Enrico Testa, fuori da ogni dove

Patricia Peterle

Cairn è la sesta e più recente raccolta poetica di Enrico Testa. La scelta del titolo, a prima vista indecifrabile, è invece una chiave di lettura per alcune delle tappe più intime del suo percorso poetico (dal gaelico carn, «mucchi di pietra», «segnavia e segnavita») che ha nel rapporto con i morti, nel sogno, nel viaggio, nello spazio domestico e nella memoria, i suoi punti di forza e di fuga. È infatti a partire dall’esteriorità, dall’esperienza stessa e, perché no, dalla nuda esistenza, tanto per ricordare Lévinas, che questo io si dispiega. Studioso molto stimato e poeta ormai riconosciuto anche in terre lontane come il Brasile, in questa raccolta, nonostante s’intravedano nuovi percorsi, sono ancora il moto contradditorio della scrittura e la disposizione dell’io a costituire dei punti nevralgici; un gesto del dispiegarsi che sospende le associazioni più immediate e logiche e che potrebbe addirittura rimandare alla domanda di Blanchot: «Scrivere, significherebbe forse, nel libro, divenire leggibili a chiunque e indecifrabili a se stessi?».

Le poesie di apertura e di chiusura di Cairn sono in stretto dialogo tra loro. Il fulcro di questi versi è appunto un rapportarsi, coniugato in vari modi, che unisce persone, oggetti e memoria. Al centro della prima poesia c’è il fatto di dirsi addio, affermato però nella sua negazione: «non ci diremo addio». Gli altri versi, sempre in negativo, rafforzano una continuità: «Non sappiamo come dirlo, e non vale la pena di impararlo». Una continuità che aporeticamente si delinea nel «Soltanto possiamo ancora finire», che si sviluppa poi con: «E ora possiamo finire di nuovo. / E ancora e ancora». Non è dunque possibile avere un nuovo inizio, ma è possibile paradossalmente continuare a non finire mai, movimento che ci ricollega ai versi iniziali di Pasqua di neve: «puoi cominciare anche / senza un inizio / […] e finire senza chiudere».

Altra percezione di questo movimento residuale del vissuto si ha in Café Romand, in cui l’attenzione ricade su oggetti, resti o comunque brandelli di esperienza. Vi è qui la figura di uno strano cleptomane che fa «collezione di gioie spente», oggetti senza valore ma che diventano relitti, come un tovagliolo rubato: «uno straccetto / che però tra le sue fibre, / rigide ricamate amare, / confusamente cova / un pegno di fedeltà». La funzione originaria di tale oggetto viene offuscata dal significato memoriale acquisito in un secondo momento: non si tratta più di un semplice tovagliolo, sono ora in gioco gli affetti, necessari alla nostra esistenza. Come ci ricorda Benjamin, «il potere della fantasia è il dono d’interpolare nell’infinitamente piccolo, d’inventare per ogni intensità in estensione una nuova, densa pienezza». Alla luce di questi veri e propri gioielli rovinosi e memoriali, il «furto bagatellare» diviene dunque «reliquia secolare», che ci riporta a uno dei brani di Pronomi: «contenuti arcaici ormai rifiutati dalle norme del comportamento sociale riaffiorano nel discorso della poesia».

I segni del tempo agiscono anche sullo spazio domestico, un aspetto caro all’autore che in Cairn ritorna forse con maggiore intensità. L’ordinarietà della cucina, per esempio, diviene luogo di incontri, scambi, condivisioni e relazioni, nonché spazio di una riflessione che ha segnato il Novecento, cioè quella sulla frammentazione e sgretolamento dell’io. Le «polpette preparate stanotte / nella cucina scura», pur avendo seguito la ricetta di famiglia, non si reggono insieme, si disfano: «l’impasto scappava via da ogni parte / in tanti frantumi informi». E poi la svolta: «M’è venuto il terrore dell’allegoria: / diomio, che da quel tempo sino ad oggi / anche il mio io / come una polpetta crepata / non fosse riuscito ancora a rapprendersi / in una sua compatta tenacia». Il discorso poetico sospende la sua apparente semplicità, come avviene anche in Metafisica del pollaio o in Ancienne cuisine.

Se le pareti della domus sono così importanti, altrettanto essenziali si mostrano i luoghi sconosciuti. Uscire da se stessi per poi ritornare a se stessi è infatti un altro gesto fondamentale nella poesia di Testa, segnato dal momento topico del viaggio. Uscire da casa, dalla tana protettiva delle sue pareti, se da un lato può essere minaccioso e pericoloso, dall’altro è sempre una sfida, un mettersi in gioco, come si legge alla fine di Cairn: «siamo fuori da ogni dove». Lo spostarsi scompagina i riferimenti, poiché «si lascia di sé qualcosa indietro / che, solo tanti giorni dopo il ritorno / si riacquisterà, ma confuso e diverso». Il Sudamerica, già presente in raccolte precedenti, ora ritorna attraverso altre esperienze di viaggi fatti negli ultimi anni: in Venezuela, al delta dell’Orinoco e a Porto Ordaz, e in Brasile, a São Paulo e in altre zone. Lo sguardo di Testa, sempre attento alle cose minute, viene colpito dall’immobilità e dalla precarietà, cercando di dare voce a quelli che sono stati messi a tacere. Nella megalopoli brasiliana la gente per strada sembra sfinita, gli individui «Sono inerti e lenti. / Non rivendicano nulla alla vita».

La storia è impietosa, «il potere è tetro», sono inoltre gli indizi di un’invettiva – o meglio, del dire tutto, della parresia – che pare segnare alcune poesie della raccolta. È il poeta che dichiara il suo disagio davanti agli «spiriti sottili / seduti sulla poltrona del salotto / così bravi a comporre, commossi al caldo, / davanti alla tv, distici baciati sonetti perfetti / sestine strane pensieri corretti / su chi scompare nei deserti o in mare». Quella di Testa non è tuttavia un’invettiva gratuita, la sua critica va letta piuttosto come un bercio («tralci di parole») che vuole risvegliare a una riflessione sul nostro agire e rapportarsi. Non è la prima volta che il poeta tocca temi civili, politici, ma è senz’altro la prima volta che lo fa in modo così aperto. Il suo invito è a indagare il «Mistero della merda», come viene detto chiaramente in un’altra poesia intitolata appunto L’ordure, l’ordre, che mette in scena certo disfacimento dell’umano e certa povertà morale. Il gesto di Testa è dunque contro questo «potere tetro» che sembra pervadere sempre di più la nostra collettività, il nostro essere, la nostra umanità; che sembra corrodere i rapporti e indebolire il vivere in comunità. Non è un caso, allora, che l’essere in comune (nella lingua e negli oggetti nel vissuto) sia un tratto centrale anche in quest’ultima raccolta.

Le nove sezioni di Cairn offrono così un percorso variegato di ambiti, luoghi, oggetti, lingue e personaggi, un groviglio di esperienze che alla fine testimoniano nella trasfigurazione del poetico le possibili forme dell’umano (o disumano). I sentieri, i mucchi di pietre, allora, da un lato sono delle tracce per Testa e dall’altro degli indizi che egli a sua volta offre ai lettori affinché possano percorrere autonomamente il loro cammino: un rapporto, insomma, di esposizione, fiducia e apertura.

Enrico Testa

Cairn

Einaudi, 2018, 136 pp., € 11

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