Jean-Loup Amselle, di cosa parliamo quando parliamo di Islam

Claudio Canal

In Ruanda era in corso l’ammazzatoio dei Tutsi e degli Hutu cosiddetti moderati – uno sterminio di 500.000 o forse un milione di persone ferocemente liquidate in poco più di tre mesi. Si era nel 1994 e chi brancolava attorno a quell’orrore alla ricerca di una comprensione anche fragile, doveva prendere in mano un piccolo, prezioso libro pubblicato in Francia dieci anni prima: Au coeur de l’ethnie. Ethnie, tribalisme et État en Afrique, curato da Jean-Loup Amselle e Elikia M’Bokolo. Uno dei capitoli dedicati a Hutu e Tutsi, scritto da Jean-Pierre Chrétien, cominciava così: Ecco qui delle “etnie” che non si distinguono né per la lingua né per la cultura né per la storia, né per lo spazio geografico che occupano. Il vocabolario coloniale cominciava a traballare non poco e questo vacillamento liberava lo sguardo che poteva così scorgere tratti della realtà africana prima appannati o totalmente invisibili.

L’editoria italiana, famelica traduttrice anche di opere di cui non si sente la mancanza, vent’anni dopo si è finalmente accorta di questo libro per merito della editrice Meltemi.

Nei lavori successivi lo scavo dell’antropologo africanista Amselle smuove i paradigmi coloniali e, senza particolari remore, anche quelli postcoloniali che, com’è noto, non sta ad indicare solo ciò che viene dopo la colonia, ma anche ciò che va contro la colonia. Una tensione dolorosa caratterizza la procedura teorica di Amselle, che scalfisce anche l’Olimpo decostruzionista, Foucault come Derrida come i Subaltern Studies. Un coro postcoloniale che parla in nome dei subalterni, spesso da prestigiose sedi accademiche, ma che politicamente più che altro balbetta. Michel Foucault, o la critica della filosofia con le tendine del tutto abbassate. Jacques Derrida, o il ritratto del filosofo da subalterno. Gilles Deleuze, o il pensiero nomade a domicilio. Così, per degustare lo stile sferzante di Amselle nel suo libro che più si espone teoricamente: Il distacco dall’Occidente [Meltemi, Roma, 2009].

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È il mio personale preludio alla recente edizione italiana dell’ultimo libro di Amselle, Islam africani. La preferenza sufi, raccolta di saggi di periodi diversi sparsi su riviste e con qualche aggiornamento, purtroppo senza l’indice finale dei nomi. Il sottotitolo sul sufismo delimita un ambito e lancia un chi va là al mercato delle odierne spiritualità occidentali. Dici sufismo e subito nel nostro display mentale appaiono dervisci rotanti che sprigionano grazia e carisma, risuona la poesia di Rūmī, mistico persiano sunnita del tredicesimo secolo, l’Erasmo dell’Islam, che innamora gli animi non solo degli addetti ai lavori, ma anche di Franco Battiato e di Madonna, che infatti gli dedica [1998] un video di successo, gli fanno eco le musiche sufi di Nusrat Fateh Ali Khan che hanno aperto un filone poi straripato. Insomma, la via del sufismo è una delle disponibilità per la nostra tecnologia dell’anima. Sembra che un Islam dolce potrebbe lenire i nostri dolori, soprattutto non farci paura. Per questo lo andiamo cercare dovunque e tiriamo un sospiro di sollievo quando ne troviamo le tracce. Di una realtà complessa, storicamente diversificata e mutevole, facciamo un blocco unico a nostro uso e consumo.

Amselle smentisce il nostro depuratore spirituale. Analizza personaggi storici, realtà sociali e intellettuali che tra di noi conoscono solo gli specialisti, ma pone interrogativi e avanza considerazioni di straordinaria pertinenza per la comprensione della contemporaneità. Fa a brandelli il lavoro di Marcel Griaule sui Dogon e la loro cosmovisione [Dio d'acqua. Incontri con Ogotemmêli, Bollati Boringhieri, Torino, 2005, orig. 1948] che tanto impulso ha dato al turismo in Mali, mettendone in luce il processo di decontaminazione dalla storia con il fine di ottenere un monumento intellettuale indenne da influenze e degno solo di contemplazione. Quando il grande documentarista francese Jean Rouch, insieme alla figlia di Griaule, negli anni 1967-1973, filma la cerimonia dogon detta Sigui, che dura sette anni e si ripete ogni sessanta, fa in modo che la macchina da presa non inquadri mai le moschee presenti sul territorio. L’obiettivo è quello di edificare un ritratto d’Africa pura e incontaminata, soprattutto non toccata dall’Islam, percepito come corruttore di una africanità primigenia e indelebile.

Quale Islam? Dal momento che non esiste un Islam in generale, come non esiste un Cristianesimo in generale, e questo l’abbiamo capito perché ci riguarda da vicino, e neppure un Buddhismo in generale, e sarebbe meglio parlarne, si tratta dunque di un Islam africano o di un Islam in Africa. Non sono la stessa cosa o, meglio, non rappresentano la stessa realtà e sono portatori di un conflitto di autorità e di epistemologie. Con Islam africano si intende un Islam intrecciato con la storia delle ritualità e religiosità preislamiche, venato di sincretismo, etichettato anche come Islam noir. Con Islam in Africa si fa riferimento a un più esplicito riconoscimento delle ascendenze arabe, nella lingua come nella cultura, e con un impegno molto esigente di acculturazione delle popolazioni [v. Oludamini Ogunnaike, Amadou Hampaté Bâ and the Myths of African Islam]. In senso dispregiativo, un Islam di importazione. Le autorità coloniali hanno sempre privilegiato, nella pratica e nello studio, l’Islam nero, nella prevalente versione sufi, considerandolo più tollerante, moderato, meno militante e non così refrattario alla modernità occidentale/coloniale.

