Vincenzo Ostuni, verso una comune presenza

Luigi Severi

Nel passaggio finale di Personal Identity, seconda sezione del suo Faldone zero-trentasette. Poesie 1992-2010. Estratti, II, Vincenzo Ostuni scrive: «se siamo, siamo noi in attesa di altro che presuma di attendere noi / – se siamo: / se siamo». È qui la prima sintesi possibile del lavoro di Ostuni, a partire dalla sua innervazione filosofica. Come dall’attrito tra dubbio radicale e innesco di discorso, sintetizzati in unico metodo fertilmente autocontraddittorio (sino al rischio di una nuova Metafisica), nasce l’imperioso ma fessurato razionalismo moderno (e alcuni versi del lavoro di Grünbein su Cartesio sono non a caso ripresi in epigrafe nel libro): così l’intera poesia di Ostuni abita esattamente la distanza tra dubbio perpetuo, persino a filo di annihilatio pirroniana («se siamo»), alla tensione verso altro, in vigile attesa della nostra eredità di azione e di parola.

Il libro appena uscito da Oèdipus è incarnazione fisica di questo cortocircuito, tra totalità caotica e tentativo di ordine, secondo regole e modalità già note ai lettori di Ostuni, ma di da lui di volta in volta ribadite con ostinazione quasi scientifica. A partire dal titolo, con cui lo scrittore ci avverte (Faldone zero-trentasette. Estratti, II) che siamo di fronte a prelievi da un’opera totale: il Faldone, che da sempre assorbe le energie intellettuali di Ostuni, e che da lui viene costantemente, su un sito apposito, variato, per accrescimento o spostamento delle sezioni di cui si compone. Di questo lavoro, in progress e magmatico, in virtù della sua onnivora ambizione di mappatura, le stazioni a stampa rappresentano talora, grazie alla loro forma di estratto, selezioni stabili, non valide solo come sottopercorsi entro una macrostruttura, ma come percorsi di senso in sé conchiusi.

Così è per questi Estratti II. La cui organizzazione sintetizza il nucleo primo (di urgenza fisica prima che concettuale) del Faldone tutto: la distanza tra percezione di «ellissi desolata», «eclissi spensierata del mondo», e il tentativo dello scrittore funambolo di trovare una traccia di senso comunicabile («L’ultimo acrobata cammina sul proprio braccio»).

Nella sezione Cosa si può usare il metodo è preliminarmente messo a nudo. «“Raccogliamo le immondizie d’Occidente”, ti dico; “le mettiamo nei sacchi alla rinfusa […] / ci mettiamo dio e la morte, ragione e immaginazione, itinerarium mentis, storia, scienza, eros”»: ma questa storia di una specie, che è storia dei suoi tormenti concettuali, è riunita in un «unico faldone» insieme alle sue storie minime e inspiegabili, come «il barbone scalzo e scappellato – quello di piazza dell’Unità, qui a Roma, che è scomparso». Tanta latitudine di sguardo richiede, assai più di un incauto slancio oggettivo, una continua verifica degli attori essenziali dell’indagine, ovvero io, tu, un codice comune: «e che daccapo / non ci si trovi, tu e io, / una lingua adatta».

Sono gli stessi attori della lirica filosofica maggiore, da Shelley a Zanzotto: la lirica che, nell’atto di mettere in crisi il proprio istituto linguistico, veicola il mondo. Poiché è chiaro: «qui tu è una variabile» perenne; non meno dell’io, zattera nata rotta, eppure irrinunciabile «impuntura / di un indefinito molteplice, idonea agli scopi ordinari […] ma non ai formidabili». Al centro di Personal Identity, le figure della friabilità e insieme necessità dell’io richiamano i padri stessi della lirica europea, dall’impotenza psicologica cavalcantiana («com’è che – automi vivi – ci si torce ruotando in una danza?», memore di «I’ vo come colui ch’è fuor di vita», ecc.), allo scatto in avanti di Dante: «Se qualche mia versione a volte cade, l’intera rete di tutti gli altri sèmi / la sua salvezza va significando» (dove è chiara eco di «ch’e’ ditta dentro vo significando»). Qui è, in filigrana, dichiarata la ragione di una poesia che (come tutte le grandi poesie) esce da ogni ristagno categoriale: la «rete» dei significati intorno a un io, pure sempre smottante, lascia comunque tracce di qualcosa, realia da registrare per obbligo etico di salvare almeno un residuo di senso.

