Gherardo Bortolotti, epica al microscopio

Massimiliano Manganelli

A inaugurare la seconda serie dei ChapBooks, collana che nel corso del tempo ha dato conto di varie scritture ibride e assai poco classificabili e che, dopo un’interruzione durata qualche anno, rinasce adesso grazie alle edizioni Tic, è chiamato un testo tanto breve quanto ragguardevole: le Storie del pavimento di Gherardo Bortolotti. La brevità è da sempre un marchio di fabbrica della collana, ma è al contempo uno dei tratti peculiari della scrittura di Bortolotti, che in uno spazio ridotto – meno di una cinquantina di pagine – mette ancora una volta in scena la sua «totalità in miniatura», come l’ha opportunamente definita Antonio Loreto. In queste pagine, infatti, Bortolotti costruisce una sorta di universo in miniatura, sia pure compresso in un interno domestico, in questo e in altro ricalcando in maniera esplicita il Voyage autour de ma chambre di Xavier de Maistre: quarantadue sono i capitoli dell’opera dello scrittore francese e quarantadue sono i giorni in cui è scandito il testo di Bortolotti, dal 17 febbraio al 30 marzo di uno straniante 1790.

E straniante è appunto l’uso del tempo, giacché la temporalità evocata è apertamente duplice: da una parte c’è quella che con estrema sommarietà si potrebbe definire esperienza, che tuttavia non è riconducibile a un personaggio preciso; nel testo infatti l’unico pronome personale che viene pronunciato è noi, mentre la sola figura appena definita è quella di Paolino, il bambino esploratore del pavimento. Proprio questa mancanza di rappresentazione, nonché l’assenza di un personaggio vero e proprio, ritagliato rispetto al fluire degli scenari più che degli eventi, mette spesso in difficoltà i lettori, indecisi se collocare Bortolotti nella casella della narrativa o in quella della poesia. Dall’altra parte, a sovrapporsi a questo Erlebnis indeterminato e diffuso, sta tuttavia una temporalità profonda, quella «trama del tempo» nominata già nel notevole incipit del libro, la quale sembra quasi evocare una dimensione che si estende oltre la vita dell’individuo e abbraccia quella della specie, se non addirittura dell’universo. Sono le «estati preistoriche» in cui compaiono «vestigia di vicende passate», in cui convivono l’infinitamente grande (la Cintura di Orione) e l’infinitamente piccolo (il moto browniano delle particelle, che ricorre più volte nel libro).

A una doppia temporalità non può non corrispondere una doppia dimensione dello spazio. Si può dire anzi che quest’ultimo ha un ruolo prominente nello stesso snodarsi del testo, che a volte può far pensare al tono dei resoconti di certi grandi esploratori del passato come Humboldt, per dirne uno; perciò il testo procede con la costruzione dello spazio medesimo che viene attraversato. In questo caso, il paesaggio strettamente quotidiano si ibrida continuamente con quello delle ere geologiche, al punto che ne scaturisce una serie molto significativa di sintagmi-immagini: vengono via via esplorati il «massiccio del letto», il «distretto del salotto», le «pendici di una sedia» o l’«altopiano» costituito dal piano cottura. Si viene così profilando la geografia di un interno, per citare un recente libro di Chiara Fagone, dove il luogo dell’abitare diventa il luogo da esplorare. Scrive Bortolotti: «Accostando l’orecchio al pavimento, Paolino sentiva i brusii lontani di qualche vita segreta, di qualche episodio che non gli apparteneva. Credeva che negli spessori, distanti sotto i suoi piedi, si fossero stratificate epoche altrui, fatte di acque che gorgogliavano, brevi trambusti, bambini che ridevano in pomeriggi felici per sempre». Il pavimento è dunque un’allegoria, uno spazio liminare tra sopra e sotto, tra memoria – non necessariamente individuale, come si intende dalla citazione – e inconscio, tra vita e geologia.

Ricorrendo a una facile analogia verbale, le stanze dentro le quali ci si muove possono essere lette sia secondo quanto suggerisce l’etimo, e dunque quali luoghi ove dimorare (stazioni di un viaggio), sia (e proprio in virtù dell’interpretazione etimologica) nell’accezione che il termine assume in ambito metrico. E qui torna il problema della collocazione di Bortolotti nelle categorie letterarie, dal momento che il termine stanza rimanda all’idea di un edificio poematico. Eppure, più che per il suono della poesia, Bortolotti sembra optare per il rumore sottile della prosa, per dirla con Giorgio Manganelli, per una scrittura che sembra figlia, anzi pronipote, delle Operette leopardiane (peraltro assai amate da Manganelli stesso). Sceglie in sostanza una prosa che, per sottrarsi alla tentazione romanzesca, ricorre alle armi dell’epica.

Il noi che vaga tra queste stanze è infatti uno degli indizi della peculiare epica di Bortolotti, già presente nel precedente Quando arrivarono gli alieni, nel quale peraltro si metteva in scena un futuro già alle nostre spalle, raccontato sempre all’imperfetto, che resta il tempo verbale prevalente anche in Storie del pavimento. Un altro indizio dell’epica; nondimeno, se di epica (ancorché micro, secondo la già citata interpretazione di Loreto) si vuole parlare, va detto che su di essa Bortolotti compie un’operazione singolare: l’epos viene ridotto a semplice materiale e dunque l’autore si serve soltanto della tecnica, non dell’ideologia che la anima. Perché l’ideologia dell’epica è identitaria e il noi che mette in campo ha spesso una valenza forte, mentre il noi di Bortolotti è incerto, non aspira a indossare nemmeno la veste generazionale. E di questi tempi non è davvero poco.

Gherardo Bortolotti

Storie del pavimento

Tic, 2018, 50 pp., € 8

Una risposta a “Gherardo Bortolotti, epica al microscopio”

  1. Grazie della recensione. Sto leggendo il libro, che è incantevole.
    Leggo e rileggo, e mi nascondo dietro le righe del libro, all’ombra degli Anteriori, dove le storie del pavimento forse mi vedranno, e mi daranno un rifugio.

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