Istanbul. La giornata di un (quasi) scrutatore

Fabio Salomoni

Dopo quaranta giorni la campagna elettorale che molti osservatori hanno definito la più antidemocratica della storia turca è arrivata al suo atto conclusivo. La mattina del 24 giugno l’appuntamento con i rappresentanti di lista dell’associazione “Il voto e oltre” è alle sei davanti a una scuola nella municipalità di Fatih, nella penisola storica, non lontano dal quartiere di Santa Sofia e della Moschea blu. Quartiere di estrazione popolare e piccolo borghese, dove vive anche una parte di quel che resta della comunità armena e che nel referendum presidenziale 2017 ha votato in maggioranza per il No. Il viaggio verso Fatih inaspettatamente mi offre la possibilità di toccare con mano uno dei retroscena meno noti dei recenti sviluppi politici. Murat, il tassista, mi racconta la sua storia. Dopo vent’anni passati a lavorare in una tipografia, nel 2015 decide di mettersi in proprio. È bravo e nel giro di poco tempo riesce a costruirsi una discreta rete di clienti. Il colpo di stato del 15 luglio però gli stravolge la vita. I suoi principali clienti e creditori sono accusati di appartenere al movimento golpista di Fethullah Gülen. Finiscono in carcere e il loro patrimonio viene congelato. Alcuni di loro sono poi rilasciati ma il loro patrimonio è tuttora sotto sequestro. A corto di liquidi Murat dopo pochi mesi getta la spugna e chiude la tipografia. Per pagare alcuni debiti vende la casa, poi anche la macchina e si mette a fare il tassista affittando, come accade a Istanbul, il taxi di un altro per il turno di notte. Ha conservato però gli assegni mai riscossi dei suoi vecchi clienti “La sera-mi confessa- ogni tanto li tolgo dal cassetto e me li rigiro per le mani. Non vedrò mai quei soldi”. Sono 130.000 i ricorsi presentati dalle vittime della repressione post-golpe, ma i lavori della commissione che li deve esaminare vanno a rilento.