Non è così! sostiene Amselle. Si tratta invece di puro razzismo secondo il quale i Neri non possono essere considerati veri musulmani perché impregnati di ritualità altre, “pagane”. Specialmente oggi in cui lo statuto di musulmano è labile, c’è sempre qualcuno che si dichiara più musulmano di te e ti riduce a infedele. Ma è anche storicamente errato perché il sufismo in Africa occidentale non è stato per niente quel credo pacifico e mistico che si vorrebbe. A partire dalla predicazione del jihad di Muhammad al-Maghili, teologo berbero del XV secolo [e promotore di persecuzioni contro gli ebrei v. John Hunwick, Jews of a Saharan Oasis. Elimination of the Tamantit Community, Markus Wiener Publishers, Princeton, 2006, e Aumar Boum, Saharan Jewry: history, memory and imagined identity, 2011] per continuare con Usman Dan Fodio e il Califfato di Sokoto in Nigeria, nel XIX secolo, e arrivare ai nostri giorni con Boko Haram. Questa continuità non può non colpire l’osservatore e dimostra come anche i jihad del passato servano spesso da sistema di riferimento per le attuali radicalizzazioni, osserva Amselle approfondendo la sua importante ricostruzione storica [vedi anche: Marc-Antoine Pérouse de Montclos, Le djihad sahélien à l’épreuve de l’Histoire, Études,2017/6]

E qui vado a impegolarmi in alcune diramazioni che prendono avvìo del tutto autonomo dal libro in questione.

In un recente volume Chanfi Ahmed [West African ʿulamāʾ and Salafism in Mecca and Medina. Jawāb al-Ifrῑqῑ—The Response of the African Brill, Leiden/Boston, 2015] esplora il ruolo degli ulema, teologi e giuristi, che nei primi decenni del Novecento se ne andarono dall’Africa colonizzata per stabilirsi alla Mecca o a Medina e qui svolsero un grande lavoro di diffusione della versione Wahhabbita-salafita dell’Islam, rigorista e puritana, priva tuttavia di nostalgie di Califfato e di umma-comunità islamica come entità politica e statuale. L’autore dimostra come la propagazione del wahhabbismo in Africa sia frutto anche dell’impegno di questi studiosi e dei loro discendenti ed allievi. A sostegno involontario della tesi di Amselle.

A rendermi strabico e a scompaginare le mie idee è Beyond Jihad. The Pacifist Tradition in West African Islam di Lamin Sanneh [Oxford University Press, New York, 2016], che mette in scena un’altra storia, affascinante e attendibile, un Islam quietistico che mira ad islamizzare la società, non lo Stato. Spesso sostenuto dall’amministrazione coloniale. La capacità endoscopica dell’autore è indiscussa e basta il sottotitolo a spiegare la distanza dalla posizione di Amselle. Un mondo che consente letture contrapposte, senza che per forza una escluda l’altra, è un universo multiforme, a più dimensioni. Facile da etichettare, difficile da analizzare.

Noto a margine: nel testo e nelle diciotto pagine di bibliografia non viene mai citato Jean-Loup Amselle. Percorrere a fondo questa postilla conduce dritto al sistema delle tribù accademiche internazionali con i loro territori occupati, i loro troni e potestà. Forse non è così tanto a margine la nota.

Che le assenze siano presenze sotto mentite spoglie, lo sappiamo. Nel suo libro Amselle non fa alcun riferimento a Nana Asma’u [1793-1864], figlia del pluricitato Usman Dan Fodio, guida religiosa e politica, scrittrice, poeta, protofemminista, al centro di una fitta rete di scambi con leader del Nord Africa, promotrice di un vasto movimento educativo, soprattutto di e per le donne. I suoi scritti [Collected Works of Nana Asma'u, Daughter of Usman dan Fodiyo (1793-1864), a cura di Jean Boyd and Beverly B. Mack, Michigan State University Press, 1984] sono disponibili da tempo. Irrilevanza? Cecità? Partito preso?

Devo trasferirmi all’altro corno d’Africa per accedere a una maestosa ricognizione di una figlia di leader musulmano, nella colonia italiana “primigenia”, l’Eritrea, e in Sudan. Attraverso un ineccepibile ricorso alle fonti scritte e orali, Silvia Bruzzi ricostruisce in Islam and Gender in Colonial Northeast Africa. Sittī ‘Alawiyya, the Uncrowned Queen [Brill, Leiden/Boston, 2018] la vicenda politica, religiosa e culturale della Sceriffa Alauia ovvero Sittī ‘Alawiyya al-Mīrghanī (1892-1940), guida spirituale sufi, interlocutrice delle autorità politiche e religiose – verrà ricevuta a Roma da Mussolini, organizzatrice sociale, tramite di culture, regina senza corona e interessantissima icona di un modo di sostenere la propria visibilità e operatività di donna musulmana anche attraverso l’abbigliamento allo stesso tempo “ortodosso” e transculturale. L’autrice è particolarmente attenta ai corpi femminili sotto gestione coloniale, alle contraddizioni e agli addomesticamenti che suscitano, muovendosi fra storie non dette e proclami irrisori. Se non fossimo un paese dedito al neocolonialismo interno questo libro sarebbe già disponibile in italiano, ma, a contrasto, siamo anche un paese che sa ampliare i propri orizzonti: dal 23 agosto al 2 settembre prossimi all’Università di Palermo si svolge la seconda summer school dedicata a studi sul sufismo.

Jean-Loup Amselle

Islam africani. La preferenza sufi

Traduzione di Roberto Revello

Meltemi 2018

pp. 143, euro 18

È possibile acquistare questo testo in tutte le librerie e su ibs.it.

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