La lirica esplode insomma, su frequente segnavia dantesco (che è segnavia moderno, da Pound a Sanguineti), in discorso sul mondo. Per questo, in Tiritì, tiritì, la scrittura è «coltura viva di mondi», «è i colori […] / è il noi fuori di noi – / è i nostri odori». Di più: «ogni parola rivela la perfezione dell’ipostasi, / la certezza del mito»; dentro lo stesso grafema infinitamente ingrandito si rivelano «le incolumi frange-danze dei grandi ammassi». La scrittura investiga i nessi tra soggetto e cose, sempre in pericolo di crollo (la stessa memoria può condurre «verso un baratro, o una soglia»), ma ormai obbligata a farsi carico delle distanze o dei legami, persino tra organico e inorganico (tra insetti e macchine, ad esempio), affilando la coscienza di «cose e frazioni di cose separate da invalicabili nonnulla».

Sono quegli stessi nonnulla che (in Oggetti bizzarri) separano, ma intanto collegano, la voce dello scrivente al figlio («Altro mio me, doppio che te ne vai»), tu giocoforza giudicante, poiché in diritto alla verifica di un lascito. Proprio come il voi, la comunità dei venturi che richiama alla responsabilità attuale di ogni scelta storica: «voi che venite dopo ma ci siete da prima».

È questa la nervatura etico-poetica del libro. La tenace illusione che poesia sia «l’ultima forma sistematica e generale del pensiero occidentale; in questo, residuo di tutte le epoche – ma germoglio / di qualchedun’altra», poggia sulla tenacia materiale di un lavoro: l’ascolto faticoso del tempo («noi che riceviamo l’orrore del tempo»), che è tempo fisico, ovvero metamorfosi, ma anche tempo storico («generazioni di valori e plusvalori, violenze passanti o passate, epidemie, cibarie avariate, avanzate»). Da cui deriva, in forma di istruzioni per uomini futuri, l’insegnamento a guardare e vigilare diffidando della ragione, che è atto di dominio quando rigorosa («Lasciare una cosa, una qualsiasi, proprio così com’è»), e vitale invece quando sottratta all’orgoglio univoco della comprensione, quando disciolta in suggerimento mitico d’origine: «di pochissimi numeri-girini, da evocare in efficace litania / a ogni nascita di mondi». Qui è il magistero di Leopardi, nume filosofico di Ostuni («la grandezza e la bellezza delle cose torneranno a parere una sostanza», ecc.). Un magistero attivo anche nell’obbligo di comunicazione, dopo l’attraversamento a occhi aperti dell’«inutile marasma», della «certificazione illeggibile ma densa / della nostra comune presenza», in cui il non umano si congiunge all’umano («se non siamo polvere noi, ma frantumi di interi esplosi, / mille volte riaggregati»), e tanto più dunque l’umano all’umano, nel vulnerabile ma solidale ciclo della sua esistenza («siete voi morti a prendervi cura dei vivi»).

In questo senso, possibile ma ancora non praticabile, la poesia è dunque gesto sempre incipiente di comunità, un giorno forse non più soltanto scritto, ma finalmente realizzato in vivo: «chiamo “poesia” quello che per adesso / possiamo solo scrivere».

Vincenzo Ostuni

Faldone zero-trentasette. Poesie 1992-2010. Estratti II

Oèdipus, 2018, 136 pp., € 12,50

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su Ibs.it.

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