Quando arrivo a destinazione molti appartamenti del quartiere hanno già le luci accese e c’è gente sui balconi. Nel cortile il piccolo esercito di scrutatori e rappresentanti di lista è già schierato. All’ingresso c’è il gruppo dei ragazzi dell’associazione “Il voto e oltre”, associazione creata nel 2013 sull’onda dell’entusiasmo partecipativo creato dalla rivolta di Gezi. Il suo compito è quello di formare rappresentanti di lista e monitorare tutte le fasi delle elezioni. Sono tutti giovani, soprattutto studenti, molti dei quali alla prima esperienza in un seggio elettorale. Li coordina Melike, giovane pubblicitaria, grazie anche all’ausilio di un gruppo whatsapp. I partiti di opposizione e associazioni hanno invece creato un’altra piattaforma “Elezioni giuste” con lo stesso obbiettivo. In totale sono qualche centinaia di migliaia i volontari che si sono mobilitati per queste elezioni. Accanto c’è il gruppo dei giovani volontari del partito pro-curdo HDP. Anche in questo caso è una ragazza a coordinarli, Zuhal. Il centro della scena è però occupato dal folto gruppo del partito CHP che staziona fiducioso davanti all’ingresso della scuola. Sembrano uno spaccato perfetto del tradizionale elettorato del CHP: pochi giovani, molte donne con i capelli immancabilmente tinti di biondo o rosso fuoco, pensionati, dipendenti pubblici, insegnanti, piccoli commercianti. A guidare il gruppo due donne, Şebnem la rappresentante locale del partito e Zeynep, presidente di seggio di lungo corso. Şebnem e Zeynep faticano a nascondere il loro entusiasmo “Allora, sei venuto ieri al comizio di Ince? Hai visto quanti eravamo? Gli abbiamo fatto vedere quanti siamo”. Si riferisce al comizio conclusivo di Muharrem Ince, candidato presidenziale CHP, che il giorno prima aveva raccolto ad Istanbul almeno due milioni di persone. Dopo questa dimostrazione di forza Şebnem e Zeynep sono sicure della vittoria “A meno di brogli, si intende”. Ad un certo punto Şebnem, mi chiede “Hai visto dove sono quelli dell’HDP?” Glieli indico: “Devo andare a salutarli”. Assisto così a un altro dei piccoli miracoli prodotti da queste elezioni: una tipica rappresentante del CHP che abbraccia e bacia entusiasticamente quelli che fino a poco tempo prima erano avversari temuti quasi quanto i militanti dell’AKP. Quando torna Şebnem è raggiante. Non sono sicuro che abbia rivisto la sua ostilità per i “separatisti curdi” ma pragmaticamente sa bene che l’ingresso in parlamento dell’HDP aumenterebbe le possibilità di incrinare la maggioranza del partito di Erdoǧan. Come molti altri anche lei quindi opterà per il voto disgiunto, Ince per le presidenziali e HDP alle parlamentari. Dei rappresentanti degli altri due partiti in lizza invece nessuna traccia. Il Buon Partito nato solo sei mesi prima non è riuscito a organizzarsi in tempo mentre il Partito della Felicità ha una struttura risicata. I volontari de “Il voto e oltre” cercheranno di supplire a queste mancanze e xxxxxx garantire una presenza minima di rappresentanti dell’opposizione in ogni seggio. Scrutatori e rappresentanti di lista dell’AKP arrivano invece più tardi. Entrano alla spicciolata senza degnare di uno sguardo i presenti suscitando la reazione stizzita di Zeynep “Visto come sono arroganti?”. Dietro di loro la potenza organizzativa del partito, ormai trasformatosi in un partito-stato, si manifesta nelle vesti di un furgone che si installa al centro del cortile. Fungerà da centro logistico e di collegamento dal quale usciranno generosi cestini che garantiranno colazione e pranzo per scrutatori e rappresentanti di lista. Dal furgone scendono il dirigente locale del partito: girovita abbondante, giacca a scacchi e sorriso compiaciuto. Lo accompagna il suo compagno di coalizione, il rappresentante del partito nazionalista MHP, con gli immancabili baffoni. Per ultima scende l’avvocata del partito che sfoggia un abbigliamento firmato fino all’ultimo accessorio. Sono giovani anche le avvocate inviate dal CHP con il compito di dare manforte ai rappresentanti di lista in caso di contestazioni.

