Il tempo lento dell’accumulo

Carla Cerati

Elisabetta Marangon

Il volto di un anziano emerge da uno sfondo scuro che ne avvolge la fisicità consumata, mentre un fascio di luce laterale ne scolpisce i lineamenti scarni. Spettinato e in vestaglia, l’uomo restituisce alla camera uno sguardo colmo di pensieri intraducibili. Si tratta di Ezra Pound, ritratto da Lisetta Carmi sull’uscio della sua abitazione a Sant’Ambrogio di Rapallo nel 1966. «Un bravo fotografo è colui che vede quello che gli altri non vedono», commenta l’autrice a proposito di quegli scatti in bianco e nero, mentre la sua voce e il suo viso si incrociano con quelli di altre trenta artiste – tra le quali Carla Cerati, Paola Di Bello e Silvia Camporesi – in Ad occhi aperti (70’), il documentario di Giovanni Gastel esposto nelle sale del Palazzo delle Esposizioni di Roma in contemporanea alla mostra L’altro sguardo. Fotografe Italiane 1965-2018, curata da Raffaella Perna in collaborazione con la Triennale di Milano e il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo.

Nell’opera di Gastel – presentata a partire dal 2014 nella versione integrale intitolata Parlando con voi, ispirata all’omonimo libro di Giovanna Chiti e Lucia Covi (Danilo Montanari Editore, 2013) – le storie professionali, personali e familiari delle singole autrici si intersecano tra di loro attraverso un montaggio alternato incentrato su alcuni temi e interrogativi comuni che assumono di volta in volta risvolti differenti a seconda delle diverse esperienze e poetiche. Nonostante la ricchezza delle diverse interpretazioni, l’atto fotografico si rivela essere per ciascuna delle artiste un’opportunità per mettere in discussione il punto di vista consueto decentrandolo su problematiche relegate ai margini, tanto negli anni Sessanta quanto oggi.

Anoressia nervosa. Residenza Palazzo Francisci, Todi, agosto 2007.

Storie abbandonate, trascurate, oscurate, che nella loro subalternità non conforme si rispecchiano nelle opere delle settantacinque artiste (molte delle quali intervistate da Gastel) che compongono la mostra fotografica. Si tratta di una selezione di quasi duecento fotografie e libri proveniente dalla collezione di Donata Pizzi (esposta per la prima volta alla Triennale di Milano nel 2016) la quale, a partire dai primi anni del Duemila, ha sentito l’urgenza di affrontare la lacuna culturale, istituzionale e professionale nei confronti della fotografia italiana femminile («la più penalizzata dai ritardi del sistema», secondo Pizzi), promuovendone la diffusione e la valorizzazione.

Quattro sezioni compongono la cornice espositiva che abbraccia cinquant’anni della storia italiana in tutte le sue sfaccettature: Dentro le storie; Cosa ne pensi tu del femminismo?; Identità e relazione; Vedere oltre, nelle quali si passa «dalla fotografia di reportage e di denuncia sociale ai rapporti tra immagine fotografica e pensiero femminista; dai temi legati all’identità e alla rappresentazione delle relazioni affettive alle sperimentazioni contemporanee basate sull’esplorazione delle potenzialità espressive del mezzo» (come evidenzia Raffaella Perna nel libro-catalogo della mostra, edito da Silvana Editoriale), dal bianco e nero al colore, dall’analogico al digitale, in un dialogo riflessivo ininterrotto teso tra un passato ancora vivo e un presente che vi si riflette pur mantenendo la propria peculiarità.

In Dentro le storie si passa dai volti e dai corpi dei reclusi negli istituti psichiatrici di Gorizia, colti da Carla Cerati (dalla serie Morire di classe, 1968) a quelli delle famiglie povere nelle Langhe, di Paola Agosti (raccolti nel libro Immagini del mondo dei vinti, 1979), dai processati per reati di mafia di Giovanna Borgese (dalla serie Un paese in tribunale, Italia 1980-1983) ai corpi martoriati dalla mafia fronteggiati da Letizia Battaglia; dall’indagine sullo spazio del welfare di Allegra Martin (dalla serie Welfare Space Emilia, 2012) allo studio dei disturbi alimentari di Simona Ghizzoni (dalla serie Odd Days, 2016), tra i lavori esposti nella prima sezione che dialogano nella loro armonica dissonanza estetica e tecnica, disvelando al pubblico un percorso evolutivo che si nutre di un altro sguardo.

