Le geometrie latenti di Tony Cragg all’Istanbul Modern

Antonello Tolve

Da qualche tempo l’Istanbul Modern, il più importante museo d’arte moderna e contemporanea della Turchia, ha una sede provvisoria a Beyoğlu, in un palazzetto elegantemente ristrutturato per ospitare (accanto a un ristretto nucleo di opere provenienti dalla collezione) la consueta galleria fotografica, alcuni programmi educativi realizzati fino al 15 luglio in collaborazione con il Centre Pompidou di Parigi e le mostre temporanee che entusiasmano sempre per la felice scelta di artisti e tematiche.

Nonostante il grande edificio di Karaköy sia in fase di ampliamento per permettere, nel prossimo futuro (e ci vogliono ben tre anni prima che il nuovo progetto giunga a conclusione), nuove e importanti avventure culturali, l’Istanbul Modern porta avanti le sue attività senza rinunciare a mantenere alta la qualità.

Ne è dimostrazione Insan Doğası / Human Nature, la grande personale di Tony Cragg, inaugurata lo scorso 23 maggio – e visitabile fino all’11 novembre – in concomitanza all’apertura di questo nuovo spazio situato accanto al Pera Müzesi e al Circolo Roma, associazione culturale nata nel 1931 «con lo scopo di promuovere e sostenere lo sviluppo e l’aggregazione degli italiani che vivono ad Istanbul».

Realizzata grazie al contributo di Ferko, un colosso nel campo dell’architettura, del design e dell’ingegneria edile, la retrospettiva di Tony Cragg (Liverpool, 1949) è un percorso avvincente tra le varie declinazioni della scultura contemporanea, tra ripetizione e moltiplicazione, morbidezza e leggerezza, trasparenza e liquidità della materia.

Dopo le due grandi mostre iraniane al Tehran Museum of Contemporary Art (Roots & Stones) e all’Isfahan Museum of Contemporary Art di Isfahan (Roots and Stones), Cragg approda a Istanbul con ventotto importanti opere realizzate tra il 1991 e il 2016 per offrire allo spettatore una mai paga ricerca di forme che “cancellano” la materia tanto da creare estraniamenti, da far pensare a materiali differenti o quantomeno distanti da quelle adoperate: «l’arte – e nello specifico la scultura – non ha come obbiettivo la scoperta di nuove cose; tenta di dare al mondo materiale un senso, un significato, un valore», suggerisce l’artista in un’intervista rilasciata nel 2012 a Matteo Galbati per Espoarte. «Questa è l’importanza dell’arte: crea un linguaggio, la possibilità di associazioni e nuove terminologie; fornisce una strada interpretativa possibile per comprendere le cose. Quando lavoro alle mie sculture, mi relaziono ai materiali, mi metto al centro delle cose fisiche, mi pongo nello spazio delle tre dimensioni e qui c’è sempre un fiorire di significati, associazioni, termini e linguaggi per mettere più poesia nel lavoro e nelle nostre riflessioni. Sviluppare un linguaggio visivo può aiutarci nei nostri pensieri, nei nostri sogni e nella formazione delle nostre idee».

Intesa come qualcosa di sovratemporale, come qualcosa di espressivamente autonomo e audace che si svincola dalla mera rappresentazione della natura, la sua scultura è un elogio costante della forma, un processo libero del pensiero, una ginnastica mentale che invita a riflettere su quella geometria latente di cui parla Bergson nella sua évolution créatrice (1907), a cui tutte le operazioni della nostra intelligenza tendono per raggiungere «la loro perfetta compiutezza».

Al primo piano del museo – questa sede ha ben cinque livelli, quattro per le esposizioni e uno per gli uffici – lo spettatore è accolto da quindici importanti lavori – tra questi ci sono i più storici Unschäferelation (1991), Minster (1992), Early Form (1993) e i più recenti Untitled (2015), Stamps (2016), Untitled (2017) – dove è possibile gustare i materiali, le forme (in questa prima sezione Eroded Landscape del 1999 è meravigliosa composizione vitrea), le levigatezze e i movimenti nello spazio che fanno pensare alla scultura scultura di Boccioni.

A meno uno, passando per l’accogliente hall d’ingresso, lo spettacolo si intensifica con progetti come We (2015), una forma ovulare in bronzo che raffigura lo stesso volto che esplode, o con la eccezionale Secretions (1995), una struttura apparentemente molle realizzata con migliaia di dadi tra cui perdersi. In questo secondo percorso della mostra, tredici lavori lasciano percepire il passaggio da alcune figure che creano agglomerati complessi a risoluzioni formali sempre più accattivanti, legate al sogno, a atmosfere in cui si riconoscono caraffe, vasi, parti anatomiche come orecchie o mani, intrecciate tra loro per dar vita a grovigli pulsanti che appartengono al pensiero ancora pensabile, ai fenomeni, al dominio della libertà.

Tony Cragg

Insan Doğası / Human Nature

Istanbul Modern, fino all’11 novembre

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