L’apertura dei seggi è prevista per le otto. Alle sette e un quarto però i corridoi della scuola sono già occupati da una folla di anziani con il certificato elettorale in mano. Uno di loro mi chiede dove sia il suo seggio. Mentre glielo indico, gli faccio infelicemente notare che è ancora presto. Mi risponde stizzito “Lo so, lo so, volevo solo essere sicuro di non sbagliarmi”. Le istruzioni per i rappresentanti di lista sono chiare: prima di cominciare le votazioni si devono assicurare che tutte le buste in cui gli elettori metteranno le loro schede vengano timbrate con il timbro del seggio. Nel referendum presidenziale del 2017 la decisione della commissione elettorale a scrutinio in corso di considerare valide anche le buste non timbrate aveva alimentato sospetti di brogli. In un seggio il presidente non sembra essere a suo agio con i timbri. Uno scrutatore spazientito esclama “Io so come si fa, sono contabile” e si mette velocemente a timbrare avendo cura che il timbro cada sempre nella stessa posizione, in basso a sinistra. Osservandolo si ha l’impressione che sia assolutamente convinto che dalla posizione del suo timbro dipenda l’esito di tutta l’ elezione. Alle otto si mette in movimento un flusso costante e ininterrotto di elettori. La mattina è soprattutto il momento degli anziani. Molti di loro hanno problemi di deambulazione. Una donna viene portata a braccia con la sua carrozzella fino al seggio del terzo piano. Anziani con il bastone salgono le scale lentamente ma con la massima determinazione aggrappandosi al corrimano. Alcuni dopo aver vagato per i corridoi scoprono di aver sbagliato scuola. Una coppia di anziani che si tiene a braccetto dopo aver tentato la sorte in diversi seggi scopre di non essere iscritta nelle liste elettorali. A metà mattinata si presentano in veste di osservatori internazionali due deputate del partito dei Verdi tedeschi accompagnate da un’interprete. Si muovono tra i corridoi, entrano nei seggi, ascoltano, si fanno tradurre, prendono appunti. Poi escono nel cortile e si rivolgono a un signore di mezza età responsabile della logistica del CHP. Il sacro fuoco del nazionalismo che arde nel petto di ogni militante del partito di Atatürk, di fronte all’ingerenza straniera prende il sopravvento su ogni altra considerazione. La sua risposta è secca e a denti stretti, poi riprende ostentatamente a parlare con un amico. Il flusso di elettori si riduce intorno all’ora di pranzo. È il momento per la macchina organizzativa dei partiti di rimettersi in moto. Riso e spezzatino per i membri del CHP, menu a scelta per quelli AKP. I ragazzi dell’HDP invece devono fare da soli e uno di loro parte alla ricerca di acqua e biscotti. Il padre di una giovane rappresentante di lista si presenta nel seggio della figlia con una busta di viveri. La ragazza, come impone il galateo, apre una scatola di dolci e comincia a offrirne a tutti i presenti. Deve però fare attenzione a non scontrarsi con l’addetto del bar della scuola che fin dal mattino volteggia con il suo vassoio per i seggi della scuola determinato a garantire ai presenti rifornimenti costanti di çay. Dopo pranzo il flusso di elettori riprende con la stessa intensità del mattino mentre scende l’età media degli elettori. Una rappresentante dell’HDP osservando la scena commenta “È come essere a teatro”. Davanti a noi sfilano ragazze con l’ombelico scoperto, donne velate in tutte le possibili varianti, ragazzi tatuati, famiglie allargate, vedove armene, gli ultimi anziani smarriti e gli immancabili personaggi folcloristici come il cowboy dotato di stivali, speroni e cappello che attraversa baldanzosamente il cortile. All’interno della scuola lo spazio è angusto e spesso sulle scale si formano degli imbuti. A gestire il traffico si ritrovano spesso gli onnipresenti militanti dell’AKP, riconoscibili perché portano un’improbabile penna arancione infilata nel taschino. Durante le operazioni di voto poche sono le contestazioni che fanno scattare avvocati, rappresentanti di partito e curiosi. In una classe che ospita due seggi un elettore ha messo la busta con le schede nell’urna del seggio sbagliato: dopo un’animata discussione si impone il rispetto del regolamento che in questi casi prevede che una scheda venga estratta a sorte dall’urna e poi bruciata. In un seggio, un elettore si presenta accompagnato dicendo di essere cieco, ma non ha il certificato medico che lo dimostri. L’accompagnatore insiste per entrare con lui nel seggio, il rappresentante di lista dell’AKP insorge urlando. Immediatamente si forma un capannello nel quale svetta l’avvocata dell’AKP che nel frattempo ha avuto modo di rinnovare completamente l’abbigliamento del mattino. La situazione si fa tesa. Arrivano due poliziotti “Serve aiuto?” “No, grazie, nessuno problema risolviamo da soli”. I poliziotti salutano e se ne vanno e la situazione si ricompone con la rinuncia dell’accompagnatore ad entrare nel seggio. I rappresentanti di lista chiedono però che l’episodio venga messo a verbale. In un altro seggio un elettore insiste perché la moglie lo immortali con il telefonino mentre infila la busta nell’urna. Il presidente di seggio si alza dalla sedia, si piazza al centro della sala e recita enfaticamente il regolamento “ È consentito scattare fotografie all’interno dei seggi solo previa autorizzazione della commissione elettorale”. Dal pubblico si alza una voce “Sì, ma il presidente della repubblica si fa sempre fotografare” Il presidente risponde sorridendo “Si vede che ha l’autorizzazione”. Sghignazzo generale tra i presenti.

