Ollivud

Andrea Inglese

[Presentiamo due estratti da Ollivud (Prufrock Spa, 2018), libro che si compone di due parti: una serie di 27 prose brevi, e la riedizione di Quando Kubrick inventò la fantascienza: 4 capricci su 2001, pubblicato nel 2011 per La Camera Verde.]

Stanchezza

È un film paradossale, giocato sulla complessità degli ambienti, degli intrecci e delle psicologie. Soprattutto i piani urbanistici sottomarini e le leggi incentivanti sull’ermafroditismo garantiscono peripezie grandiose, scambi verbali di rara sottigliezza, acrobazie dentro budelli di cemento allagati, ma al centro di questa macchina inesausta di argomenti e corpi in movimento vi è il grande sentimento di stanchezza, e anche il volo delle cornacchie sembra incepparsi, non trovare più margini di manovra, e se ne vedono calare quattro a casaccio, senza impulso di predazione. Più i piani interpretativi s’incastrano e moltiplicano, con coinvolgimento di allusioni numerologiche e psichiatriche, più le comparse armate siedono stancamente di fronte a tavoli sgombri, con la mascella schiodata, pendente, passando le ore a grattarsi gli stinchi e a riabbassarsi l’orlo dei pantaloni. La matassa dei motivi politici e religiosi sembra sbrogliarsi grazie al lavoro del gruppo ansiogeno, capitanato dal monaco terrorista, ma lui non ce la fa più a redigere la lettera di spiegazione, ossia la testimonianza suprema sulle origini del male, e sulla posologia della distruzione purificatrice. C’è l’enorme stanchezza dell’avambraccio, la lentezza della mano che gonfia, le palpebre ormai callose, le dita conficcate come chiodi nel palmo. Non può che accettare, persino lui, il moto languido delle alghe, l’andirivieni dello scarafaggio intrappolato nella scatola di latta, le grandi navate in resina foto-sensibile che si ispessiscono come la lingua dell’assetato poco prima di morire. Tutto rallenta senza possibilità di sviluppo, di scioglimento finale: la verità metafisica incollata al palato, dietro le labbra calcificate, mentre il piccolo trambusto del trenino elettrico pare ripercuotersi ovunque, fin dentro le aule magne dell’università, nei laboratori sotterranei di sperimentazione atomica, nella placenta delle future madri, in fuga senza cittadinanza e famiglia.

⁂ ⁂

KUBRICK

L'autista di Kubrick sta guidando nervosamente per una stradina asfaltata della Cornovaglia. Kubrick, seduto sul sedile posteriore, agita la testa da un lato e dall'altro, gettando occhiate angosciate dai finestrini. Indossa un casco da football americano e grida all'autista: “Cristo, non superare i cinquanta! Non superare i cinquanta per nessun motivo!” L'autista di Kubrick è abituato a tenere l'auto sui quaranta. Non è questa raccomandazione che lo innervosisce. Kubrick si butta sul finestrino di destra, dalla parte del conducente, e lancia un grido inarticolato. Poi chiude gli occhi e si accascia al centro del sedile posteriore: “La ghiaia sta entrando nel motore, siamo fottuti.” Kubrick è letteralmente terrorizzato dall'idea che quel poco di ghiaia che si trova inevitabilmente ai bordi di una strada asfaltata possa entrare nel motore della sua MG. “Signore, anche se della ghiaia fosse scivolata nel motore, come lei ha sicuramente con acume percepito, dovremmo riuscire a raggiungere casa senza eccessive difficoltà. Poi Tim si occuperà di fare una bella pulizia totale e saprà salvare anche stavolta il motore,” Kubrick ascolta scuotendo la testa. Batte con le nocche del pugno sinistro la superficie del casco e mormora: “Piantala con le tue stronzate, stavolta non m'incanti.”

Kubrick, attraverso 2001, non pretende soltanto d’immaginare il futuro, traducendolo in un’immagine plausibile e intrigante, ma vuole cominciare a costruirlo, anzi ambisce a intervenire in esso, a modificarlo. Mutando la mentalità degli spettatori suoi contemporanei, è sicuro di aver introdotto un nuovo elemento nel corredo ereditario della specie, elemento che finirà per deviarne irrimediabilmente il destino, la sua evoluzione tecnologica, la sua attitudine verso l’universo che la circonda. Il quesito esegetico ha quindi una rilevanza politica: in che direzione Kubrick, attraverso 2001, ha orientato la storia umana? Kubrick, nato il 26 luglio 1928 a New York, era un uomo buono o cattivo? Ha voluto regalare alla civiltà futura uno strumento di chiaroveggenza e salvezza, o un’ossessione fuorviante e suicidale?

Marvin Minsky, uno dei consulenti di Kubrick sul set di 2001, è il tipo di persona molto competente, carismatica, d’intelligenza rara, che viene pagata per occuparsi di operazioni complesse mirate a realizzare obiettivi semplici: al MIT si è occupato di un automa capace di prendere al volo una palla. Soltanto le migliori menti del nostro tempo possono sperare di districarsi dai problemi posti dall’idiozia di un automa, affinché gli sia consentito realizzare una presa di portiere d’infimo talento. (L’infrangersi delle intelligenze naturali, inquiete e schiumanti, contro la cristallina bêtise dell’intelligenza artificiale.)

La vera grande domanda della fantascienza – che interessa solo marginalmente Kubrick, ma molto il Franklin J. Schaffner de Il pianeta delle scimmie – è la seguente: fa più danni una specie evoluta tecnologicamente o una specie arretrata? Bisogna temere maggiormente l’idiozia insita nell’intelligenza, avrebbe detto Musil, o l’intelligenza insita nell’idiozia? L’odioso argomentare di Zaius, l’orangutan arcivescovo, nella sua ottusità conservatrice mostra un inaspettato risvolto umanistico: un’inclinazione per le teorie della decrescita e tutte le forme d’ecologia radicale. (L’intelligenza è forse una mente che sa come e quando ottundersi). Chi dobbiamo davvero temere: le macchine intelligenti che si sono sciolte dalla nostra tutela, come in Terminator e Matrix? Se sono più stupide di noi, queste macchine non potranno essere malvagie e distruttive quanto lo siamo noi, e quindi possiamo dormire sonni tranquilli. Se sono molto più intelligenti di noi, vuol dire che avranno trovato un modo di tenere a bada la loro intelligenza, domandola e riducendola volontariamente, e anche in quel caso avremo ancora tutte le chances per farle a pezzi con l’inganno e la codardia, con la crudeltà illimitata che ci contraddistingue. È quindi ben poco plausibile che la specie umana si trovi a patire per gli attacchi di qualche alieno o robot molto più idiota o molto più intelligente di essa. Nell’uno come nell’altro caso, abbiamo tutte le probabilità di vincere. I veri cattivi del cosmo siamo noi, questo dovrebbe ormai essere acquisito anche dalla fantascienza più popolare. (È il tema di City di Clifford Simak, affrontato già nel 1954: i cani parlanti, i robot, le formiche intelligenti che guidano i robot, i mutanti che detengono la filosofia di Juwain e il dono della telepatia, i Rimbalzanti di Giove, dalla mente tersa e gioiosa, tutti questi esseri si rivelano meno nocivi e lugubri dell’uomo.) L’unico grande rischio è incontrare una specie sorella, dove l’extraterrestre, invece di avere fattezze mostruose e ripugnanti, avanzi verso di noi con un sorriso simile al nostro, in pantaloni e giubbotto di taglio elegante, con voce calda, e intavoli una conversazione arguta e cortese.

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