella di chi quelle suggestioni le conosce bene ma le rimette in gioco con il senso della storia e lo sguardo in avanti. Drive! con il suo puro istinto di creazione istantanea/paritaria in qualche modo sfida anche alcuni eccessi di progettualità a tavolino del jazz d’oggi. Allarghiamo la mente.

Giovanni Guidi fender rhodes, keyboards – Joe Rehmer double bass, electric bass – Federico Scettri drums

JOHANNES BRAHMS

CELLO TRANSCRIPTIONS” (Brilliant Classics)

Perché due interpreti sopraffini come il pianista Emanuele Torquati e il violoncellista Francesco Dillon riconosciuti soprattutto sui repertori contemporanei, scelgono di incidere trascrizioni da opere di Brahms? Questa loro frequente fascinazione verso la classicità probabilmente nasce dalla curiosità di scovare, in questo caso nella tradizione romantica, un ideale filo rosso con l’oggi. In questo scelta c’è in gioco anche la pratica della trascrizione che va oltre una funzione puramente tecnica per significare una vera e propria ricreazione, apertura verso nuovi confini espressivi. Su questo fronte lavorano Torquati e Dillon mettendoci del loro, con sensibilità, talento, tocco prosciugato in un pregevole equilibrio tra le tonalità più intime, malinconiche e quelle brillanti. Le trascrizioni da Violin Sonata N.1 Op.78, Six Lieder e Nine Hungarian Dances Op.21 in “Cello Transcriptions” al di là dell’operazione culturale ci indica che la retorica romantica in Brahms attraverso le trascrizioni e la lettura di interpreti contemporanei ci può apparire meno lontana, soprattutto nelle opere cameristiche e nei lied si possono scovare esigenze espressive e inquietudini armoniche. Il filo rosso?

Emanuele Torquati piano – Francesco Dillon cello

ENTEN ELLER

MINÓTAUROS” (Music Studio)

La storia antica come strumento di indagine su quella contemporanea. Non è la prima volta per gli Enten Eller. Questa volta è il Minotauro, feroce figura della mitologia greca metà uomo metà toro, ucciso da Teseo nel labirinto grazie al gomitolo di Arianna, a suscitare sviluppi creativi. Quattro interludi collettivi dedicati ai personaggi di quella vicenda portatori di un proprio valore caratteriale, oltre cinque brani firmati a rotazione dai componenti di una delle formazioni più longeve del jazz italiano. I riconoscibili elementi culturali del quartetto vengono ampiamente affermati. C’è il sapore etnico del mediterraneo, una calda pulsione jazz che si apre a spazi improvvisati sempre più ampi in una musica organizzata ma sempre disponibile ad essere attraversata da attrazioni collettive che possono andare dal free al rock, all’elettronica. L’arma vincente è quella della condivisone, del conoscersi bene che garantisce un flusso sonoro coerente, equilibrato, dove talento e visioni dei quattro sono messi a disposizione di un progetto che, se pur pensato per interagire con quattro danzatrici, anche orfano dell’elemento visivo, del corpo, del gesto, mantiene un profondo carattere introspettivo.

Alberto Mandarini trumpet, flugelhorn, live sampling, effects – Maurizio Brunod electric guitar, live sampling, effects – Giovanni Maier double bass – Massimo Barbiero drums, percussions

ROSSELLA SPINOSA

ORCHESTRAL AND CHAMBER WORKS” Vol.1 (Stradivarius)

