I Rom, Salvini e le Eumenidi

Alan Denney - Flickr: Corso XXII Marzo 1984, CC BY 2.0

Letizia Paolozzi

Liliana Segre nel suo discorso per la fiducia al governo Conte, promette di opporsi “con le forze che mi restano a nuove leggi discriminatorie nei confronti dei Rom e dei Sinti”. I leghisti non applaudono ma sono “infondate le paure di Liliana Segre sulle leggi speciali” rassicura Matteo Salvini.

Da ministro degli Interni, tuttavia, parlerà di un censimento per i Rom. Torna l’ammonizione di Brecht: “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubacchiavano”. E poi, e poi … la catastrofe era dietro l’angolo.

Oggi i Rom e i Sinti ai quali si riferisce Salvini sono per lo più di nazionalità italiana. Bontà sua, gli italiani “ce li dobbiamo, purtroppo, tenere”.

Non voglio dire che problemi non ci siano: di convivenza con gli abitanti dalla vita agra dei quartieri in cui i campi dei “nomadi” sono collocati (quei campi andrebbero superati e non l’hanno fatto i governi precedenti); di desolazione quando il turista scopre su un autobus affollato di non avere più il portafoglio con i documenti che magari un ragazzino sotto i quattordici anni gli ha sfilato dallo zaino.

Le reazioni lavorano in profondità. Significa che “avete voglia di fascismo”, come accusa il regista Paolo Virzì? Forse “fascismo” non è termine adeguato ma sostenere che: non bisogna “esagerare”; che siccome “hanno vinto le elezioni, ora si tratta di vedere cosa combinano”, mi sembra uno stato d’animo un po’ troppo tranquillo. Se non opportunista.

Guarda caso, accanto alla promulgazione delle leggi razziali del ‘38, ci furono l’internamento e le deportazioni dei Rom “eterni randagi privi di senso morale”.

Per carità, il ministro degli Interni non avrà nulla dell’uomo dispotico, dittatoriale; sarà al contrario un pezzo di pane, ma i problemi invece di risolverli li infiamma. Li aizza. Ci soffia sopra. E se i bubboni (per Salvini la lista comprende oltre a Rom, Sinti, gli immigrati, le massaggiatrici orientali sulle spiagge, i venditori di pareo fino al “fritto misto” delle coppie gay) si sono ingranditi, non ha intenzione di curarli.

Piuttosto, punta a recitare le sue formule ispide, caporalesche. Succede ai tanti portatori sani di violenza di privilegiare una lingua aggressiva, che se ne sbatte dei dati di realtà, dei valori dell’informazione, della conoscenza, della critica. Piuttosto, autorizza a nominare apertamente ciò che ci teniamo nascosto.

D’altronde, le sue affermazioni, comprensibili nella loro semplicità, pagano: nei sondaggi, la Lega è cresciuta; ha superato i 5 Stelle. In effetti, si discute nei programmi televisivi, luogo principe dell’informazione per gli italiani, di sensazioni, percezioni, approssimazioni. I media non hanno fatto il loro dovere. “Gli immigrati ci invadono” (dati alla mano, l’allarme è esagerato); l’obbligo del soccorso in mare si trasforma in “buonismo”; i barconi sono pieni di terroristi dell’Isis.

Roger Cohen ha scritto sul «New York Times»: “Salvini e Di Maio hanno ragione e per questo hanno vinto come Trump, che ha intuito una rabbia che stava filtrando”.

Salvini si trova bene in un clima simile. L’ha intuito e tradotto nella sua lingua. Non si tratta solo di ideologia (o della esigenza di tirare la corda per andare al più presto a votare raccogliendo i frutti elettorali del consenso) ma di reale malessere, di frustrazione e solitudine profonda che si prova nel Paese.

Gli immigrati (oppure i Rom) devono risarcire per tutto questo. Anche se non ripagheranno mai abbastanza con le loro sofferenze la sensazione di declassamento, di minaccia alla collocazione nella scala sociale di ognuno di noi. E d’altra parte la rabbia, sorta di danza narcisistica, espressione e paradigma adatto alla mascolinità, non si scioglie miracolosamente.

Scrive Martha C. Nussbaum (Rabbia e perdono. La generosità come giustizia, il Mulino 2017, traduzione di Rinaldo Falcioni) che non è solo una malattia, ma la possibilità di risarcimento, riparazione essenziale all’ingiustizia oltre che terribile rivalsa sul più debole.

Eppure, le Furie, le Erinni potrebbero – da creature vendicative, insaziabili – diventare dee benevole, le Eumenidi, dedite al bene generale, al vivere meglio insieme.

Di fronte alla vulnerabilità umana immaginate sia concepibile produrre fiducia, piuttosto che una società di rancore? Non è quello il compito anche di ogni compagine governativa, in democrazia, ministro degli Interni compreso?

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