Donatoni, il primato del pensiero

foto di Andrea Politi

Paolo Carradori

Una bella scommessa quella del G.A.M.O. (Gruppo Aperto Musica Oggi) e del suo Ensemble diretto da Francesco Gesualdi, scovare nelle partiture di tre compositori di generazioni diverse ma legate tra loro da rapporti di insegnamento didattico, Franco Donatoni (1927-2000), Alessandro Solbiati e Luca Antignani, possibili tracce comuni, legami estetici. Un’idea solo apparentemente semplice ma che in realtà smuove tematiche complesse che riguardano metodologia pedagogica, l’autonomia dell’allievo nel proprio sviluppo creativo. Oppure domande del tipo: quali e quante forme, suoni, codici e strutture, rimangono (in)consciamente nell’allievo? Il loro sistematico superamento recide il cordone ombelicale con il maestro? E qui ci fermiamo.

Tutto prende le mosse in realtà da un paradosso, dalla nota posizione di Donatoni…non si può insegnare a comporre…Che poi lo stesso risulti tra i maggiori didatti contemporanei (tra i suoi allievi oltre Solbiati, Sinopoli, Romitelli, Verrando, Cardi e molti altri) poco conta, quell’affermazione ci racconta un problematico rapporto con la musica con tutte le relative contraddizioni e ambiguità. Molta letteratura critica ci invita a leggere, suddividere in due fasi il suo percorso creativo, un periodo negativo (dagli anni ‘ 50 ai ’70) e uno positivo (dagli ’80). Il giovane Donatoni, dopo le ingenuità bartóchiane (per dirla con Bortolotto) si avvicina a Webern, al serialismo, all’amico-nemico Cage, ma più che alla ricerca su suono e timbro, punta a scavare nella materia lontano da ogni cifra stilistica. Evidenzia in questo modo la fine dell’avanguardia ben prima di altri, mette in gioco sul piano esistenziale l’essere compositore, esprime un’angosciosa sfiducia riguardo al proprio ruolo creativo. Un periodo di depressione acuisce questa fase, per Donatoni la musica diviene mezzo di autoanalisi. Sembra funzionare perché attraverso un suo libro del 1980 “Antecedente X” il compositore si apre ad una nuova prospettiva, meno automatica e astratta a favore dello sviluppo di figure compositivo-ritmiche, pannelli, articolazioni e modalità che si aprono a visioni immaginifiche. Se può risultare comodo suddividere le fasi compositive di Donatoni un trait d’union le accomuna, la presenza costante del pensiero in una drammaturgia e una scrittura rigorosa a garanzia di una narrazione profonda e inventiva.

E di pensiero è intriso il sestetto Arpège (1986) che ci presenta l’Ensemble Gamo, che si apre con un pianoforte saltellante e leggero, prima che fiati, corde e percussioni lo spingano in sottofondo. Il brano si caratterizza per cicliche rotazioni di ambienti sonori ora morbidi ma anche improvvisamente contrastati. Gli strumenti si fondono insieme in astrattismi sublimi, grovigli nervosi, emergono anche da soli ma dando sempre l’impressione di non avere vie d’uscita. Le corde si muovono come onde di un mare mai calmo, il pianoforte torna con forti progressioni ritmiche ma rimane sempre in un sottofondo mosso. Tutti i quadri di Arpège sono tra loro concatenati in una logica compositiva che spinge gli strumenti a dialogare in una complessa trama ritmica, ma anche ad allontanarsi, scontrarsi. Questo scenario crea una tensione che attraversa tutta l’opera fino alla sospensione finale che lascia un piacevole sapore agrodolce di incompiutezza. L’ ensemble diretto da Francesco Gesualdi ci regala una esecuzione rigorosa ma contemporaneamente agile e attenta a sottolineare i passaggi, i repentini cambi di immagini sonore.

Il sassofono baritono è uno strumento bellissimo, luccicante, ingombrante. Il suono è grave e caldo, molto umano, fa corpo con l’esecutore, una sua propaggine. Alessandro Solbiati lo sceglie (nella prima stesura c’era il clarinetto basso) per la nuova versione di Mi lirica sombra (1993-2015) per sax baritono e sette strumenti che succhia stimoli ed emozioni dalla poesia di García Lorca. É la voce perfetta che si muove struggente sulle ombre scure dell’ensemble, sugli impasti di corde e percussioni. La drammaturgia del brano gioca su questo continuo interscambio a volte drammatico ed epico, a volte lirico e riflessivo. Il sax graffia con forza la superficie della musica, evoca la voce del poeta, la bellezza della parola che si batte come forza rivoluzionaria. L’ensemble strumentale è un’umanità a volte lontana ma ciclicamente affascinata dalla voce del poeta, si incontrano, si scontrano, si fondono fino a quando nel climax dell’opera il sax lancia un urlo che le corde riprendono e trasfigurano.

Le nuove versioni del 2018 di Monomanies per cinque strumenti e Les murs de Jean per sette strumenti di Luca Antignani evidenziano una musica filigranata, elegante, attraversata da sibili misteriosi. Suites ricche di movimenti ritmici, che vivono di propria vita autonoma ma vanno anche ad accumularsi, a montare, come tessere di un puzzle immaginifico, un’architettura pulsante che le contiene tutte. Qui si potrebbero ipotizzare alcune convergenze con le figure musicali di Donatoni positivo, in quei pannelli articolati e le relative correlazioni. Ma potrebbe essere solo una suggestione. Ogni movimento di Antignani nasce da un gesto-suono come traiettoria, indicazione di un qualcosa di prevedibile, promesse però spesso disattese. Questa discontinuità è il sottile gioco che il compositore costruisce con l’ascoltatore e rende le opere piacevoli pur nella loro fragilità.

Festival del Maggio Fiorentino

GAMO ENSEMBLE

Direttore Francesco Gesualdi

Sax baritono Jacopo Taddei

Sara Minelli flauto – Francesco Darmanin clarinetto – Iacopo Carosella clarinetto basso – Marco Farruggia percussioni – Antonino Siringo/Giovanna Gatto pianoforte – Camilla Insom viola – Giorgio Marino violoncello – Marco Facchini/Paolo Del Lungo violini

Teatro del Maggio sabato 7 luglio 2018

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