Il flusso regolare degli elettori si interrompe quando nel cortile entra la macchina del giornalista Ahmet Şık, indistruttibile e sorridente candidato dell’HDP. Colpito due volte alla testa dai lacrimogeni intelligenti della polizia durante la rivolta di Gezi, poi incarcerato per un anno per aver rivelato le infiltrazioni güleniste nella polizia. Dopo il tentato golpe del 2015 è finito di nuovo in carcere per otto mesi con l’accusa di propaganda terroristica…. a favore del movimento gülenista. Quando scende dalla macchina viene circondato da una piccola folla. Un anziano signore curdo con gli occhi lucidi lo afferra per il collo e gli sussurra “Andiamo a prendere un çay”. Il giornalista si libera a fatica dalla stretta e promette “Torno dopo per il çay della vittoria”. La macchina riparte accompagnata da un coro di applausi. Alle 17.00 si chiudono i seggi e cominciano immediatamente le operazioni di scrutinio. Şebnem e Melike mettono in guardia i rappresentanti di lista perché “adesso comincia la parte più delicata della giornata”. Prima bisogna verificare le buste e verbalizzare quelle non valide. Nonostante i timori, questa volta i timbri sembrano tutti al loro posto. Poi inizia il conteggio dei voti. Uno scrutatore apre con molta attenzione ogni scheda e declama ad alta voce la preferenza mostrando la scheda a 360 gradi mentre rappresentanti di lista prendono nota. Nonostante i timori della vigilia, alimentati anche dalla complicazione aggiuntiva dell’esistenza di coalizioni elettorali, anche questa fase si svolge senza particolari intoppi. All’esterno della scuola intanto i sostenitori dell’AKP hanno già cominciato la loro guerra psicologica con caroselli di macchine festanti, trombette e tamburi. Alle 21.00 tutte le operazioni sono concluse. Il verbale dell’ultimo seggio scrutinato riflette la vittoria netta di Ince e del CHP e l’ottima performance dell’HDP. Un rappresentante del CHP uscendo dal seggio mi sussurra raggiante “Anche qui li abbiamo spazzati via”. Quando esco, nel cortile sono rimasti pochi irriducibili. In un angolo il furgone che deve consegnare gli ultimi sacchi di voti alla commissione elettorale provinciale sta scaldando i motori. Saranno accompagnati da Şebnem e Zeynep che non hanno nessuna intenzione di lasciare incustoditi i sacchi e il loro prezioso contenuto nel loro viaggio finale. L’autobus che mi riporta a casa fatica a farsi largo tra i cortei di auto dei supporter di Erdoǧan. Una volta a destinazione trovo l’intero quartiere in festa. Qualcuno spara allegramente per aria. Un tempo l’uso delle armi era associato alle feste di matrimonio nei villaggi. L’urbanizzazione della popolazione ha preservato la tradizione trasferendola però dai matrimoni alle celebrazioni delle vittorie di Erdoǧan. L’indomani nei social media circolerà un video che mostra in un quartiere di Istanbul diverse persone, tra cui anche una donna con il velo di ordinanza, che festeggiano in mezzo alla strada sparando per una decina di minuti con pistole e armi automatiche. Tutto questo accade in un paese dove vige lo stato di eccezione e le strade pullulano di poliziotti che hanno la facoltà di identificare e perquisire i passanti. La risposta alle mie perplessità arriva da un giornalista di lungo corso di Ankara “Certo, esiste lo stato di eccezione, ma non per tutti”. Del resto solo poche settimane prima il ministro dell’interno era stato costretto ad ammettere che le migliaia di armi che la polizia aveva distribuito alla popolazione la notte del tentato colpo di stato sono ormai