Gea Casolaro

Uno sguardo politico, sessuato, empatico con quello dei soggetti ritratti, affiora anche nella seconda sezione, Cosa ne pensi tu del femminismo?: in cui le autrici si interrogano in particolar modo sulle differenze di genere attraverso un’ottica talvolta documentaristica, come negli scatti in bianco e nero di Liliana Barchiesi (dalla serie Le casalinghe, Milano 1979), talvolta pubblicitaria, come nelle prove di copertina a colori di Agnese De Donato per il numero zero della rivista Effe (1973); oppure storica, come nella rivisitazione delle incisioni del Compedium Maleficarum (1608) di Francesco Maria Guazzo per mano di Libera Mazzoleni (dalla serie Le streghe, 1975-76), un’auto-rappresentazione tesa a denunciare gli stereotipi sessisti come nel dittico Bianca Menna e Tomaso Binga. Oggi spose (1977) di Tomaso Binga.

Se il «travestimento» è una delle tematiche della seconda sezione, nella terza, Identità e relazione, «l’attenzione verso temi legati all’identità e al corpo», rinnovata rispetto ai modelli artistici proposti dalla Neoavanguardia a metà Novecento (a evidenziarlo è Raffaella Perna), si lega soprattutto alla sfera intima e memoriale del sé: Moira Ricci nelle fotografie tratte dalla serie 20.12.53-10.08.04, ad esempio, sceglie di presenziare da adulta all’interno della trascorsa quotidianità familiare fotografica, destinata al lutto materno, attraverso la postproduzione digitale. Tale tema identitario e relazionale si ritrova anche in #13 di Martina Bacigalupo (dalla serie Gulu Real Art Studio, 2013), nella quale la prospettiva concettuale mette in luce gli scarti di una realtà ai margini della consuetudine.

Uno sguardo straniante come quello di Marina Ballo Charmet in #4 (dalla serie Primo Campo, 2000-2002, nella quale sperimenta il primo contatto tattile e visivo con gli altri), tra i lavori dell’ultima sezione, Vedere oltre, nella quale la giustapposizione di arte e fotografia rinnova il suo anacronismo grazie alla contaminazione dei generi, come pure nei lavori di Gea Casolaro e di Rä Di Martino. In Riccardo e I Mostri (dalla serie Visioni dell’Eur, 2002-2006), Casolaro tesse una doppia partitura temporale all’interno di un’unica cornice, nella quale convivono i frames filmici con le immagini personali e quelle tratte dagli archivi delle Biblioteche di Roma, creando così un cortocircuito della visione, in bilico tra l’immaterialità e la quotidianità. Il punto focale della sua sperimentazione è il quartiere dell’Eur, scelto come set cinematografico da molti dei più importanti cineasti italiani – come Michelangelo Antonioni, Elio Petri e Dino Risi – dove è cresciuta e ha vissuto per diverso tempo.

Un interrogativo sui labili confini della percezione affine, per certi versi, a quella proposta da Rä Di Martino in Authentic News of Invisible Thing (Lille) del 2014, scisso in una «riproduzione di un’immagine d’archivio del 1918, conservata all’Imperial War Museum di Londra, che raffigura un gruppo di civili mentre osservano un finto carro armato […] usato nella Prima Guerra Mondiale per ingannare il nemico» e un video che interseca le riprese in bianco e nero, del set nel quale ha ricreato con dovizia di particolari l’immagine riprodotta, con quelle a colori di alcuni passanti imbattutosi in un vero carro armato a Bolzano. Una scissione prospettica generata da un altro sguardo, comune a tutte le opere esposte, che induce alla messa in discussione del punto di vista monolitico e patriarcale, «per capire gli altri e se stessi», attraverso la fotografia concepita alla stregua di «un racconto che necessita di un tempo lento di accumulo», come suggerisce Lisetta Carmi a Giovanni Gastel in Ad occhi aperti.

L’altro sguardo. Fotografe Italiane 1965-2018

a cura di Raffaella Perna

Roma, Palazzo della Esposizioni, 8 giugno-2 settembre 2018

catalogo Silvana Editoriale, 208 pp. ill. b/n e col., 28

Giovanni Gastel

Ad occhi aperti

AFIP International e Metamorphosi Editrice, 70’

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