La matassa digitale e il futuro del libro

Andrea Comincini

È un pericolo imparare per frammenti; bevi a fondo, o evita la fonte delle Muse: a brevi sorsi intossica il cervello, a larghi sorsi ci ritorna il senno”. La riflessione è del celebre poeta settecentesco Alexander Pope, e introduce non casualmente il lettore a L’età della frammentazione di Gino Roncaglia, studioso e filosofo da anni impegnato a districare “il grande disordine sotto il cielo”, la matassa digitale ormai parte integrante del mondo della scuola e dell’educazione.

Lavoro complesso e corposo per la varietà dei temi e le sfide raccolte, ma contemporaneamente semplice e lineare nel provare a dare risposte di buon senso su poche ma sostanziali domande: che fine sta facendo il libro? Quale educazione sarà auspicabile programmare, e in che modo? Come e dove guidare gli studenti, i professori stessi, e la scuola in generale in un mondo frastornato da più input contrastanti, e all’apparenza poco interessato all’istruzione emancipante?

Roncaglia prova a tracciare un quadro generale, e lo fa con la sistematicità tipica del filosofo: suddiviso in tre parti, il lavoro affronta la differenza tra contenuti dell’informazione e veicoli della stessa, metodologie e pratiche didattiche in gioco tra learning content e flipped classroom, ecosistema digitale, discovery tools e testo classico didattico – fino ad attraversare la storia intera di internet e della sua gestazione, parallelamente a un’altra, più conosciuta perché antichissima, quella del libro. Tutto questo, per un obbiettivo colossale ma altrettanto essenziale: costruire i cittadini del futuro attraverso un impianto educativo adatto alle emergenze attuali, dove per emergenze si intendono gli stimoli continui del mondo digitale e i cambiamenti – qualcuno li considera addirittura antropologici – tra l’antica aula di scuola e le piattaforme multitasking presenti in tablet e cellulari.

Due punti emergono dall’intera analisi: prima di tutto va ristabilita una verità, e cioè la possibilità di riformulare l’offerta digitale non attraverso contenuti granulari, ma in formati complessi e multifunzionali, capaci di consentire una ristrutturazione articolata delle informazioni esposte; secondo, la consapevolezza che la nuova rivoluzione culturale, sia dentro sia fuori dalla scuola, non potrà escludere “il vecchio” libro per dare posto solo al digitale, ma dovrà integrare entrambi e produrre una conoscenza plastica e in continua evoluzione. Le antiche gerarchie del sapere non sono più utili già dagli anni settanta, quando il libro didattico veniva contestato perché strumento politico di trasmissione del potere: Roncaglia, giustamente, sottolinea anche l’aspetto governativo delle scelte da operare, le quali non crescono mai in un terreno astratto e non possono produrre nulla di fruttuoso se non annaffiate quotidianamente. Ambienti di apprendimento, aule multimediali, biblioteche rinnovate e ripensate sono solo la base per programmare la scuola a venire: ciò che serve principalmente è il dispiego di tutte le forze – docenti, studenti, ma anche famiglie e operatori culturali – nella direzione adatta a rendere l’istruzione efficace.

Se una parola d’ordine può essere segnalata, nell’intero lavoro di Roncaglia, questa è flessibilità: capire che le risorse digitali granulari non sono necessariamente “una caratteristica essenziale dell’ecosistema digitale, ma la caratteristica contingente di una sua fase evolutiva”, è il primo passo per liberarsi da fastidiosi stereotipi per cui il libro cartaceo è quasi una icona sacra mentre un tablet o una lavagna mediatica producono solo analfabeti funzionali. Un esempio di successo e integrazione tra dispositivi avviene con il courseware, dove le lezioni del docente si integrano e si espandono con slide, tabulati, schede digitali e persino ricerche esterne, superando l’impostazione educativa ideologica che vedeva “la cultura” calarsi dall’alto, senza discussione critica o contestualizzazione, al fine di approfondire ciò che Roger Seguin nella guida dell’Unesco sull’elaborazione dei testi scolastici, definisce “ruolo di strutturazione e organizzazione dell’apprendimento”.

In questa varietà di posizioni ci sono autori più severi, ovviamente, e meno propensi a dare credito al digitale: Contro il colonialismo digitale di Roberto Casati o in Come diventare vivi di Giuseppe Montesano, l’utilizzo dei cellulari o tablet in classe è consigliato previa massima cautela, riscontrando e sottolineando gli effetti negativi manifestati durante l’apprendimento da quanti eccedono nell’uso di display e simili. Considerazioni utili, integrantesi a vicenda, e fondamentali per ricostruire una scuola non solo appetibile, ma volta verso una formazione che non può concludersi nelle aule scolastiche, né veicolare le informazioni in libri statici, monouso, in un pianeta in grado di rielaborare le notizie in poche ore, costantemente. Il lavoro di Roncaglia non è solo una mappa con la quale orientarsi, né un vademecum per futuri cambiamenti, ma è già ora parte della rivoluzione auspicata, e dunque lavoro da leggere approfonditamente perché, tornando a Pope, informazione e cultura non possono essere un giocattolo con cui trastullarsi, pena l’avvelenamento e la perdita della propria identità, non solo culturale ma anche etica.

Gino Roncaglia

L’età della frammentazione. Cultura del libro e scuola digitale

Laterza, 2018

pp. 236, euro 18

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.