irreperibili. Entro a casa giusto in tempo per vedere Erdoǧan che si autoproclama vincitore da uno dei suoi uffici di Istanbul. Lo fa basandosi sui dati forniti dall’agenzia di stampa statale –l’unica rimasta sul mercato- senza nemmeno attendere quelli ufficiosi della commissione elettorale. Sul versante dell’opposizione la situazione è caotica: un rappresentante del CHP inizialmente dichiara che si andrà al secondo turno, confortato dai dati forniti dalla piattaforma “Elezioni giuste”. Un altro candidato, Karamollaoǧlu, invece riconosce subito la vittoria di Erdoǧan. Più tardi lo farà anche il rappresentante del CHP. Del candidato del partito Ince, come dell’altra candidata Akşener, nonostante le promesse battagliere della vigilia, non c’è traccia. Ince si farà maldestramente sentire solo attraverso un sms ad un giornalista televisivo nel quale riconosce che “quell’uomo ha vinto”. Nel frattempo l’associazione “Il voto e oltre” tace mentre la piattaforma “Elezioni giuste” deve riconoscere di aver avuto problemi tecnici e organizzativi e quindi si limita a confermare i dati della commissione elettorale. Questa situazione di assoluta approssimazione scatena sui social media la rabbia e la frustrazione degli elettori dell’opposizione che si sentono abbandonati. Nella rete viaggia anche un discreto repertorio di teorie complottiste su presunti brogli e minacce che avrebbero costretto Ince ad accettare la vittoria di Erdoǧan. L’indomani Ince in una conferenza stampa confermerà la sostanziale correttezza del voto. Alle stesse conclusioni giungono anche gli osservatori dell’OCSE. I fantasmi dei brogli continuano però a aleggiare dentro e fuori la rete. Favoriti da una lunga tradizione di paranoie complottarde, alimentati dalla evidenza che le istituzioni statali hanno perso qualsiasi imparzialità e dalle esperienze del referendum passato, questi fantasmi si sono poi trasformati in un comodo paravento dietro al quale l’opposizione cerca di nascondere sedici anni di sconfitte ininterrotte. La lunga giornata elettorale si conclude alle 02.30 della notte quando Erdoǧan compare sul balcone della sede del partito ad Ankara di fronte ad una folla di irriducibili stremati. Anche il presidente è visibilmente stanco, il tono della voce monotono, e nel suo discorso ritualmente assicura “che sarà un presidente che abbraccerà ottantuno milioni di cittadini”. Nei giorni successivi però qualcuno rimane escluso dall’abbraccio presidenziale. Come un parlamentare del CHP da tempo inquisito per propaganda terroristica che un giudice decide improvvisamente di spedire dietro le sbarre. Oppure la copresidente del partito HDP che riceve una telefonata di minacce nientedimeno che dal ministro dell’interno. Richiesto dai giornalisti di confermare il contenuto della telefonata, il ministro risponde “Certo, e le ho detto anche di più”. Al centro della telefonata l’ennesima prodezza del PKK che la sera delle elezioni in uno sperduto villaggio al confine iraniano ha fatto ritrovare il corpo di un militante dell’AKP legato ad un palo e con un proiettile nella testa, colpevole, secondo l’organizzazione, di essere un informatore della polizia. Con questa azione anche il PKK è così riuscito per il rotto della cuffia a ritagliarsi un piccolo spazio nel gran teatro delle elezioni. Ci aveva provato anche nei giorni precedenti uccidendo quattro militari. Senza successo però, perché ormai questo genere di azioni ha assunto il carattere di un fenomeno naturale inevitabile che viene stancamente relegato nelle pagine interne dei giornali.

