Barche fantasma attraverso l’Atlantico

Francesca Lazzarato

Nel prologo del suo The Spanish Holocaust, lo storico inglese Paul Preston ci ricorda che nel 1939, al termine della guerra civile, almeno ventimila repubblicani vennero uccisi durante le cosiddette operaciones de castigo y de limpieza, e molti di più ne morirono nei campi di concentramento, nelle carceri, nei battaglioni di lavoro. Migliaia di prigionieri di guerra spagnoli finirono nei lager tedeschi, e del mezzo milione di profughi che in poche settimane avevano attraversato la frontiera francese, molti morirono nei campi di internamento (se ne parla nelle opere di Max Aub, che, come altri rifugiati che la Francia riteneva “pericolosi”, fu rinchiuso nel campo algerino di Djelfa, dove nacque il suo straordinario Manuscrito cuervo). “Tutto ciò rappresenta quello che a mio parere si può chiamare l’Olocausto spagnolo”, scrive Preston, aggiungendo che la repressione franchista si svolse secondo il terrificante modello elaborato in Nord Africa dal Generalísimo e dai suoi, che “consideravano il proletariato spagnolo e i marocchini allo stesso modo: una razza inferiore da sottomettere per mezzo di una violenza fulminea e intransigente”. Se a tutto questo si aggiunge l’estrema miseria del dopoguerra, quando il reddito pro capite scese al di sotto dei livelli più bassi raggiunti nel XIX secolo, non è difficile capire perché all’esodo degli oppositori si sommò quello di chi fuggiva da disoccupazione e fame. Il regime, da parte sua, ostacolava l’emigrazione in vari modi: la trafila burocratica era interminabile e si esigeva una “chiamata” dall’estero in forma di contratto. E per chi voleva raggiungere le ex colonie di oltremare, che molti consideravano una terra promessa, la partenza diventava ancora più complicata e costosa.

È proprio nell’intreccio di storie individuali e collettive dell’ondata migratoria spagnola di quegli anni che possiamo individuare un autentico recuerdo del porvenir, ossia l’anticipazione di un futuro che è, a tutti gli effetti, il nostro presente: un’epopea poco nota i cui testimoni vanno scomparendo, ma sulla quale esistono libri di memorie e indagini come quella di Néstor Rodríguez Martín, autore nel 1988 di La emigración clandestina de la provincia de Sta. Cruz de Tenerife a Venezuela en los años 40 y 50: la aventura de los barcos fantasmas, dettagliata ricerca sulle piccole imbarcazioni a vela che, partendo dalle Canarie, portavano gli emigranti clandestini attraverso l’Atlantico.

Fino ai primi decenni del ‘900, per i canarios l’emigrazione legale e illegale in terre americane fu quasi una tradizione, almeno fino all’avvento della Repubblica, quando l’esodo conobbe una lunga pausa, per ricominciare subito dopo la guerra e dirigersi verso una nazione in pieno sviluppo: il Venezuela. Una notte dopo l’altra, i clandestini salpavano in segreto sulle “navi fantasma” procurate da gruppi di perseguitati politici, oppure cedute a caro prezzo da quanti le consideravano un’occasione di guadagno. I viaggi dei “politici” erano, in genere, meglio organizzati e meno costosi: ognuno pagava quel che poteva (a volte solo un sacco di provviste, o una capra), e si badava a non sovraccaricare le barche e a garantire un minimo di sicurezza; gli speculatori, invece, chiedevano cifre considerevoli – chi partiva doveva vendere tutto e indebitarsi con parenti e amici – e accettavano un numero di passeggeri superiore alla capienza dello scafo, affidato a capitani e ciurme improvvisati, spesso scelti tra gli stessi emigranti.

Fatte per la pesca o il piccolo cabotaggio, le navi fantasma appartenevano di solito a padroncini locali, e, con rare eccezioni, erano in cattivo stato, con pochi strumenti e un motore che durante la traversata smetteva di funzionare per irreparabili avarie o per mancanza di gasolio: l’unico carburante, allora, erano gli alisei, che dalle Canarie soffiano costantemente verso ovest. I velieri che per qualsiasi motivo deviavano dalla rotta degli alisei (quella, ricordava una canzone, “del Almirante Colón”) incappavano in tremende bonacce che rallentavano il viaggio, mentre acqua e provviste si esaurivano; e alla calma piatta si alternavano le tempeste, che non risparmiavano, ovviamente, neppure chi aveva azzeccato la rotta giusta. Se tutto andava liscio e la barca non si ritrovava sulle coste del Senegal, della Guyana o del Brasile, era possibile raggiungere il Venezuela in venticinque o trenta giorni, che quasi sempre, però, diventavano quaranta, sessanta o più (per il veliero Saturnino furono addirittura ottantasei); i viaggiatori esausti si imbattevano a volte in grandi navi che si allontanavano senza far caso alle richieste di aiuto, anche se ci furono mercantili che li rifornirono di cibo e acqua, e navi da guerra che, come la peruviana Teniente Gálvez, si fermarono per indicare la rotta giusta.

