I rossi mantra di Vyacheslav Akhunov

Vyacheslav Akhunov, Red Mantra CCCP We will reach the victory of the Communist labor, 1979 – Courtesy Laura Bulian Gallery

Valentina Parisi

Nell’introduzione al suo trattato epistemologico L’archeologia del sapere (1969), Michel Foucault osservava come l’interesse crescente con cui gli storici delle idee si andavano volgendo a fenomeni di rottura, discontinuità e dislocazione non potesse che ridefinire il legame tra descrizione storica e attitudine archeologica allo “scavo” del passato, fino ad allora inteso come successione lineare di strati geologici gradualmente riportati alla luce: “C’è stato un tempo in cui l’archeologia, in quanto disciplina incentrata su vestigia silenti, tracce inerti e oggetti senza contesto sopravvissuti al passato, aspirava a una dimensione storica e acquistava significato esclusivamente mediante la restituzione di un discorso storico; (…) al contrario, ai giorni nostri è la storia a tendere alla condizione di archeologia e a quella descrizione intrinseca che è propria dei reperti”.

La suggestione foucaultiana di una narrazione storica concepita innanzitutto come modalità che consente a una determinata società di rielaborare quelle tracce documentarie cui si sente indissolubilmente legata, trasformandole da ultimo in vestigia, riemerge limpida nel progetto Art-Cheologia sovietica con cui l’artista uzbeko Vyacheslav Akhunov a distanza di dieci anni nel 1979 avrebbe riposizionato emblemi ideologici onnipresenti quali falci e martelli, slogan o busti di Lenin nel contesto di immaginari scavi archeologici, destinati a far riaffiorare in un futuro indefinito quanto rimasto della civiltà sovietica. Improbabili statuette paleolitiche con le insegne del Partito, sfingi con le fattezze del padre della Rivoluzione, suppellettili adorne di parole d’ordine ormai divenute opache e perfino i resti di una cucina comunitaria nel frattempo trasformatasi in sepoltura per i suoi scheletriti abitanti declinano ludicamente l’idea di una Storia destinata a farsi archeologia – e non è certo un caso, dal momento che Akhunov aveva letto il libro di Foucault in traduzione russa nel 1977 e partecipato da ragazzino a varie spedizioni archeologiche organizzate dall’Accademia delle Scienze in Kirgizistan al seguito del padre.

Vyacheslav Akhunov, Red Mantra CCCP (Soviet Mantrism) The victory of Communism is inevitable-From the series The desert of oblivion, 1979 – Cour

Già esposto a Kassel nell’ambito di Documenta nel 2012, il quaderno autoedito samizdat con i disegni di Art-Cheologia è stato riproposto di recente in forma di libro dalla Laura Bulian Gallery di Milano, che all’artista uzbeko aveva già dedicato una mostra, The Red Line, nel 2013 e che ora esplora la componente più squisitamente verbo-visuale della sua opera con la personale Red Mantra (a cura di Marco Scotini, fino al 6 luglio). Nato nel 1948 a Osh in Kirghizistan, figlio di Urumbaj Akhunov, pittore “laureato” membro dell’Unione degli Artisti, Vyacheslav prende precocemente le distanze dall’eredità paterna per elaborare una prassi autonoma che attinge dalle strategie dell’arte concettuale occidentale (recepita in modo quanto mai originale, attraverso la lettura delle stroncature prodigatele a piene mani dalla critica sovietica), contaminandole tuttavia con suggestioni schiettamente orientali, quali la metamorfosi della scrittura in motivo ornamentale e il culto sufi della ripetizione. Nelle serie grafiche realizzate a partire dalla fine degli anni Settanta, Akhunov “cancella” le riproduzioni di celeberrime opere del realismo socialista come Lenin sulla tribuna di Aleksandr Gerasimov oppure Lenin che parla agli operai della fabbrica Putilov di Isaak Brodskij, o ancora L’operaio e la kolkhoziana della scultrice Vera Mukhina, sovrapponendo loro la fittissima trama della propria calligrafia individuale, quasi masochisticamente piegata alla vana reiterazione degli slogan ideologici o degli appunti delle lezioni di marxismo-leninismo seguite all’istituto d’arte Surikov a Mosca. Intelligibili soltanto a uno sguardo ravvicinato, questi lacerti archeologici di una civiltà ora scomparsa si sfaldano a distanza in uno sfondo cromaticamente indifferenziato, rinviando a un ambiguo e irrisolto legame tra repulsa e appropriazione, annullamento e perpetuazione.

Vyacheslav Akhunov, Red Mantra CCCP Members of Komsomol we will win and build Comminism, 1983, Courtesy Laura Bulian Gallery

Speculare corrispettivo a questi mantra calligrafici in miniatura sono le ingombranti lettere cirilliche tridimensionali in compensato cui l’artista affida messaggi tanto minacciosi quanto ermetici (“Respira piano”) – vere e proprie pietre d’inciampo che riempiono in maniera quasi incongrua lo spazio della galleria, a ricordare la pervasività dei diktat ideologici nelle esistenze individuali.

Un’operazione concettuale quella di Akhunov che si arricchisce retrospettivamente di ulteriori, involontari significati alla luce della “purga” dei libri sovietici e russofoni dalle biblioteche uzbeke avvenuta nei decenni successivi alla caduta dell’Urss. Se dagli scaffali dei nuovi stati dell’Asia centrale riorganizzati su base rigorosamente etnica spariscono per sempre quegli stessi manuali d’arte su cui l’artista interveniva ironicamente con i suoi esorcismi decostruttivi, allora tanto più indispensabile risulta l’appello foucaultiano a rileggere e riorganizzare i frammenti discontinui della Storia contro le forze irreversibili della distruzione.

Vyacheslav Akhunov

Red Mantra

a cura di Marco Scotini

Laura Bulian Gallery

Milano, fino al 6 luglio

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