Lunedì è il momento dei numeri. Le percentuali di affluenza ai seggi, già tradizionalmente alte, questa volta hanno toccato il picco dell’86%. Recep Tayip Erdoǧan è riconfermato presidente della repubblica con il 52,59% delle preferenze, all’incirca la stessa percentuale delle elezioni del 2014 -51,79%-. DEVAM quindi, si continua. Lo sfidante più efficace, Muharrem Ince, si è fermato al 30,6%. Tra gli altri candidati Selahattin Dermitaş, costretto a fare campagna elettorale dal carcere, subisce una leggera flessione rispetto al 2014 ottenendo l’8,4% mentre la vera novità di queste elezioni, Meral Akşener, ottiene il 7,2%. Il quarto candidato, Temel Karamollaoǧlu, riesce a superare anche le peggiori previsione fermandosi allo 0,8%.

I risultati del Parlamento invece hanno solamente in parte mantenuto le promesse della vigilia. L’AKP si conferma il primo partito con il 42,5% dei voti facendo però segnare un netto calo, del 7%, rispetto alle elezioni del 2015. L’emorragia di voti del partito di Erdoǧan ha un carattere omogeneo su tutto il territorio nazionale con alcuni picchi, come nel caso della città di Kayseri, roccaforte della nuova borghesia industriale conservatrice ma anche del movimento di Fethullah Gülen, dove il partito ha perso il 14%. Nonostante la ventata di novità portata da Muharrem Ince, il CHP con il 22,6% incassa una perdita di tre punti percentuali rispetto alle precedenti elezioni. A determinarla la scelta del voto disgiunto di una parte dei suoi lettori ma anche l’attrazione che le sirene nazionaliste del Buon Partito hanno esercitato su quegli elettori che non hanno digerito la visita in carcere di Ince a Selahattin Demirtaş. La vera sorpresa di queste elezioni è rappresentata dalla performance del partito nazionalista MHP, che tutti i sondaggi davano sotto il 10% e che invece ha ottenuto l’11% delle preferenze intercettando buona parte dei voti in fuga dall’AKP. Il successo dei nazionalisti di Bahçeli è risultato decisivo per la vittoria di Erdoǧan e per garantire all’AKP la maggioranza parlamentare. La decisione di Erdoǧan di rompere il tabu delle coalizione si è quindi rivelata, almeno sul piano dei numeri, una scelta vincente. Allo stesso tempo la possibilità di creare coalizioni ha avuto l’effetto di annullare l’antidemocratico sbarramento del 10% e portare in parlamento un numero di partiti, sette, come non si vedeva da tempo. Il partito filo-curdo HDP ha superato la soglia di sbarramento ottenendo l’11,7% e si conferma la terza forza all’interno del parlamento. Tuttavia uno sguardo ravvicinato alla mappa dei voti mostra come il partito ha perso consensi nelle regioni curde - un elemento che non si spiega solamente con le particolari condizioni in cui è votato in quella parte del paese - mentre ne ha guadagnati considerevolmente nelle metropoli della Turchia occidentale. Come emergeva chiaramente anche nel piccolo campione della scuola di Fatih, una parte di elettori del CHP ha scelto di votare HDP per consentirgli di entrare in parlamento e minacciare la maggioranza dell’AKP. Altrettanto importante è stata la scelta del partito di candidare nelle metropoli dell’ovest esponenti della galassia dei partiti di sinistra e personalità particolarmente popolari come il giornalista Şık. Infine rimane da rimarcare il 9,5% del Buon Partito, alla sua prima prova elettorale, che ha beneficiato del voto dei nazionalisti scontenti di CHP E MHP.

