Una brutta fine. Breve storia del concetto di alienazione

Enrico Donaggio

[In occasione dell’uscita della nuova edizione dei Manoscritti economico-filosofici, curati per Feltrinelli da Enrico Donaggio e Peter Kammerer, pubblichiamo un estratto dell’intervento di uno dei curatori sul concetto di alienazione. Il testo integrale apparirà sul numero 62 della rivista “La società degli individui”.]

La breve storia del concetto marxiano di alienazione, concepito a Parigi nel 1844 e venuto al mondo in Germania e Unione Sovietica nel 1932, si svolge fino a oggi in tre atti e mezzo.

Nel primo – quello della scoperta – avviene qualcosa che accade di rado nella storia dei concetti: l’idea si dimostra esplosiva e chi la tocca fa una brutta fine. I responsabili dell’edizione sovietica dei Manoscritti economico-filosofici vengono epurati, torturati, deportati o fucilati; gli interpreti tedeschi di calibro – anzitutto Herbert Marcuse - prendono la via forzata dell’esilio. In questa prima stagione il concetto si rivela intollerabile per il potere. Troppo comunista per il regime hitleriano appena uscito dalle urne di Weimar. Troppo comunista per il regime staliniano, il monopolista assoluto di un’alternativa più umana al capitalismo che rischia di vedersi condannato per disumanità dall’autore che ha eletto a padre della chiesa. Perché una cosa è subito chiara a tutti: anche nel paradiso della classe operaia domina l’alienazione dei lavoratori. Il concetto si rivela la base normativa più adeguata per una critica marxiana immanente a quel che il socialismo reale dichiara di avere fatto in nome di Marx.

Nel secondo atto – quello dell’inflazione, dal dopoguerra agli anni Settanta – il concetto passa a Occidente, dove si disinnesca facendosi virale. I modi dell’integrazione anticipano quelli del nuovo spirito del capitalismo: una polverizzazione ideologica e disciplinare che assume i tratti di una moda e di una merce intellettuale innocua per il potere. L’alienazione finisce per diventare Zeitgeist o air du temps, il marchio di fabbrica di una critica filosofica della società su cui nessun stato, classe o partito comunista, proletario o rivoluzionario può accampare diritti di monopolio. Durante i Trenta gloriosi, qualunque richiedente lo status di borghese – grande, piccolo o medio - ha il diritto di sentirsi alienato, a prescindere dal fatto che abbia visto l’ultimo film di Antonioni o letto La società dello spettacolo. Il primo grande interprete dei Manoscritti del 1844, Herbert Marcuse, mette a segno anche in questo secondo atto il colpo vincente. Il manuale di self help della rivolta borghese che esploderà nel Sessantotto – L’uomo a una dimensione - descrive il trionfo pandemico di un’alienazione che sfuma nella “confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà” che “prevale nella civiltà industriale avanzata, segno di progresso tecnico”.

Segue il terzo atto, quello da cui stiamo uscendo da pochi anni: la rottamazione filosofica e la rimozione politica. Si entra nella condizione post-comunista, quella della fine di tutte le cose: lavoro, comunismo, storia, utopia e qualsiasi altra idea non allineata sul grado zero di un capitalismo divenuto forma di vita globale, senza opposizione né alternativa. Al concetto di alienazione, insieme alle speranze e alle critiche hard e soft che ha ispirato fino ad allora, tocca un posto nella grande fossa comune scavata ai piedi del muro di Berlino. La sua esistenza si fa spettrale e accademica. Nei dipartimenti universitari è tutto un gran parlare di democratic e linguistic turn. Per farsi una reputazione e una cattedra tocca prendere per buone le pagine di Hannah Arendt su Marx e prodursi in autopsie seriali per dimostrare che c’è davvero qualcosa di marcio – coscienzialismo, essenzialismo, espressivismo, lavorismo, natura umana – nella categoria di alienazione e nel progetto di emancipazione di cui era il cuore: il lavoro come arma di libertà potenzialmente universale. Alla filosofia analitica – l’ideologia dell’università neoliberale statu nascenti – spetta l’ultima palata di terra in questo funerale di ultima classe.

A distanza di qualche decennio siamo in grado di trarre il bilancio agrodolce di questa penultima stagione della vita di un’idea. Si è trattato di una brutta fine, di uno scongiuro e di una damnatio memoriae andati a male; con l’aggravante, per alcuni esorcisti – i sinceri democratici, la generazione di critici sociali e filosofi politici clonati su scala planetaria e provinciale alla scuola di Habermas e Rawls – della buona fede. Di un atto di alienazione filosofica illuso del fatto che alla presunta liquidazione teorica di un concetto seguisse necessariamente la scomparsa dalla faccia della società delle patologie che quell’idea denunciava e del progetto politico nato per toglierle di mezzo.

A trent’anni dall’ingresso nella condizione post-comunista, non una sola delle patologie denunciate da Marx nei Manoscritti, alla voce “alienazione”, è scomparsa. Le variazioni talmudiche sulla teoria della giustizia e della democrazia, che pretendevano di avere fatto piazza pulita di quel tipo di critica fuori moda e tempo massimo, lasciano oggi il campo a diagnosi epocali che descrivono un paesaggio decisamente meno trionfale di quello post Ottantanove. I sinceri democratici si risvegliano da una cerimonia del tè durata decenni e sembrano sinceramente stupiti: per le strade e le piazze del capitalismo globale non si ragiona e discute più come in un’aula di Harvard o Bruxelles.

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