Se è innegabile che la presenza femminile tra i compositori del nostro paese è ancora decisamente minoritaria, si può dire che nell’ultimo decennio una generazione di compositrici si sta segnalando con forza, tra mille difficoltà, per qualità e personalità. Lo testimonia bene questa raccolta di opere di Rossella Spinosa. Basta soffermarci sul primo brano “L’albero delle salamandre” (2012) per orchestra che trasmette un forte senso della forma comunque aperta a visioni affascinanti, per capire che dietro c’è un pensiero compositivo profondo. La Spinosa condivide qui con Romitelli l’amore per paesaggi notturni e misteriosi, nello spettralismo, nei tempi sospesi, nelle dinamiche timbriche, disegna isole sonore come approdi esistenziali. In “Genesi 19” (2011) sempre per orchestra, gli archi sviluppano una drammaturgia visiva di grande potenza emotiva. Molto originale il dialogo tra tastiera e quartetto d’archi in “La donna che correva coi lupi” (2010) dove astrattismo formale e aspetto introspettivo si fondono in una magica sospensione del senso. Breve, poetico ed intimo “Ruhig” (2013) per piano solo. Tutto da ascoltare e riascoltare questo cd che ci dice che l’altra metà della musica c’è. E come.

Orchestra I Pomeriggi Musicali (Direttori Pietro Mianiti/Alessandro Calcagnile) – Jósef Balog, Rossella Spinosa piano – Accord Quartet – Rephael Negri violino – Jean-Claude Dodin sassofono baritono – Daniel Kientzy sassofono contrabbasso – New Made Ensemble

ENRICO ZANISI

BLEND PAGES” (CamJazz)

Si fa presto a dire jazzista. In “Blend Pages” il jazz poco c’azzecca, se non in qualche tocco e in alcune libertà formali. Zanisi torna alle origini della propria formazione, quando bambino ascoltava in casa la madre impartire lezioni, soprattutto di classica, su un piccolo pianoforte verticale. Se è vero che l’incontro con il jazz fu travolgente quella traccia è rimasta sempre viva. In questo lavoro elegante, dove si conferma anche originale compositore, si può leggere la maturità e la personalità di Zanisi leader: nella scelta della formazione, dove affianca al quartetto d’archi la sobrietà del clarinetto di Gabriele Mirabassi e le visioni sonore di Michele Rabbia, nella descrizione di ambienti rarefatti e sognanti, negli impasti con le corde. La ricerca timbrica, la delicatezza dei colori armonici ricorda Debussy, in alcune pagine del quartetto ripetizioni e accelerazioni ritmiche evocano il minimalismo di Glass, nelle pieghe più intime emergono le sfumature di Bill Evans. Si può quindi dire che “Blend Pages” è la summa di un’ampia cultura musicale attraverso la quale Zanisi si può permettere di navigare curioso per strade diverse.

Enrico Zanisi piano – Gabriele Mirabassi clarinet – Michele Rabbia percussion, live electronics – Quatuor IXI (Régis violin-Guillaume Roy viola-Clément Janinet violin-Atsushi Sakaï cello)

DE MATTIA/PACORIG/MAIER/GIUST

DESIDERO VEDERE, SENTO” (Setola di Maiale)

Intorno alla libera improvvisazione aleggiano ancora fantasmi duri a morire. Vedere salire sul palco musicisti non solo senza partiture ma nemmeno con uno straccio di accordo preventivo su come muoversi viene vissuto da molti con fastidio, come un atteggiamento intellettuale. Peccato perché, e questa registrazione lo dimostra ampiamente, la disposizione all’improvvisazione collettiva è uno delle sfide più belle per chi suona. Anche per chi ascolta. In realtà De Mattia, Pacorig, Maier e Giust sono saliti sul palco del Teatro San Leonardo di Bologna - nell’ambito di Angelica Festival - con un repertorio vastissimo: le loro storie, la loro memoria, il loro talento, curiosità, esperienze, ricerche e disponibilità al rischio. Tutti materiali unici da gestire nel dialogo collettivo, con ascolto e complicità. Mica facile. Eppure i quattro, che vantano molte ore di volo su queste rotte, dimostrano in “Desidero vedere, sento” una straordinaria capacità compositiva istantanea che si traduce in un flusso sonoro continuo zeppo di idee condivise, strappi, silenzi, suoni inudibili, visioni e poesia. Un cd questo che andrebbe programmato in alcune stanze grigie della didattica musicale, per accendere luci.

Massimo De Mattia flutes – Giorgio Pacorig piano, clavietta – Giovanni Maier double bass – Stefano Giust drums, percussion

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