Riccardo Muti, tra Kiev e Ravenna la musica come ambasciatrice di pace

Benedetta Saglietti

Sono trascorsi ventun anni da quando a Sarajevo, nel Centro Skenderija, uno dei luoghi della città meno toccati dalla guerra, in un paese ancora sotto stretta sorveglianza militare, risuonarono il Canto degli spiriti sulle acque di Schubert e l’Eroica di Beethoven: dal quel 14 luglio 1997 il Ravenna Festival organizza le Vie dell’amicizia, l’annuale pellegrinaggio dell’amicizia voluto da Riccardo Muti. A testimonianza dell’universalità della musica, in ogni occasione sono accolti tra le fila dell’orchestra i musicisti della città meta del viaggio: l’andata si compie verso il paese designato, nell’estate 2018 l’Ucraina, il ritorno, quando di nuovo le due formazioni si riuniscono, ha luogo nella città dei mosaici. Intorno alle Vie dell’amicizia il Ravenna Festival ha pure ideato un programma volto ad approfondire la produzione del compositore ucraino Valentin Silvestrov.

A ispirare il progetto lo spirito di fratellanza in musica che travalica la fede, religiosa e politica: i concerti hanno toccato luoghi simbolo, quali Beirut, Gerusalemme, Mosca, Erevan e Istanbul, New York dopo il disastro delle Torri gemelle, Il Cairo, Damasco, Nairobi, Mirandola nell’anno del terremoto, Redipuglia, Otranto, Tokyo e Teheran. Riccardo Muti è alla testa di questi viaggi: dapprima con La Scala, poi col Maggio Musicale Fiorentino, infine coi “Musicians of Europe United”, e più di recente con la sua Orchestra Giovanile Cherubini, che suona come un sol uomo. Il fine è portare la musica italiana in zone di guerra, o dall’instabile situazione politica, per allacciare legami con luoghi che hanno fatto la storia. La musica - Muti ne è convinto - è ambasciatrice di pace.

Tra fine giugno e inizio luglio 2018 meta delle Vie è stata Kiev: l’Orchestra Cherubini si è riunita con i solisti, l’Orchestra e Coro dell’Opera nazionale di Ucraina, ma anche con alcuni musicisti provenienti da Mariupol, la città-simbolo del conflitto, al confine con la Russia. Il coro, in particolare, merita subito un plauso per la sensibilità nell’interpretazione musicale, per i suoi colori vividi, per la coesione. A Ravenna, nel Pala De Andrè affollato da quattromila persone, il viaggio di ritorno in Italia delle Vie dell’amicizia ha avuto un grande successo di pubblico nazionale e internazionale - tanti gli ospiti arrivati dall’Ucraina, tra cui il Ministro della cultura Yevhen Nyshchuk, presente alle prove e ai concerti - simile a quello riscosso nelle altre edizioni delle Vie dell’amicizia, qui particolarmente amate.

Il programma era incentrato su Verdi e sul Copland del Lincoln Portrait: pezzo di raro ascolto in Italia, forse perché necessita di una voce recitante che dev’essere all’altezza del compito, portato qui brillantemente a termine dallo special guest John Malkovich. Il concerto è il risultato di un lavoro di prove certosino, ma di primo acchito colpisce sempre che Muti crei e ricrei un’eccellente intesa con i musicisti dell’orchestra e i coristi (circa duecento elementi nella serata del 3 luglio) che dirige, interpreti che sino a una settimana prima non si erano mai incontrati prima.

Lo Stabat mater verdiano assume questa volta, in forza del coro ucraino, un colore brunito, più scuro del solito, un suono nuovo come forse può nascere solo dall’unione di due culture diverse. Le masse sonore sono compatte e, talvolta, si staccano zolle tettoniche di inaudita violenza (si pensi, in particolare alla furia del giorno del giudizio, passaggi memori del Requiem). Del Te Deum colpisce invece la granitica bellezza dell’incipit, affidato al solo coro maschile, e il perfetto dominio di tutti i volumi - da gestire nell’acustica, non di un teatro, ma di palazzetto multifunzionale - un chiaroscuro rischiarato dall’abbagliante “Salvus fac populum tuum, Domine” (Salva il tuo popolo, Signore).

Nel Lincoln Portrait il connubio fra attore e direttore è riuscito. Il mix umano sembrerebbe sulla carta azzardato, ma l’intesa artistica c’è: il primo stentoreo, declama le profetiche parole di Lincoln in modo misurato, colmo di mistero, senza retorica; il secondo mostra doti da rabdomante, acuite forse dal fatto che il brano gli è particolarmente caro (l’aveva diretto nel 1991 in omaggio a Martin Luther King - ispiratore della presente edizione del Festival - con l’affascinante narratore Julius Erving, star del basket), e in particolare nei passaggi in cui risuona la celesta o la possente sezione delle percussioni. Profetiche appaiono le parole di Lincoln, specie se le immaginiamo pronunciate sulla Piazza di Santa Sofia a Kiev, dove assiepate ad ascoltare il concerto si trovavano diecimila persone, o anche a Ravenna, nella presente situazione nazionale politica, alquanto fosca: ‟Non possiamo sfuggire alla storia [...]. La situazione è irta di difficoltà, e noi dobbiamo essere all'altezza della situazione.”

Il Nabucco è, di nuovo, un’opera contro la schiavitù, ben adatta a farsi messaggera di pace: qui, e in modo speciale nell’attacco del Va pensiero, colpisce - così come si notava, in contesto musicalmente molto diverso, nel Concerto di Capodanno a Vienna - la capacità di sottrazione di Muti. Dentro la potenza del gesto, tratto che lo distingue da sempre, c’è da qualche anno una rarefazione, via via sempre più cristallina (basterà a tal proposito confrontare la recente Nona Sinfonia di Beethoven, alla testa della Chicago Symphony Orchestra, con le sue interpretazioni precedenti). Più lo si osserva, meno il gesto direttoriale diventa spiegabile: è l’esito dello studio, ma quando il gesto è compiuto in scena, la preparazione è divenuta invisibile. Dominio della tecnica di direzione (l’eterna domanda è: si può imparare?), ovviamente, ma anche padronanza del proprio corpo - un aspetto fisico che ha, forse, qualche tratto in comune con la tecnica dell’attore - resa ancor più evidente quando l’intesa deve crearsi con molti elementi. Similmente, muove il nostro animo solo l’attore o l’attrice nei quali la recitazione o l’artificio spariscono, il cui stare in scena appare autentico. E, in fondo, non è tanto quale parola musicale sia declamata, ma come la si pronunci. Ogni più piccola sfumatura conta

Le fotografie sono di Silvia Lelli.

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