Uno sguardo d’insieme alla mappa elettorale del 24 giugno conferma l’esistenza almeno dal 2014 di due blocchi contrapposti la cui consistenza è rimasta invariata nel tempo. Il carisma appannato di Erdoǧan, l’inconsistenza del suo programma, i morsi della crisi economica e l’entusiasmo generato tra i ranghi dell’opposizione dalla apparizione di un candidato come Ince, sono riusciti solamente a far spostare flussi di voti all’interno di ciascuno schieramento senza intaccarne la consistenza totale. Eppure per queste elezioni i partiti di opposizione erano riusciti nel piccolo miracolo di creare una coalizione. Sfumata la possibilità di presentare un candidato comune, ogni partito ha finito poi per presentarne uno proprio. Come conseguenza l’opposizione ha condotto quattro campagne elettorali indipendenti, dimenticandosi della coalizione e del protocollo d’intenti firmato all’inizio della campagna. Inevitabilmente ben presto la campagna elettorale si è trasformata in una sfida tra Erdoǧan e il candidato dell’opposizione che aveva alle spalle il partito più forte. Ince poi ci ha messo la sua eloquenza e la sua baldanza oltre che lo sforzo di evitare di trasformare il confronto in un’antistorica contrapposizione tra “laici” e “religiosi”. Per rassicurare e blandire l’elettorato di Erdoǧan, Ince si è presentato come buon musulmano, rispettoso della tradizione e ha condito ogni suo comizio con riferimenti ad Allah proponendosi come il presidente di tutti. Molto presto però il peso della sua storia personale e soprattutto di quella del suo partito hanno preso il sopravvento. I suoi quotidiani attacchi a Erdoǧan, deriso sistematicamente perché non avrebbe quella laurea che si vanta di avere, hanno ricordato la tradizionale spocchia dell’elettorato del CHP e il suo disprezzo per le classi popolari e incolte. I comizi oceanici che tanto hanno entusiasmato Şebnem e Zeynep, hanno però fatto anche riecheggiare slogan ed atmosfere che ricordavano quelle feroci dei “comizi per la repubblica” che nei primi anni duemila chiedevano l’intervento dei militari per fermare l’ascesa dell’AKP e in cui si aggredivano le donne velate. Se la scelta di un luogo contribuisce a caricare simbolicamente una performance sociale, la scelta di tenere comizi in una particolare piazza di Ankara oppure a Smirne - luoghi strettamente associati alla storia recente e passata del CHP - ha trasformato i comizi del candidato Ince, che si voleva il candidato di tutti, in tradizionali comizi del CHP. Erdoǧan dal canto suo ha sapientemente saputo evocare le vere o presunte malefatte del CHP e il pericolo che gli “elitisti spocchiosi” potessero tornare ad accanirsi sul “popolo”. E alla fine anche l’elettorato più critico o scettico verso l’AKP, impaurito, ha votato non per un programma ma per confermare la propria appartenenza e serrare i ranghi di fronte alla minaccia che un tempo si sarebbe chiamata “kemalista”. La lezione di queste elezioni è che il peso della storia e dei simboli di un partito politico, che nel caso del CHP coincide con la storia della repubblica, è tanto forte da essere in grado di incanalare istanze nuove entro vecchi schemi e vecchie metafore. Da qui forse ne discende la considerazione che la possibilità di un rinnovamento per l’opposizione non passerà tanto per un rinnovo della leadership del CHP – già all’interno del partito si è scatenata la battaglia per la poltrona di segretario - quanto piuttosto per la nascita di un nuovo soggetto politico. Ma qui, per il momento, siamo nel regno della fantapolitica.

La realtà politica post-elettorale è fatta invece della piena entrata in vigore del regime “dell’uomo solo al comando” con le sembianze di un presidenzialismo il cui concreto funzionamento rimane ancora avvolto nell’incertezza. Un nuovo mattone per la costruzione della Nuova Turchia agognata da Erdoǧan e un altro passo verso l’obiettivo dei suoi sogni: celebrare il centenario della repubblica, nel 2023, scalzando dal suo piedistallo un altro presidente dai poteri assoluti, Atatürk. A differenza di Atatürk però, Erdoǧan celebra la sua incoronazione in contemporanea con una perdita significativa di consensi nel suo partito e costretto a subire la coabitazione con un partner politico, il nazionalista Bahçeli, tutt’altro che accomodante. Forse non è questa la situazione che il presidente aveva sognato di trovare al suo risveglio, la mattina del 25 giugno.

Una risposta a “Istanbul. La giornata di un (quasi) scrutatore”

  1. ottimo articolo!!! é anche una bella etnografia del voto …
    forse per chi non conosce molto della storia passata e recente della Turchia sarebbe bene affiancare un piccolo riquadro con i partiti e i loro riferimenti e dinamiche …
    Aspettiamo il prossimo per capire cosa succederà ora … che vuol dire questa ennesima vittoria di Erdogan? Riuscirà a imporre tutto quello che pretende? Nel frattempo la crisi economica e la crisi geopolitica cosa produrranno?

    ps: due refusi, uno xxxx (cos’è?) e l’altro OCSE … non è l’OSCE ?

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