E finalmente, scheletrici e stracciati, gli emigranti raggiungevano un paese che in quegli anni oscillava tra dittature militari e brevi periodi di democrazia, e che proprio per questo riservò loro accoglienze diverse. La prima ad arrivare fu la goletta Mariuchi, con a bordo un gruppo di antifranchisti, e nel giro di pochi mesi gli sbarchi si infittirono, ricevuti con indulgenza dal governo socialdemocratico di Rómulo Gallegos, che non intratteneva rapporti diplomatici con la Spagna e che si limitò a identificare i clandestini e a fornirli di documenti. Ma le cose cambiarono dopo il colpo di stato che, alla fine del 1948, consegnò il potere a una giunta militare pronta ad allacciare relazioni con il franchismo e a qualificare gli emigranti come “indesiderabili, delinquenti, comunisti e pirati”.

Alle barche si impedì di entrare in porto e a volte vennero rimorchiate al largo, nonostante molte non fossero più in grado di navigare; i clandestini reagirono lasciandole arenare, affondare, schiantare contro un molo, per costringere le autorità a permettere lo sbarco, subito seguito dall’arresto e dal confino ai lavori forzati negli isolotti di Gualsina e di Orchila. Fu solo dopo l’assassinio del capo della Giunta, Carlos Delgado Chalbaud, e la sua sostituzione con Marcos Pérez Jiménez, che le cose in un certo senso migliorarono: gli spagnoli furono trasferiti in carcere o in campi poco accoglienti, ma preferibili all’inferno tropicale degli isolotti. A tormentare i prigionieri era la paura del rimpatrio, ma dopo qualche mese vennero rilasciati e si dispersero, decisi a guadagnarsi la vita a qualunque costo e in qualunque modo. Finché, alla fine del 1952, i velieri smisero di salpare: il regime franchista aveva deciso di rendere l’emigrazione più facile e meno costosa. A partire dal 1953, un fiume di spagnoli con le carte in regola si riversò in Venezuela, e quella delle navi fantasma fu l’ultima migrazione clandestina dei canarios.

Oggi il fiume scorre in senso opposto: a emigrare sono i venezuelani, e nel 2017 la loro presenza in territorio spagnolo è quasi raddoppiata, tanto che il quotidiano ultraconservatore ABC parla già con allarme di “alluvione”, anche se il vero esodo – almeno il 10% della popolazione venezuelana ha lasciato il paese, nel corso degli ultimi cinque anni – va verso altre nazioni latinoamericane, in primo luogo la Colombia, la cui frontiera è già stata attraversata da almeno cinquecentomila migranti. E, ironia della sorte, tra i più poveri c’è chi tenta di approdare a Curaçao, nelle Antille olandesi, su imbarcazioni di fortuna che fanno spesso naufragio. Quanto alle richieste di asilo in Spagna, quelle dei venezuelani sono passate dalle 3960 del 2016 alle 10.350 del 2017, nel primo semestre del 2018 hanno superato le 12.000 e si prevede che aumenteranno ancora, insieme al berciare ostile di una parte dei social, che sembra riecheggiare quanto i giornali della destra venezuelana scrivevano negli anni ’50 sugli immigrati spagnoli.

La situazione si è ribaltata, dunque, quasi a confermare il ritornello di un celebre tango argentino, che ripete: “cómo cambian las cosas los años”. Eppure, verrebbe da dire, come restano uguali, le cose, finché continua a esserci chi, in un’Europa immemore, si nutre dell’atroce, sanguinario buon senso della “brava gente” che si rifiuta non solo di ricordare, ma anche di capire che nulla ferma chi è sospinto da desesperanza y esperanza, disperazione e speranza, venti che, come gli alisei, non smettono mai di soffiare.

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